D’Angelo: “Terza dose? Solo così si può provare a sconfiggere il virus e le sue varianti”

di Monica De Santis

Terza dose dei vaccini anti covid. Fino a pochi mesi fa era solo alcuni ne parlavano, senza darlo comunque per certo. Da qualche settimana invece la questione è diventata già realtà per alcuni paesi, mentre altri la stanno prendendo seriamente in considerazione, anche se l’Organizzazione mondiale della sanità, non è del tutto favorevole considerata l’enorme disparità nella disponibilità e nella distribuzione dei vaccini a livello mondiale. Va infatti ricordato che se da un lato ci sono stati, come Israele, dove la terza dose viene già somministrata, dall’altro ci sono stati dov’è non è ancora iniziata la campagna di vaccinazione.”La somministrazione della terza dose nasce dopo una serie di ricerche effettuate sia negli Stati Uniti che in Germania e che ha visto, questi ricercatori, concordi sul fatto che coloro che hanno ricevuto le due dosi di vaccino diversi mesi fa hanno perso in parte la carica difensiva e quindi con questa nuova variante la delta sono nuovamente soggetti esposti. – spiega il dott Giovanni D’Angelo, presidente dell’Ordine dei Medici e odontoiatri di Salerno – Questo ovviamente è un primo aspetto per il quale buona parte dei ricercatori e dei medici Stanno consigliando la terza dose. C’è poi una seconda motivazione per la quale si sta spingendo verso la terza dose, ovvero quella che i soggetti che la riceveranno svilupperanno maggiori anticorpi e quindi maggiori possibilità di non contrarre la variante Delta che in questo momento è quella più diffusa. In Israele, ad esempio la somministrazione della terza dose è già in atto per quei soggetti che hanno un’età superiore ai 50 anni e per quei soggetti che hanno sviluppato meno anticorpi con le prime due dosi del vaccino. E come in Israele Adesso anche in Inghilterra si darà il via alla terza dose è proprio pochi giorni fa anche L’America ha annunciato che da settembre inizierà la somministrazione della terza dose del vaccino. In Italia Invece non avendo una posizione vendemmiata in merito, si sta facendo ancora come si suol dire il pari e dispari, tra chi consiglia la terza dose e chi invece no. Diciamo che al momento si sta prendendo un po’ di tempo, Anche perché stando a quello che ha detto il generale Figliuolo, noi riusciremo a raggiungere l’immunità di gregge nazionale a fine ottobre”.Sull’ipotesi che la terza dose possa essere somministrata solo dai medici di base e non più nei centri vaccinali creati in diversi punti delle città italiane, il dottor D’Angelo spiega che… “in realtà i medici di base non si sono mai tirati indietro davanti alla possibilità di somministrare i vaccini. Inizialmente dovevano essere solo loro quelli che dovevano appunto somministrare il vaccino poi però, con delle contraddizioni di fondo, visto che non sono state consegnate le dosi necessarie ai medici di famiglia, l’azione di andare abbacinare a domicilio i propri pazienti non è stata possibile, pertanto ad oggi i medici di base con le pochissime dosi che hanno ricevuto hanno potuto davvero vaccinare pochissime persone. Sulla terza dose fatta somministrare solo ai medici di base, certamente è una cosa fattibile le potenzialità ci sono tutte e anche la disponibilità dei medici di famiglia. Il problema è un altro Nel senso che bisognerà prima dare delle rassicurazioni di carattere scientifico forte sulla terza dose perché al momento non abbiamo elementi di paragone sugli effetti che questa può avere sulle persone. Mentre, per dare una buona notizia, lo scorso 23 agosto la più grande agenzia americana delegata ad autorizzare l’utilizzo di tutti i farmaci che sono in commercio negli Stati Uniti, Ha dichiarato che è terminato il periodo di sperimentazione Per quanto concerne il vaccino faeser e di conseguenza anche il moderna E che i dati raccolti sono positivi e che quindi questi vaccini dallo scorso 23 agosto non sono più da considerarsi sperimentali ma vaccini a tutti gli effetti proprio come quelli che si fanno obbligatoriamente ai bambini e ai neonati. I dati che loro hanno raccolto in tutto questo periodo in cui la vaccinazione non poteva essere obbligatoria perché appunto, i vaccini erano ancora in fase sperimentale, hanno dato risultati ottimi tanto da far dichiarare conclusa la sperimentazione. Ovviamente qui da noi questo compito è affidato all’Ema, che sicuramente farà le sue valutazioni e analizzerà tutti i dati, certo è che i risultati che arrivano dagli Stati Uniti ci lasciano ben sperare – prosegue ancora il dottor Giovanni D’Angelo – Ma soprattutto questa notizia che arriva dagli Stati Uniti farà sicuramente cadere un po’ di quei dubbi e di quelle perplessità che avevano e che hanno coloro che non si sono ancora vaccinati e che si sono lasciati un po’ fuorviare dai discorsi dei novax che con forza cercano di convincere le persone a non farsi vaccinare. – conclude il presidente dell’Ordine dei Medici ed odontoiatri di Salerno – Ora che i vaccini sono stati dichiarati sicuri, ripeto almeno per quanto riguarda i vaccini utilizzati negli Stati Uniti e quindi il phaiser, è normale che non si potrà più dire che si sta facendo da cavie”.




