Alfieri, “Candidai la moglie di Squecco perché volevo vincere”

Scritto da , 14 Aprile 2021
image_pdfimage_print

«Alle elezioni si vuole vincere. Potevo stare più attento, ma era una battaglia difficile e non c’era la necessità di non candidare la moglie di Squecco». E’ quanto si legge in un’ intervista rilasciata dal sindaco di Capaccio Paestum Franco Alfieri, al collega Vincenzo Iurillo e pubblicata, ieri mattina, su “Giustizia di Fatto”, la news letter del giovedì riservata agli abbonati de “Il Fatto Quotidiano”.

Intervista che riproponiamo integralmente. Sindaco Alfieri, quando ha conosciuto De Luca? «Lo conosco dal 2007, dal primo congresso di Salerno del Pd. Uno spartiacque per la classe dirigente democratica locale. Ero assessore provinciale e mi schierai con De Luca contro il presidente della Provincia, Villani».

Perché De Luca non riesce a fare a meno di lei nel suo staff? Prima consigliere all’Agricoltura, poi capo segreteria, ora consigliere ai progetti della costa di Salerno sud. Sei anni ininterrottamente al suo fianco, lei è considerato le chiavi della cassa della Regione Campania per il Cilento e la piana del Sele.

«Il presidente De Luca usa il principio del merito. Io ho un’esperienza trentennale di pubblico amministratore, ho maturato competenza e conoscenza dei problemi, sono stato sindaco in tre comuni diversi, sono radicato sul territorio, ascolto il territorio, mantengo gli impegni quando si affrontano questioni importanti. Credo sia questo il motivo, non la risposta a una lealtà, e io parlo di lealtà, non di fedelta»̀.

I suoi avversari sostengono che De Luca non può fare a meno di lei perché gli porta un sacco di voti.

«Il consenso è una conseguenza del buon lavoro sul territorio, dell’affidarsi a persone come me che lo svolgono bene, e non è la motivazione dell’incarico».

Quanto l’ha danneggiata il discorso di De Luca sulle “fritture di pesce” che invece ha fatto sembrare esattamente il contrario, ovvero che lei lavori con il governatore perché gli porta molti voti?

«Non ho rancore verso il presidente per questa battuta, ma credo che mi abbia danneggiato tantissimo».

Non pensavate che quella battuta potesse diventare pubblica? C’erano tantissimi sindaci in sala.

«Al momento non la valutai, non la valutammo, così devastante, era una riunione riservata. Il presidente ama scherzare e fa battute con tutti. Io però non ero uno qualsiasi, ero Alfieri, una persona in vista e mi hanno reso un bersaglio per tanto tempo. Sono un po’ sfortunato».

Lei e De Luca avete mai affrontato in privato questo argomento?

«Assolutamente no. Non ce n’è stata occasione e non ce n’era necessità. Era una battuta».

Arriviamo a Capaccio Paestum. Quando ha conosciuto Roberto Squecco?

«Poco prima della campagna elettorale (si è votato nel giugno 2019, ndr)».

In che circostanza?

Mentre si preparavano le liste. La moglie si candidava con me (risulterà la prima eletta, nel gennaio scorso è stata arrestata insieme al marito e si è dimessa da consigliere, ndr) e Squecco è stata una delle tante conoscenze di quel periodo, in una città dove non avevo tanti rapporti al momento della mia candidatura».

Lei era a conoscenza dei trascorsi giudiziari di Squecco (condannato con sentenza passata in giudicato pochi mesi prima del voto, accuse di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso)?

«No. Quando incontro una persona non gli chiedo i casellari giudiziari. E ricordo che dalle intercettazioni che avete pubblicato, Squecco nel 2018 per parlare con me si è dovuto rivolgere a una persona che non è tra i miei migliori amici (Pasquale Mirarchi, ex vice sindaco di Albanella, ndr)».

Però la moglie di Squecco l’ha candidata lei. Non c’è una responsabilità politica rispetto alle persone che si candidano nelle proprie liste, per le quali si presume che un candidato sindaco si informi prima di accettarle?

