Alberto Senatore: dal Verdi di Salerno al Verdi di Trieste

Scritto da , 21 Marzo 2020
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Il giovane violoncellista è il figlio d’arte di Antonio, flautista e Patrizia Coppolino mezzo-soprano. “Una grande emozione realizzare tutti e tre insieme una partitura”

Di ALBERTO SENATORE

Avevo nove anni quando mio padre Antonio Senatore solista e docente di flauto del Conservatorio “G.Martucci” di Salerno e mia madre, Patrizia Coppolino, mi chiesero se volessi suonare il violoncello,  “lo sventurato”, Alberto rispose si, senza sapere cosa fosse e a quale mole di lavoro, reclusione e concentrazione, andasse incontro. A quell’età non avevo idea cosa potesse significare studiare la musica. Ancora ricordo il nonno paterno Vincenzo (eccellente sassofonista), che tentava di farmi studiare solfeggio, “E’ portato il ragazzo” ripeteva. Avevo un bravissimo insegnante da piccolo, Roberto Vecchio, peccato mi applicassi poco e niente, e più i miei genitori mi raccomandavano di impegnarmi, più disattendevo i loro consigli, fin quando non lasciai perdere tutto dopo un paio d’anni, giusto il tempo di rompere il mio primo strumento. Ho ricominciato solo a sedici anni, dopo aver visto, per puro caso, dei video dei violoncellisti più famosi su youtube. Se non fosse stato per i miei genitori, che mi proposero di ricominciare, forse non sarei qui a parlarne. La passione è cresciuta esponenzialmente, tanto da dedicarmi più alla musica che al liceo, suonavo nelle orchestre con altri ragazzi (alcuni di loro oggi sono concertisti in giro per il mondo) e mi sono appassionato all’ opera grazie alla frequentazione del Teatro Verdi di Salerno, nonostante  da piccolo mi addormentassi immediatamente dopo la sinfonia iniziale. Quell’ orchestra è come una seconda famiglia, alcuni di loro mi conoscono da quando ero in carrozzino. Col tempo, son cresciuto musicalmente e umanamente seguendo i consigli di mio padre. Antonio Senatore è un uomo molto metodico è sempre stato uno studioso dello strumento in ogni sua sfaccettatura, ancora oggi all’ età di 60 anni, studia tanto, sicuramente più di me, in un’affannosa, quasi ossessiva ricerca che è l’essenza poi dell’arte. Mia madre sa bene quali sono le difficoltà di uno strumento ad arco, avendo studiato il violino fino al quinto anno. Quando ero nel pancione, lei cantava l’ Elisir d’amore di Gaetano Donizetti al teatro romano di Benevento e,  indovinate quale è stata la prima opera che ho eseguito e dove? Strani segni del destino. Dopo anni ad osservare dal di fuori, ritrovarsi all’ interno di una compagine orchestrale e porsi al servizio di una partitura e di una produzione tutti e tre insieme fa un certo effetto, quanta emozione le prime volte, divenuta una bella abitudine, dopo qualche tempo. Certo, non siamo la famiglia felice del Mulino Bianco, ne abbiamo avute di discussioni: dal dover studiare di più (essendo io un sostenitore del “massimo risultato col minimo sforzo”) all’essere “puntuali se non in anticipo” al lavoro e, per ripicca mi divertivo a commentare in maniera non troppo entusiastica i passi solistici di papà durante l’ opera, anche se eseguiti alla perfezione, per   “animare” il post spettacolo. Al di là di questo, uscire di casa e passeggiare fino in teatro, per poi suonare, non ha prezzo, non uso il termine lavorare perché per noi la musica non è mai stata un lavoro, piuttosto una passione che ancora ci stupisce e ci riempie le giornate, specie in questi tempi di quarantena. Ma non è stato tutto rose e fiori. I primi anni di studio serio, sono stati difficili e molto impegnativi, riprendere solfeggio e pianoforte complementare (mia madre certamente ricorda bene quel periodo caratterizzato da un solo urlo: “studia una mano alla volta!”), iniziare il conservatorio a 17 anni quando c’erano ragazzi della stessa età che già si diplomavano, credevo di non farcela, sinceramente. La mia fortuna è stata conoscere Gianluca Giganti, il mio maestro, docente al Nicola Sala di Benevento, il quale ha creduto in me dalla prima lezione e mi ha fatto diventare ciò che sono oggi. Dopo la triennale, ho iniziato a vincere le prime audizioni e a lavorare in altre orchestre, fino ad arrivare all’ Arena di Verona, al Carlo Felice di Genova e, in questi ultimi anni, anche alla Scala di Milano. Ci aveva visto bene nonno Vincenzo. Oggi sono stabile al Teatro Verdi (sarà un caso?) di Trieste. Ho vinto questo concorso da poco, mi accompagnò papà in macchina da Milano, di notte, dopo aver terminato le recite di Tosca in Scala, che viaggio della speranza! Alla fine ho ottenuto il leggìo, ma ancora non abbiamo avuto tempo per festeggiare. Siamo dovuti tornare di corsa a Milano, lui è tornato in treno a Salerno il giorno stesso. Quanti sacrifici che fanno i genitori! Addirittura, un giorno, mia madre venne a Venezia solo per consegnarmi un violoncello da provare e prese subito il treno di ritorno. Non credo c’entri essere figlio d’arte, se i genitori tengono a ciò che fai e in cui credi. Se avessi intrapreso un’altra strada i sacrifici, sono sicuro li avrebbero fatti ugualmente per sostenermi. Spero di averli resi orgogliosi e continuerò a farlo ogni giorno, per loro e per me stesso. Si, ho vinto il concorso qui a Trieste, sono rimasto qui al Nord, nonostante il teatro sia chiuso, e voglio continuare a studiare, per migliorare ancora, magari un giorno vincere un concorso da primo violoncello, il sogno è in Scala. La strada è lunga ed è meglio avviarsi.

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