Piero Giuliacci: l’ultimo Canio

Crescendo d’emozioni all’ Arena Ghirelli per il secondo cast di Cavalleria Rusticana e Pagliacci. Applausi e bis per “Recitar….Vesti la giubba”

Di Olga Chieffi

Secondo cast in scena venerdì sera, per Cavalleria Rusticana e Pagliacci, in scena nell’ arena all’aperto del teatro Ghirelli, poiché diversi protagonisti, come anche il direttore Daniel Oren hanno dovuto dividersi tra l’Arena di Verona e Salerno. Dopo l’esordio di Gianluca Terranova nel ruolo di Canio, un’interpretazione abbastanza discutibile, sia per canto che recitazione, il pubblico ha potuto godere della voce di Piero Giuliacci, l’ultimo Canio. Un Canio credibile, che ha impreziosito la regia di Riccardo Canessa, che guardava ai tempi di Caruso, e che in Giuliacci, ha avuto l’interprete, certamente più vero e reale di Gianluca Terranova. Giuliacci ha affrontato un ruolo e in particolare quel furibondo “Recitar…..Vesti la giubba”, che ha fatto e fa la fortuna dell’opera, simbolo di grandissimi quali Caruso, Pertile, Tamagno, eseguito con pronuncia aggressiva e scolpita, pronunciato in un crescendo di cupezza, dagli accenti roventi e terribili, superando di mestiere gli ostacoli di cui è punteggiata l’aria.  Generosità, per il tenore, avanti negli anni, ma di grandissima esperienza consapevole che la frase rivelatrice del tormento di Canio è “No, pagliaccio non sono”. Pretende rispetto. Lui è un uomo anziano per la giovanissima Nedda, spesso irriverente; lui l’ha tolta dalla strada, le ha dato un’identità, la giudica perciò irriconoscente. Avverte nell’aria il pericolo costante del tradimento, è geloso fino all’inverosimile. Ma a far traboccare il caso è il modo in cui lei, con passionalità e ingenuità tutta giovanile tenta di ingannarlo e giocarselo, come se avesse a che fare con un rimbecillito. Tutto ciò è sottolineato perfettamente dalla regia di Riccardo Canessa che ben conosce Giuliacci, riuscendo oltremodo a valorizzare il suo sentire musicale, che ha sposato perfettamente quello di Daniel Oren. I turgori melodici, cui Oren tiene tanto stanno a significare che i cuori sono coacervo di sentimenti, passioni volontà, desideri; ma le deformazioni dissonanti, il cromatismo a volte beffardo, a volte oscuro e involuto, dicono che il gelo, la beffa, la malattia, lo schifo di un’esistenza raminga e misera possono uccidere tutto, anche i pensieri e gli affetti. Lo  abbiamo avvertito in quelle stranezze e durezze della condotta armonica in cui sta la grottesca, anche allucinata caricatura di questi esseri, dal trucco che si disfa quando scendono le lacrime, che in genere nessuno del pubblico vede, perché abituato a ridere delle facce imbellettate e stolide, ma che venerdì sera, nel corso della recita nella continua osmosi finzione-realtà, che è Pagliacci, sono scorse davvero in platea.




