Accecarsi

Scritto da , 18 Maggio 2020
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Rino Mele

Tirare le parole verso il basso, aspra scarpata, forra,

un canale scosceso, strada ferrata

e lì, in quello sterro, luogo bruciato, inferno, alzare

i pali, stendere una tenda, due stracci

colorati, un sipario sulla scena vuota. Cacciarvi

all’improvviso uno spot, un proiettore,

mascherato sole senza luce

che faccia di quel quadrato un lago. Ecco, una donna

avanza, discinta, sbranata, succhiata

di baci, poi un uomo dalla barba bianca, ucciso,

scannato, che guarda con disperazione

calma uno spento televisore. Manca soltanto Edipo,

nascosto tra due sedie, a spiare

lo spettacolo, la croce di strade, i bastoni

alzati, la sfinge, aperte

l’ali, che defeca la sua allegria.

Per Sanguineti la poesia è la strada di gesso

sulla lavagna, la gloria sepolta

di un’alluvione e su quelle macerie un bar

che all’occasione offre i suoi Martini a uno

sconosciuto avventore. Finge

una poesia dislessica, strabica, sottrae

alla visione l’orrore, mette baffi di rossetto 

a un teschio e di una storta tibia

fa dritti binari, una vuota stazione che i treni

dell’infanzia dipinge.

Cerca parole quotidiane di conversazione, e ad esse 

sottrae l’ambizione dell’enfasi

ma dona quell’altra -di enfasi- la ripetizione 

(che rassicura, difende, nasconde e mostra

al piede la pietra dove potrebbe inciampare, il gradino

rotto per sprofondare). Per Sanguineti, 

il poeta è un goffo attore 

vestito da fotografo, un acrobata bendato, 

deve chiudere in un riquadro il suo niente vedere 

e accecarsi sorridendo, tagliare

la carta da stampare con forbici dolci fino a -ma così 

piano- ferirsi, e di quel dolore dire, con una bugiarda 

litote, che non fa male. Le sue poesie 

come le fotografie si escludono dal totale 

delle cose, eppure -sorridendo, 

con gli occhi lunghi incisi da un temperino- danno del 

mondo l’ultima interpretazione, l’omologano 

al nulla, ci tracciano sopra 

un exergo, un’epigrafe, la scritta fuori del testo

che il testo contiene. Questa figura

della fotografia è l’approssimazione precisa, 

l’imprecisione di una fredda ombra 

quando la notte è fonda e graffia l’alba.

C’è come un prato, una riva (o riviera) con canne. Non 

è una visione, ma solo un doloroso

venir fuori dell’immagine. Nel fotogramma gli uccelli

d’acqua alzano l’ansia. Un sottile

legame, un nodo, quel passare dello sguardo

che dice quanto siamo vicini e apparteniamo alla riva,

alla riviera. L’inquadratura

è ristretta, si vede, e si indovina, poco e male. Chi è

questo poeta legato dalle corde

della sineddoche (come un Ecceomo) invaso

dalle frecce della contiguità (un Sansebastiano) tagliato

a piccoli pezzi, da poterci giocare

i giochi più funesti (come un quaderno

a quadretti)? Chi è

questo poeta che mette in fila le parole come soldati

d’aria, li spinge a scivolare uno dopo

l’altro (lumachino, limone, luna, lacca, lingua, lapis,

legato, lampeggiante) chi è

questo poeta che scrive come facesse un film,

un montaggio estremo, fino a morirne? Non ci sono

nei suoi versi metafore se non smorzate, levigate,

numerate, ordinate secondo l’emozione

di un paragone cancellato. Scrive

i suoi dialoghi silenziosi e fa da cerimoniere

a se stesso, incontra le parole

e il deserto. Cos’è per lui la poesia

se non l’ossessiva mania di far somigliare il mondo

a quelle parole, metterle in corrispondenza,

cane a “cane”, annegato ad “annegare”. Fino a tornare

carponi, lui e la sfinge,

a cavarsi a vicenda il riso e lo sguardo, decisi

a non sapere che sull’alto letto Giocasta

e Laio stanno nella bianca tenebra aspettando

(Scrissi “Accecarsi” per i settant’anni di Edoardo Sanguineti e li lessi nel suo augurale incontro con l’Università di Salerno il 6 dicembre 2000. Fu pubblicato in AA.VV., “Per Edoardo Sanguineti: good luck (and look)”, a cura di Pietropaoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2002. Infine, approdò in uno dei miei libri di poesia più intensi, “I dolorosi discorsi”, Sottotraccia 2003) 

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