«A Salerno in cerca della terra promessa ma ho visto i miei amici morire»

Scritto da , 27 agosto 2018
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Brigida Vicinanza

«Mi chiamo Lamin, vengo dal Gambia ho 20 anni e fino a pochi mesi fa ero nella Comunità famiglia di Torre Annunziata “Mamma Matilde” a casa di Don Bosco». Una storia, un viaggio, una terra “promessa”. Giovanissimi alla ricerca di un luogo più fortunato dove crescere e dove sentirsi liberi. È la storia di Lamin, sbarcato a Salerno il 26 maggio del 2015 quando era ancora un minorenne e arrivato a Torre Annunziata, perché in città i posti per i minori non accompagnati erano finiti. «Sono cresciuto in un villaggio vicino Benjul, dove la vita era molto difficile. Ho visto povertà, ho visto guerre. Nel mio villaggio dovevamo fare molti chilometri a piedi per poter avere l’acqua potabile anche se la mia nazione ha un grande fiume. La vita non era semplice. Quasi nessuno di noi andava a scuola. Insieme ad altri due amici del mio villaggio, abbiamo sentito parlare di altri ragazzi che erano scappati per tentare la fortuna e una vita migliore. Allora un mattino, senza dire niente ai nostri genitori, abbiamo lasciato le nostre case, e abbiamo iniziato questa avventura. Abbiamo lavorato alcuni mesi dentro una risaia – racconta Lamin con la forza che adesso lo contraddistingue – per fare un po’ di soldi e affrontare il viaggio. Durante il cammino, mentre attraversavamo il deserto insieme ad altre cinquanta persone, il mio amico Shamim, a causa del forte caldo e della sete, si è sentito male. Ad un certo punto, quello che guidava il camion vedendo il mio amico che non si riprendeva, lo ha preso e lo ha lanciato giù dal camion abbandonandolo in mezzo a un deserto come un animale. Quando siamo arrivati in Libia pensavo che il peggio fosse passato, ma io e l’altro mio amico, siamo stati portati in un carcere dove siamo stati circa 20 giorni. Eravamo in tanti dentro al carcere: piccoli e grandi di tante nazioni diverse. Usciti da quel posto terribile, io e il mio amico, ci siamo messi a lavorare in un deposito di vestiti, per guadagnare qualche soldo utile a pagare il viaggio attraverso il mare per arrivare in Italia. Prima di salire sul gommone ci hanno chiesto i soldi, ma noi non volevamo darli, perché avevamo paura che anche questa volta saremmo stati derubati e lasciati li. Ma quando quell’uomo ha visto che facevamo resistenza, ha preso la pistola ed ha sparato in faccia al mio amico e lo ha ammazzato. Davanti a quella scena, io e tutti i 150 presenti li, presi dalla paura, abbiamo dato i soldi e ci siamo imbarcati. Dopo circa 10 ore che stavamo sul gommone, si è avvicinata una nave italiana. Quando abbiamo visto la nave, la nostra paura è quasi scomparsa infatti, saliti li sopra, abbiamo raggiunto Sal e r n o insieme ad altri 1017 migranti il 26 maggio del 2016. Dal porto, sono arrivato nella comunità». Da qui poi “ricomincia” la vita del rag a z z o : «Erano mesi che non mi lavavo in maniera decente, e non m a n g i a v o qualcosa di caldo e fatto bene. Lì ho trovato una nuova famiglia, vedevo i ragazzi italiani andare a scuola, giocare e vivere con i loro genitori. Sono le cose che speravo di fare anch’io, ma vorrei tanto anche aiutare mia mamma e mio fratello che sono del Gambia. Lì la vita è davvero difficile voi non ci siete mai stati e non sapete come vivere in quella nazione, dove ci sono pochi ricchi a tantissimi poveri. Ora la mia vita è bella grazie a Don Bosco». E grazie a “Don Bosco” Lamin è riuscito a crescere e a trovare anche lavoro in città: «La mattina andavo a scuola, il pomeriggio studiavo e frequentavo l’oratorio. Qualche giorno dopo i miei diciotto anni, un anno e mezzo fa, i salesiani mi hanno accolto a “casa del Carmelo”, un piccolo appartamento attaccato alla chiesa fino a quando sono riuscito ad affittarmi una casa. La cosa più bella che da più di un anno lavoro in una Pizzeria di Torre Annunziata e così posso aiutare anche la mia famiglia».

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