Un anno che pare sognato

Teatri in blu ha affidato la sua terza serata  al cantautore Pacifico  in scena in piazzetta Grotta alle ore 21.00 in duo con il violista Antonio Leofreddi

 

Di Olga Chieffi

Tutto pronto, a Cetara, per il terzo appuntamento con Teatri in Blu, il festival di teatro e musica ideato e diretto da Vincenzo Albano, giunto quest’anno alla sua quinta edizione. Stasera sarà protagonista il cantautore Pacifico (piano, chitarra, voce), in scena in piazzetta Grotta alle ore 21.00  con il live Un anno che pare sognato, in duo con la voce umana della viola di Antonio Leofreddi. Luigi De Crescenzo è un cantautore e un autore (la sua firma è su brani di Celentano, Vanoni, Ayane, Zucchero e molti altri). E’ uno che sa maneggiare le parole. Gino De Crescenzo è un uomo pacifico, ma nel senso proprio dell’Oceano, a cui ha dato il nome Magellano. Pacifico in quanto agitato da bufere interiori apparentemente insanabili (“Acqua , fuoco, onde cento metri,/ vento di burrasca che fa tremare i vetri e che mi batte”). Non fosse, poi, che tale “pacificità” diviene una vera e propria cifra stilistica e poetica per l’artista Pacifico. Per dirla, fuor di metafora: quella che ci canta magistralmente il cantautore milanese è un’eterna e unica canzone fin dal suo primo album. Una canzone dall’andatura calma (appunto) e quasi sommessa, che racconta, spesso, un tormento interiore. Se fosse letteratura, ci muoveremo probabilmente nel campo dell’antimodernismo. Pacifico ha una capacità davvero unica di muoversi su diversi fronti, dalla realtà quotidiana del piccolo gesto minimalista, della piccola storia vissuta, sul fronte di certo lirismo interiore, per descrivere ciò che avviene dentro. Dentro di lui e naturalmente di noi, ovvero la conoscenza del coacervo umano,  le grandi canzoni d’amore. Si avverte da una parte un ripiegarsi verso un passato che non può tornare dall’altro la visione di un futuro tanto incerto, quanto umanamente affascinante e fonte di ulteriori paure,  il tutto reso efficacemente attraverso le sue intenzioni a livello linguistico. “Farò qualche concerto questa estate – spiega il cantautore – Sarò da solo in scena, solo per modo di dire. A fianco a me avrò la viola colta ed esploratrice di Antonio Leofreddi. Sparpagliate sul palco un paio di chitarre, un pianoforte. Naturalmente la canzoni e anche le chiacchiere. Porterò il quaderno spiegazzato su cui ho appuntato pensieri e moccoli, in questa annata che pare un sogno collettivo e faticoso. La musica, costretta in una stanza, finalmente torna in giardino, in terrazza. Sarà completa con il rumore di chi verrà, il trascinamento dei sandali sulla ghiaia per arrivare alle sedie, gli applausi, i colpi di tosse, gli schiaffi sulla pelle per allontanare le zanzare”.




 L’esperienza di Andrea Santarsiere per i giovani

Il percussionista dell’ Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, concluderà oggi, una masterclass, promossa dall’Associazione Amicus del Presidente Gerardo Sapere, tra il verde del Colle San Bartolomeo di Giovi a Salerno

