Alle radici del cabaret italiano con Serena Autieri - Le Cronache
Spettacolo e Cultura

Alle radici del cabaret italiano con Serena Autieri

Alle radici del cabaret italiano con Serena Autieri

L’artista napoletana farà rivivere, questa sera, sul palcoscenico dell’Arena del mare, alle ore 21,15, la Sciantosa Elvira Donnarumma e i tempi del Cafè Chantant

 Di OLGA CHIEFFI

 

La nascita del “Cabaret” è legato al Café-Chantant e le origini del Café-Chantant si perdono nella notte dei tempi, poiché fatti, misfatti e tradizioni provengono da una serie di aneddoti e notizie che danno la giusta misura della storia, a volte misteriosa e leggendaria, che avvolge questa parte dello spettacolo. Il termine “caffè” si udì per la prima volta a Marsiglia nel 1650, per indicare una bevanda importata dall’Oriente e che ben presto entrò in uso nelle abitudini dell’alta società. Il cartellone del Premio Charlot avrà un suo geniale epilogo, il 30 luglio, alle ore 21, 15 in cui ci condurrà alle radici della nascita del cabaret italiano, raccontateci da Serena Autieri, protagonista dello spettacolo “La Sciantosa”. La brava artista napoletana, vestirà i panni di una delle più celebri sciantose, Elvira Donnarumma, “la capinera napoletana”, colei che sovvertì le regole dell’apparire. Bassina e tarchiata, aveva però una voce che ammaliava, protagonista assoluta dello spettacolo scritto da Vincenzo Incenzo e diretto da Gino Landi. Quali furono le principali attrazioni del Cafè Chantant? E in quale modo hanno potuto monopolizzare l’attenzione di persone appartenenti ai più vari ceti sociali? Le figure tipiche rimasero le “sciantose” e i ” macchiettisti” che, col passare del tempo, si raffinavano e miglioravano la qualità di questa forma di spettacolo. Quello della vita della sciantosa è un quadro tutto ombre e luci, una creatura giunta dai bassifondi, decisa a crearsi un proprio spazio nel mondo, attraverso lo spettacolo, gettandosi alle spalle tradizioni, luoghi comuni e tabù. Serena Autieri, nella sua evocazione di Elvira Donnarumma, avrà al fianco un ensemble d’eccezione, capitanato da Enzo Campagnoli al pianoforte, con Claudio Romano alla chitarra e al mandolino, Antonello Buonocore al basso elettrico e double-bass, Antonio Muto alla batteria e Gianni Minale al sassofono, flauto e clarinetto. Lo spettacolo è dedicato ai tempi, agli spazi all’universo sonoro partenopeo, in un confronto plurilinguista, in cui la canzone è stata liberata da ogni manierismo esecutivo, per ridonarla all’ascoltatore filologicamente pura, ma con lo sguardo rivolto ad un futuro aperto ad ogni influenza diretta o indiretta, che la naturale evoluzione del linguaggio musicale ha esercitato su questa struttura compositiva. Crediamo di sposare le intenzioni di Serena Autieri, affermando che si possa definire canzone napoletana quel componimento musicale, i cui versi siano in dialetto napoletano e la cui melodia sia riconoscibile come napoletana, appartenente, cioè, ad una precisa etnia, così come avviene per il fado, il flamenco e per altri generi musicali di tradizione popolare. Tuttavia, risulta non facile fissare la specifica identità della canzone napoletana, perché essa è come una mare che ha ricevuto acqua da tanti fiumi. E’ figlia della poesia, come quasi tutti i canti di antica tradizione, e ha espresso, come le è universalmente riconosciuto i sentimenti, la storia e i costumi di un popolo. Il fatto singolare è che la canzone, “porosa” come la città – per dirla con la definizione che Benjamin coniò per Napoli -, ha assorbito tutto, riuscendo a rimanere in fondo se stessa. Malgrado sia stata contaminata, nel tempo, da sonorità appartenenti ad altre culture e ad altri generi musicali, la melodia napoletana è riuscita a conservare un suo codice di riconoscimento. Profumi e melodie partenopee, arabe, spagnole ed americane incanteranno per due ore la platea, coinvolgendola nelle performance recitative e canore della bellissima Serena Autieri, la quale ricreerà l’atmosfera primo novecento dei Café Chantant, da dove ci invierà diverse cartoline con le melodie più belle del repertorio partenopeo, da “I’ te vurrìa vasà”, a “Guapparia”, passando per “Come t’ha fatt(e) mammeta”, “Santa Lucia”, “ ‘O surdato ‘nammurato“, “’A tazz’e cafè”, “Ninì Tirabusciò”, “Reginella, “Malafemmena”. Musiche e versi che con i loro contenuti hanno raccontato semplicità ed erotismo, essoterismo e magia, rituali sacri e profani, feste popolari. Ed è proprio qui che trova origine questo incredibile canzoniere, dove le suggestioni, le intonazioni, le evocazioni del nostro vernacolo si trasformano in un canto ora dolente, ora euforico, capace di esprimere l’eterno incanto dei sensi di questa magica sirena Partenope. Dal mare nascono e al mare ritornano, infatti, le note di questo concerto, che abbracciano la tradizione popolare, la “poesia cantata” del repertorio d’autore, completata dalla memoria sonora collettiva con il vigore ritmico e l’aggressività espressiva che sa trasformarsi in danza e nella eterna sfida del popolo partenopeo alla vita.