Dracula invasore straniero

Scritto da , 21 Aprile 2019
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Dracula invasore straniero

Sigillo aureo sul cartellone del Teatro Verdi di Salerno da parte di Sergio Rubini e Luigi Lo Cascio che hanno fatto rivivere il mito sempre attuale del vampiro.

 

Di ARISTIDE FIORE

Misurarsi col cinema horror, dal muto ai giorni nostri, per sprigionare in teatro la forza di un famosissimo romanzo gotico è la scommessa vinta, a giudicare dal gradimento del pubblico, con “Dracula”, nell’adattamento di Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi dell’opera omonima di Bram Stoker: una coproduzione di Teatro della Toscana e Teatro Nuovo di Marco Balsamo che ha chiuso il cartellone di prosa 2018-2019 al Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno. La regia di Sergio Rubini regge il confronto e lo supera avvicinandosi alla forma d’arte che ha sfruttato di più il tema dell’orrore, e in particolare proprio questa storia, evitando però di ingaggiare una gara impari sul piano della finzione. Rimandano al cinema le luci di Tommaso Toscano, che isolano piccole porzioni della scena per ottenere vere e proprie inquadrature o si protendono dall’alto, evocando apparizioni avvolte da un alone spettrale. Gli altri effetti speciali che connotano questo allestimento trasportano però lo spettatore nella dimensione del teatro, disponendolo a stare al gioco, a recepire il fascino di ciò che si compie attimo per attimo sul palcoscenico. L’azione è scandita da brume sinistre, tempeste, folate di vento, tormente di neve, ai quali si accompagnano le musiche di Giuseppe Vadalà e i suoni inquietanti che spiccano dal tessuto rumoristico del commento sonoro ideato e prodotto istante per istante da G.U.P. Alcaro, il quale si mostra in una specie di gabbiotto radiofonico completamente decontestualizzato, determinando un ironico contrappunto alla finzione scenica. La dinamicità della rappresentazione è favorita dalle soluzioni scenografiche di Gregorio Botta, semplici e efficaci, come i pannelli sfinestrati coperti da teli sudici, impiegati di volta in volta per delimitare scompartimenti ferroviari, fungere da porte e finestre o da specchi che non riflettono. Di grande effetto è la fantasmagoria di drappi neri svolazzanti sullo sfondo, che passa dalla pura astrazione fino a rappresentare, interrompendone il moto, il sinistro maniero del vampiro. La spettacolarità di questo gran dispiegamento di mezzi intende soltanto accordarsi all’atmosfera della vicenda, senza pretendere davvero di creare l’illusione della realtà. Il resto, la gran parte del lavoro evidentemente, viene affidato, come è giusto che sia, alla bravura degli attori, alla loro capacità di trasmettere all’istante senso e emozioni. Concorrono brillantemente a questo risultato l’intensità e il sapiente uso della voce di Luigi Lo Cascio nei panni del protagonista, il giovane avvocato Jonathan Harker e la camaleontica interpretazione di Margherita Laterza, nel ruolo di Mina, fidanzata e poi moglie di Jonathan, molto abile nel rendere la sconvolgente mutevolezza del comportamento di un personaggio mite e sentimentale ma soggiogato dall’influenza negativa del vampiro, che suscita in lei improvvisi rapimenti estatici e inattesi slanci erotici o bestiali. La struttura epistolare, diaristica del romanzo si presta benissimo alla resa scenica, in quanto gli eventi più drammatici vengono rievocati attraverso il racconto dei personaggi, intenti a scrivere o a leggere diari e giornali. D’altronde si tratta di un espediente al quale il teatro ha fatto sempre ricorso fin dalle sue origini. Cosicché allo strano atteggiamento di un sempre più alienato Martin Renfield interpretato da Lorenzo Lavia si affianca il racconto epistolare del Dottor John Seward (Roberto Salemi), direttore del manicomio in cui è ricoverato. A Sergio Rubini, che impersona il professor Abraham Van Helsing, del quale Seward era stato allievo, spetta il compito di tenere insieme le fila della vicenda, resa mediante una difficile sintesi, e condurla all’epilogo ovvero alla sconfitta di un nemico più simbolico che reale. L’aspetto possente e l’atteggiamento spavaldo del vampiro interpretato da Geno Diana sembrerebbe accordarsi poco con l’atmosfera tetra e misteriosa che pervade l’intera messa in scena, oltre che con le fattezze del personaggio descritto nel romanzo. A ben vedere tuttavia, lo si potrebbe ritenere più vicino al personaggio storico al quale Stoker si ispirò: Vlad III Dracula, l’impalatore, il sanguinario principe di Valacchia, vissuto nel XV secolo. Stoker, lasciando sottinteso che il suo vampiro, trattandosi di un non-morto, sia lo stesso personaggio, ne amplia la genealogia fino a tracciare legami con i vari popoli guerrieri che terrorizzarono l’Europa tardo-antica e medievale, risalendo fino a Attila. Dunque già nell’opera letteraria, al di là della connotazione soprannaturale e mostruosa del personaggio, venne posto l’accento sulla sua alterità etnica, che in questo adattamento teatrale è resa soprattutto attraverso la recitazione in rumeno. Dracula incarna quindi la paura dello straniero, del presunto invasore rapace e, più in generale, dell’altro, sul quale è facile proiettare le proprie paure ma forse anche le proprie eventuali tendenze inconfessabili.

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