L’aspetto più entusiasmante delle percussioni è che, contrariamente a quanto si crede, hanno una grande capacità di adattamento. Infatti, pensare di non poter eseguire musica da camera di genere classico con piccoli tamburi e piatti è sbagliato, dato che l’intera gamma dei suoni prodotti da questi strumenti è a nostra disposizione, dai quasi impercettibili Pianissimo fino ai più penetranti Forte. Gli esotismi che, ancora occasionalmente udiamo o ci aspettiamo di udire, tra alcuni decenni saranno magari  superati, come l’origine turca  dei piatti a mano, ma resterà il loro DNA. E’ quanto ha dimostrato in due giorni di full immersion il M° Andrea  Santarsiere, percussionista dell’ Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ai suoi allievi, Alessia e Simone Pietro Parisi, Antonio e Mario Senatore, Nicola Sassano, Alessandro Ceglia, Giulia Nappa, Matteo Ferrara, Diego Basile, Andrea De Chiara, Salvatore Caprioli, Carmine Landi, Alfonso Izzo, Carmine Di Muro, Raffaele Silvestri, Andrea Iaccino, Mauro Caputo, protagonisti assoluti di una Masterclass, che prenderà il via stamane, organizzata tra il verde del colle di San Bartolomeo in Giovi, a Salerno, dall’Associazione Amicus del Presidente Gerardo Sapere, unitamente ad un cartello di istituzioni e associazioni, quali la Regione Campania, il Comune di Salerno e il Conservatorio Giuseppe Martucci, il Liceo Alfano I, il Maiori Festival, l’Accademia il Suono dell’Arte, Percussioniamo, sostenuti da un cartello di sponsor tecnici. Al fianco di Andrea Santarsiere, che avvicinerà i futuri percussionisti a passi e studi su tutti gli strumenti a percussione, oltre alle tecniche di Mental training e preparazione psicofisica i concorsi, snare drum, con le sue diverse tecniche e stili e tecnica di tutti gli accessori orchestrali, ci saranno i suoi colleghi Gerardo Sapere, Antonio Palmieri e Rosario Barbarulo, in questa due giorni che sarà un importante momento di condivisione in grado di incoraggiare i giovani musicisti allo studio della musica e creare un fertile scambio di sapere, che favorirà la crescita di allievi e docenti.  Oltre alle giornate di studio, l’evento di sera si apre al pubblico, con due incontri, il primo affidato ad Alfredo Capozzi esperto di tecnologie audio, dal titolo “Le percussioni nella produzione audio”, il secondo a Romeo Cagossi, che relazionerà sul tema “La musica sacra fra antico e moderno”. Ai ragazzi, provenienti dall’intero territorio nazionale, verrà data la possibilità di esibirsi ed esprimere quanto appreso durante le giornate di studio, attraverso singoli interventi musicali e brani d’ensemble, a coronamento di un percorso di confronto di competenze, esperienze e personalità differenti, ma unite dall’universale linguaggio della musica.




Salernitana; la moglie ha malore, Castori corre in ospedale

Una corsa in ospedale per sincerarsi delle condizioni della moglie, che aveva avuto in lieve malore allo stadio durante la partita. Per questo, informa la Salernitana, il tecnico Fabrizio Castori non ha partecipato al post-gara della sfida persa 4-0 con la Roma all’Arechi ed e’ stato sostituito in conferenza stampa dal vice, Riccardo Bocchini. La societa’ ha fatto sapere che Castori si e’ recato nel vicino ospedale di SALERNO dove la moglie Paola era stata portata dopo aver subito un mancamento. Le sue condizioni, a quanto si e’ appreso, non desterebbero preoccupazioni.




La Roma travolge la Salernitana

A  Salernola Roma cala il poker (0-4), trovando la quarta vittoria consecutiva. Dinanzi a 13mila tifosi (in tribuna anche la principessa del Qatar Hessa Al Thani), la squadra di Mourinho impiega un tempo per sfondare il bunker della Salernitana ma, poi, dilaga. Bastano pochi minuti per intuire quale sara’ il monologo della gara: la Roma attacca a testa bassa, provando a sfruttare soprattutto le corsie esterne; la Salernitana, schierata con la difesa a cinque (Aya in extremis sostituisce Bogdan, out per un problema muscolare), resta arroccata dietro e, quando puo’, prova ad uscire dalla propria meta’ campo. Il primo squillo dell’incontro e’ di marca giallorossa: Vina dopo nemmeno centoventi secondi prova a sorprendere Belec che si distende sulla sua destra e devia in angolo. Con il passare dei minuti la Salernitana sembra riuscire a prendere le misure alla formazione di Mourinho che ha nettamente in mano il pallino del gioco ma non riesce a bucare la difesa del cavalluccio marino. Belec in un paio di circostanze e’ attento su Mancini e Abraham, deviando in angolo i tentativi di testa dei calciatori della Roma. I granata alla mezzora provano a farsi vedere dalle parti di Rui Patricio con una botta di Mamadou Coulibaly che termina alta sulla traversa. Ma sara’ uno dei pochi tentativi del cavalluccio marino. Nella ripresa, infatti, il bunker della Salernitana si sgretola sotto i colpi dei giallorossi che in sette minuti mandano al tappeto i padroni di casa. Pellegrini (3′), lanciato da Vina, approfitta di una dormita della retroguardia campana, controlla in area e in diagonale batte Belec, tutt’altro che impeccabile nella circostanza. Nemmeno il tempo di riorganizzarsi che la squadra di Mourinho raddoppia con un’azione spettacolare tutta in verticale: Abraham tocca per Mkhitaryan che di prima manda in porta Veretout, abile a trovare l’angolino alla sinistra di Belec. Castori si gioca la carta Simy ma, al netto di un tentativo in girata di Bonazzoli, Rui Patricio non rischia nulla. Anzi. Al 25′ arriva il sigillo d’autore: Abraham, servito da Carles Perez, fa partire una traiettoria imparabile dal limite, trovando il suo primo gol in Italia. Nove minuti dopo e’ Pellegrini a trovare un gol quasi fotocopia a quello dell’inglese ma nel sette opposto. Una perla che chiude l’incontro e che regala la quarta vittoria di fila alla Roma. Per la Salernitana c’e’ ancora tanto da lavorare ma i granata escono comunque tra gli applausi del proprio pubblico.




