Ad Memoriam degli ex-allievi dell’Orfanotrofio Umberto I che non sono più

Scritto da , 18 Luglio 2020
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 Continua ferace e indefessa la missione di Vincenzo Sica e Michele Sirico, votata ritrovare e riconnettere tessere e personaggi di quanti furono ospiti dell’ Istituto, il famigerato e temuto “Serraglio”e sabato 18 luglio, nella chiesa di Sant’Anna in San Lorenzo, alle ore 19, si terrà la sacra celebrazione in suffragio

Di OLGA CHIEFFI

“È importante che la morte ci trovi vivi”; è questo un folgorante aforisma del grande umorista e scrittore Marcello Marchesi. In verità si potrebbe e forse si dovrebbe essere ancora più netti: è essenziale, e non solo importante, che la morte ci trovi vivi. Questo non è affatto scontato. È il primo grande insegnamento che è possibile trarre dalle parole citate: spesso la morte ci trova già morti, ovvero abbattuti, incattiviti, sfiduciati, ripiegati su se stessi, pieni di rancore e rabbia, vittime della più opprimente delle delusioni. Da questo punto di vista, come ricorda acutamente Heidegger, la morte, umanamente intesa, non si risolve mai nel semplice finire, nel puro perire; essa attiene piuttosto a quella particolare modalità del vivere umano all’interno della quale, spesso si incontrano anche, in metropolitana, nei posti di lavoro e talvolta persino nelle nostre case, i molto più tetri e grigi “vivi morenti”. Il mantenere il ricordo, la storia, la funzione sociale, dell’Orfanotrofio Umberto I, vivi è la missione di Vincenzo Sica e Michele Sirico, votata ritrovare e riconnettere tessere e personaggi di quanti furono ospiti di quell’istituzione, il famigerato e temuto “Serraglio”, attraverso mezzi modernissimi, il social Facebook, sul quale hanno fondato nel 2012 un gruppo molto seguito “Il Serraglio” Orfanotrofio Umberto I Canalone, i cui iscritti tutti “serragliuoli” come amano orgogliosamente definirsi e parenti di quanti hanno condiviso quella esperienza, pubblicano immagini, nomi ricordi, relativi a quella istituzione nata nel 1813, quale deposito di mendicità, negli ambienti conventuali di S. Nicola della Palma e S. Lorenzo, poi trasformatasi in orfanatrofio con scuola musicale nei primi mesi del 1819, alla quale negli anni si aggiunsero le scuole di calzoleria, meccanica, tipografia, ceramica, falegnameria, scomparsa nel 1977.  Sabato 18 luglio, nella chiesa di Sant’Anna in San Lorenzo, luogo d’elezione frequentato da tutti gli orfani per le celebrazioni, alle ore 19, si terrà la messa annuale, celebrata da Don Ovidiu Giurgi che sostituisce Don Giuseppe Greco, purtroppo indisponibile per problemi di salute, con commento musicale affidato ai sassofoni di Gaetano Sica e Vincenzo Lamberti, in ricordo dei numerosi ex-allievi che formatisi tra le mura di quella istituzione, si sono addormentati. Una istituzione legata ai nomi di Gioacchino Murat, come un po’ tutti i collegi della nostra città e provincia e del Sindaco Alfonso Menna, che fece rinascere negli anni ’50 la gloriosa scuola, rendendola umana e vivibile, restituendole quel forte legame con la città, attraverso l’eccelsa qualità della sua banda musicale e maggiormente con la tipografia, che stampava tutti i tipi di manifesti e libri, sino agli inviti di nozze. Il gruppo de’ Il Serraglio, ha inteso, quindi, riannodare quelle fila, prima tra chi ha vissuto e, ancora oggi, ringrazia quell’istituzione, dura, severa, a volte inumana, ma che ha preparato alla vita schiere di uomini, attraverso lo studio, il sacrificio, la fame, per ricordare, in un momento spirituale, tutti coloro i quali appartennero a quella istituzione, che li ha resi tutti fratelli, avendo vissuto anni duri e momenti di sconforto. Régis Debray scrive ne Le moment fraternité : «La fratellanza è opposta alla consanguineità, è rimedio alla fratria. Per me, si ha fratellanza infrangendo la cerchia della famiglia, la prigione delle comunità naturali, dandosi una famiglia elettiva, adottiva, una famiglia transnaturata, se non denaturata».  Tale fratellanza s’i estende a ogni dimensione temporale: associa morti e vivi. Per Debray, «poiché i popoli, come gli individui, sono fatti di morti e di vivi, impossibile rispettare i vivi se non come fratelli minori dei morti».

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