Amore e morte nella Malanotte

Scritto da , 28 Ottobre 2020
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L’orrore dei cadaveri travolti dalle acque e dal fango, il raggio di luce e speranza del ritrovamento del piccolo Mario Caputo.

Di Olga Chieffi

 

“…. Bisogna anche essere stati accanto ad agonizzanti, bisogna essere rimasti seduti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori intermittenti. E non basta ancora avere dei ricordi. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza di attendere che ritornino. Perchè i ricordi in sé ancora non sono…” (Rainer Maria Rilke). La tragedia di quei giorni mi venne raccontata da mio padre e da mia nonna. Il ricordo di mio padre  Berardino era legato allo scroscio della pioggia, un rumore di fondo che sembrava non cessare mai, illimitato, continuo, inalterabile. Un rumore metafisico, che per usare le parole di Michel Serres, si trasformò in clamore originario, in grido, appello, poi, il silenzio. La mia famiglia abita in via Roma 21 dal 1926, anno di costruzione del palazzo Meglio, al quarto piano, ma di quelle terribili ventiquattro ore, nessuno ebbe sentore di quella tragedia, al di fuori di quella agitazione dell’udito, al di qua dei segnali definiti, al di qua del silenzio, provocata dall’acqua. La nonna Olga in caso di temporale aveva l’abitudine di accendere decine di candele ed una splendida lampada ad olio di ceramica, antropomorfa, in ceramica di Vietri di fine Settecento. La civetta naturalmente fu accesa anche quella notte e nell’immaginario della nonna, il palazzo fu salvo. La mattina seguente il fango aveva invaso il portone per un buon metro e mezzo. Appena poté uscire, mio padre salì in via S. Eremita, ove abitava la sua fidanzata, quattro anni dopo l’alluvione divenuta sua moglie Giovanna Iuppo, mia madre, insieme alla sorella, Laura. Mio padre salì col cuore in gola su per Portanova, il distretto militare, via Bastioni, poi, la visione apocalittica del trincerone, con i cadaveri “impalati” sui tralicci della ferrovia, trascinati giù da Canalone. Mi raccontò che aveva quasi perso la speranza, ma mia madre e mia zia erano state tratte in salvo dai pompieri, qualche momento dopo il solaio della stanza dove studiavano crollò.  Il centro storico  fu invaso dal fango e detriti  trasportati dal torrente Fusandola, una fiumana di fango che travolse tutto, contemporaneamente, al Rafastia, che scorre al di sotto del manto stradale, che s’ingrossò al punto da spaccare la strada, fermandosi davanti alla chiesa dell’Annunziata. Due le immagini di questa alluvione di cui ci riferisce Efrem Longo, la prima è che si scavò anche al buio quella notte, lungo le traversine delle case, accanto ai piloni della luce divelti dalla forza dell’acqua e del fango. Di tanto in tanto, si udivano lamenti, voci lontane, segnali di vita, dentro ai cunicoli scavati nel fango. Qualcuno con le mani tra i calcinacci, non avvertiva dolore: non si rassegnava, rivoleva indietro la speranza, un parente, un amico, un oggetto che ricordi quegli affetti intrappolati. “Anche io volevo aver notizie della mia fidanzata Antonietta – racconta Efrem – ero dall’altra parte della città a Mercatello. Mi occorsero pochi minuti per raggiungere Salerno, col cuore in gola. E sì “Salerno”, perché a quei tempi la città terminava alla stazione ferroviaria, Torrione, Pastena, Mercatello erano  orti e frutteti, aranceti splendidi. Antonietta abitava a Via dei Canali, al Municipio Vecchio  e purtroppo, assistetti a una delle immagini più terribili della mia vita. La ragazza fu trovata praticamente “impalata” nuda, con le gambe rivolte verso il cielo, su quei ferri uncinati che dividevano le balconate. Ma la vita dà e toglie. Al contempo, si ebbe la notizia che il fango e l’acqua avevano risparmiato, quasi un novello Mosè, un bambino di appena quindici mesi, Mario Caputo (cugino dell’autore della poesia Nustalgia, Giovanni Caputo, ndr), ritrovato quasi sulla spiaggia nella sua culletta proveniente da Canalone, dove tutta la sua famiglia era perita nel cataclisma, un raggio di luce in quella Malanotte, che devastò, il cuore della città e dei suoi abitanti”.

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