L’incanto del teatro e della musica

Prosegue stasera Teatri in Blu, a Cetara con Il Teatro dei piedi di Laura Kibel e il live di Patrizia Laquidara

 

Di Olga Chieffi

Stasera, a Cetara, secondo appuntamento con Teatri in Blu, il festival di teatro e musica ideato e diretto da Vincenzo Albano, giunto quest’anno alla sua quinta edizione. In questa giornata di eventi, pensata per tutte le età, per la sezione #bluKIDS va in scena in piazza San Francesco ore 20.30 “Va’ dove ti porta il piede” di e con Laura Kibel, artista che ha collaborato con il Cirque du Soleil, mentre alle 22.00 in piazzetta Grotta si prosegue con il live Storie di Patrizia Laquidara, vincitrice al Festival di Sanremo del premio Alex Baroni per la migliore interpretazione, oltre che del Premio assoluto della critica Mia Martini. Il teatro per famiglie, in scena le tecniche di animazione di Laura Kibel e Verónica González. Il Teatro dei piedi, a metà strada tra il mimo e il teatro di oggetti, ha una genesi unica: gli spettatori che restano a bocca aperta per la sorpresa di vedere dei piedi umani trasformarsi in personaggi, sono il vero premio per tanta ricerca e fatica. Alla domanda “ma è una loro invenzione?”, l’onestà intellettuale dovrebbe illustrare uno squarcio di storia. Nell”800 e primi ‘900, in Corea esistevano delle compagnie formate da un attore a vista e un burattinaio nascosto che con un piede “mascherato” interagiva con l’attore. Questa tecnica si chiama Pal-Tal, ed è stata oggetto di studi presso l’Università di Palermo. Negli anni ’70, a Barcellona, Joan Baixas sperimenta il teatro visuale utilizzando i piedi, prima di lui Elayne Guyon monta un cabaret, a Roma con Alessandro Fersen e Lele Luzzati, negli anni ’80/90 Hugo Suarez un mimo peruviano e Ines Pasic  un’artista bosniaca, danno vita a un teatro di figura che mette in primo piani mimo e parti del corpo, soprattutto mani, tra queste storie c’è uno sketch fatto con un piede, e uno fatto col ginocchio. Altre compagnie come “Figurina” (Ungheria), Josè Navarro (Perù) utilizzano il piede in varie forme. Laura Kibel e Veronica Gonzalez si sono concentrate molto sulla “gambe”, e l’uso dei piedi e delle ginocchia e di ogni segmento degli arti inferiori, ha talmente caratterizzato il loro lavoro che hanno scelto di chiamarsi Teatro dei Piedi la Kibel e Teatrino dei Piedi la Gonzalez. Laura Kibel approda a questo teatro “corporale” dopo un percorso professionale eclettico, da polistrumentista, costumista e scenografa. Alle 22.00 nella suggestiva piazzetta Grotta, Patrizia Laquidara, con  Davide Repele  alla chitarra, presentano Storie, un live dove la protagonista assoluta sarà la narrativa musicale: la voce che canta e che racconta, che affabula col suo canto nudo. Patrizia Laquidara mette in gioco la sua dote narrativa attraverso la lettura di racconti da lei scritti (in prossima uscita con Neri Pozza), a cui fa da contraltare il suo canto, le canzoni che l’hanno fatta conoscere come cantautrice, ma anche i canti di un repertorio “altro”, che, vivo e potente, diventa filo conduttore tra lei e il pubblico, accompagnandola, a volte in maniera giocosa e fanciullesca, altre volte in maniera intima ed emozionante, dentro le storie narrate, con la chitarra che entrerà in risonanza con il canto e con le parole attraverso un percorso fatto di mistero, rito, gioco e sensualità.




