Alla meta: quale verità?

Scritto da , 27 Gennaio 2020
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Trionfa il teatrino Giullare, al Ghirelli, presentando nella sua seconda performance il capolavoro di Thomas Bernhard, ospite della stagione Mutaverso firmata da Vincenzo Albano

Di GEMMA CRISCUOLI

Recarsi alla tanto agognata casa al mare è un appuntamento imperdibile, anche se si è costrette a farlo con una figlia “insignificante” e “ritardata”. E che dire di quell’improvvido autore teatrale che ha deciso di aggregarsi? Caustico ritratto di una condizione umana che pesa come piombo, “Alla meta” di Thomas Bernhard è stato proposto dalla compagnia Teatrino Giullare presso il Teatro Ghirelli nell’ambito della quinta stagione di Mutaverso, il progetto teatrale di Vincenzo Albano. Al centro della storia, un’aridissima vedova  per cui una fonderia e, per l’appunto, una casa al mare sono ben valse il matrimonio con un uomo tenacemente detestato in tutto, non ultimo nel suo stupido ottimismo. Nel novero degli aspetti detestabili occupa, inoltre un posto di rilievo il teatro, inconsistente rituale che si perpetua dinanzi a un pubblico passivo e non meno vuoto e in cui lo scrittore apprezzato dalla fragile – ma non insensibile- figlia della protagonista si è distinto con un’opera dal titolo “Si salvi chi può”. La salvezza, tuttavia, che risiede in un’arte che faccia a pezzi l’incubo del quotidiano e in una vita che non sia nevrosi, rimane fuori campo: rimpianta, attesa, un miraggio più che una possibilità. Le soluzioni espressive di Giulia Dell’Ongaro, straordinariamente versatile pur nella piena coerenza del personaggio, e di Enrico Deotti, che gioca la propria interpretazione su un’intensa essenzialità, potenziano i rapporti di forza tra le figure. La figlia, che dispone gli abiti in valigia con una sistematicità che ricorda quella dei giorni grigi che si susseguono, è una marionetta a grandezza naturale, perché  tale la reputa la madre. Quest’ultima la fa girare attorno a sé senza lasciare la poltrona in cui siede, ricordandole così che è nata per essere il suo bersaglio, la sua valvola di sfogo, la vittima di un egoismo granitico che non muoverà mai un passo lontano da sè. L’anziana ha una mano finta e gesti ricorrenti, mostrando talvolta  solo le braccia che emergono dalla poltrona, come se stesse compiendo la sua trasformazione in uno degli oggetti che ha sempre inseguito. Quando, affermando di essere più persone,  toglie per un attimo la maschera che indossa durante l’intera pièce e che è verde come il rancore, un’altra maschera e un’altra ancora appaiono sul suo viso: chi ha scelto di avere e non di essere colleziona, infatti, ruoli, non identità. Lo scrittore, il cui volto bianco rammenta l’artificio del palcoscenico e la vacua spossatezza di chi scrive opere incapaci di lasciare un segno, compare sulla scena emergendo da un grande baule. La sua presenza è in effetti avvertita all’inizio come un peso e la vedova lo considera alla stregua degli inutili cappotti invernali portati in vacanza. Eppure, in questa esistenza sottovuoto dove anche il rumore delle onde è artificiale, prodotto agitando una bottiglia di cognac anestetizzante, è proprio l’orrenda donna a schiudere uno spiraglio, prevedendo che l’artista si tratterrà qualche giorno in più. Figuriamoci: il teatro non ha mai salvato nessuno. Tranne desiderarlo, però, non resta nient’altro.

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