«Senza ipocrisia: la responsabilità politica, l’opportunità, è un confine molto sottile. Alle elezioni si vuole vincere. Potevo stare più attento, ma era una battaglia difficile e non c’era la necessità di non candidare la moglie di Squecco, un avvocato, una persona rispettata, alla quale tuttora darei molta fiducia».

Mirarchi nel 2018 la cercò in nome di Squecco, che lei ancora non conosceva personalmente, per il problema del Lido Kennedy, chiuso per i problemi giudiziari di Squecco. Lei fa qualcosa? Si attiva?

«Assolutamente no. Non avevo responsabilità e ruoli su Capaccio. Come amo dire, le orecchie ascoltano tante cose, ma sono un avvocato e so cosa posso fare e quando invece fermarmi. Non me ne occupai allora e nemmeno dopo che sono diventato sindaco».

Allora perché il nome di Squecco compare sul suo decreto di perquisizione del maggio 2019 nell’inchiesta che la vede indagato per voto di scambio politico mafioso per fatti fino al 2017?

«Non lo so, lo vorrei sapere, sarei curioso di saperlo, e quando lo saprò mi farò qualche risata».

Riderà? Perché si sentirà sollevato?

«Perché non lo so. Io non c’entro assolutamente nulla, ne con la persona ne con le vicende che lo riguardano. Credo che sia una minestra messa in pentola per poter fare provvedimenti molto pericolosi per me e la mia campagna elettorale».

Può spiegarsi meglio?

«Il decreto di perquisizione riportava delle ipotesi di reato che avevano un senso solo se accostate a taluni personaggi. Ma questi personaggi sono stati accostati a me solo sulle carte, nella realtà non li conoscevo e comunque conoscere delle persone è un conto, commettere reati è un’altra cosa».

Quale fu la sua prima reazione al corteo di ambulanze guidato da Squecco?

«Mi sono indignato. Una grande carnevalata senza senso, che gli è costata cara con le indagini della magistratura e le revoche dell’Asl. Una cosa devastante per l’immagine, ci ha rovinato la vittoria. Il giorno dopo si sarebbe dovuto parlare di un sindaco che vinceva nel terzo comune e invece si è parlato solo di questo e ancora adesso dopo due anni si parla solo di questo e mi chiedo: io che c’entro?»

Lei ha mai incontrato esponenti dei Marandino?

Assolutamente no.

Non la inquieta quello che ha letto nei nostri articoli sulle pressioni di Squecco in questo territorio? «Sono fatti che non mi riguardano, lontani nel tempo e non in relazione con la mia amministrazione. La mia storia politica è lontana anni luce da queste cose».

Dagli atti delle indagini su Squecco risulta dai tabulati che lei il 5 aprile 2019, due mesi prima del voto, ha chiamato Squecco e la telefonata è durata un minuto. Si ricorda cosa vi siete detti?

«Non lo ricordo di preciso, ma certamente avrà riguardato la campagna elettorale, la candidatura della moglie».

Lei purtroppo è sempre ricordato per la battuta delle fritture o il carosello di ambulanze. Come preferirebbe invece essere ricordato o descritto?

«Come il sindaco e il politico che ha sempre mantenuto gli impegni dei suoi programmi elettorali, ascoltando la gente con umanità. Chi mi ricorda per le fritture non mi perdona il successo, banalizza, ha provato a chiedermi l’impossibile o l’illecito e non l’ha ottenuto».

Lei è anche il sindaco del 92% ad Agropoli e di solito tanto consenso preoccupa, sollecita interrogativi sulla qualità del voto. Lei cosa replica?

«Che avrei potuto prendere anche di più, se non avesse prevalso un poco di invidia. Questo è il rendiconto delle cose che ho fatto ad Agropoli in dieci anni (e consegna un volume sui lavori svolti, ndr) e sfido a trovare un sindaco in Italia che ha programmato, iniziato, completato e consegnato alla sua comunità le opere che ho fatto io».

Se, come chiesto dalle opposizioni, a Capaccio dovesse arrivare una commissione d’accesso?

Saranno molto contenti di venirsi a mangiare le mozzarelle»

pieffe.

Consiglia

Cronaca

Attualità

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->