L’editoriale/ SERIE A-MMINISTRATIVE

di Erika Noschese

Quando la squadra cittadina festeggia la promozione in A è grande festa. Quando a farlo è la Salernitana, che mancava dalla massima serie da ben 22 anni, i festeggiamenti sono doppi. Quando a festeggiare c’è una delle tifoserie più apprezzate d’Italia, l’impegno è triplicato. Quando tutto questo accade a pochi mesi dalle Amministrative, però, tutto cambia.
Non mancava nessuno sul tetto dell’Arechi, a maggio, a festeggiare con i granata neopromossi. Una storia sui social in cui ci si ritrae tra la gente, tra i fumogeni granata e accanto alla squadra del miracolo di Castori ed è subito “amore per la città”. Viene da chiedersi quanti hanno fatto le stesse corse per celebrare le grandiose vittorie della pallamano femminile o della pallanuoto, assessore al ramo incluso.
Ma a Salerno, piccolo inciso a parte, si sa che la maggior parte della cittadinanza si ritrova racchiusa sotto al caro cavalluccio marino. E quindi, a ridosso della competizione elettorale per la corsa a Palazzo Guerra, una discreta parte di candidati parla inevitabilmente di Salernitana. Lo hanno fatto già nel corso del tempo, sia chiaro: Cammarota caldeggiava l’idea di un azionariato popolare per la Salernitana, il sindaco uscente Napoli chiedeva di agire per il bene della Salernitana a meno di 2 ore dal termine utile per la presentazione del trust necessario per l’iscrizione in serie A, il governatore De Luca ha sempre urlato “forza Salernitana” dal palco del Capodanno in piazza e così via. A prescindere dagli schieramenti, a prescindere dalle personalità e dall’effettivo interesse per lo sport salernitano (leggasi Salernitana, perché degli altri sport poco o niente se ne parla. Per ulteriori informazioni chiedere, ad esempio, alla Fidal che attendeva i lavori per il nuovo manto della pista di atletica del Vestuti da anni). Si salva, andando a memoria, soltanto il consigliere uscente Lambiase: ma va detto che lui con le strutture in cemento della città di Salerno non ha un ottimo rapporto, quindi avrà preferito evitare ulteriori discussioni. C’è però un’aggravante, ora: in questi giorni sono tutti molto interessati alle vicende dello stadio Arechi poiché domenica sera la Salernitana giocherà la sua prima in casa dopo 22 anni. Con un piccolo inciso: anche stavolta non sarà possibile utilizzare la metropolitana per raggiungere l’Arechi, giusto per essere sicuri che l’effettiva inutilità di un mezzo di trasporto già poco utilizzato restasse totalmente immobile in un momento particolare che necessiterebbe, anzi, di un potenziamento dei servizi di trasporto pubblico. Ma andiamo oltre. Tra sopralluoghi e rincorse all’ultimo secondo per consentire la risoluzione di problemi che si sarebbero dovuti risolvere almeno due mesi fa, spuntano consiglieri e candidati che desiderano qualche secondo di celebrità per manifestare il proprio viscerale interesse per le vicende della squadra locale. Su tutti il consigliere uscente e candidato della Lega, Dante Santoro, che annuncia sui social di voler attivare il suo ormai celebre “fiato sul collo” per consentire la riapertura della Curva Nord per garantire maggiore capienza di pubblico. Tentativo legittimo, pensa il consigliere, di racimolare consensi tra i tifosi della Salernitana che sicuramente attendevano un post del leghista per sentirsi tranquilli sulla vicenda. Il risultato, sia lì sia su altri post che strumentalizzano la Salernitana per fini elettorali, è facilmente intuibile: insulti e provocazioni indirizzate all’autore del post, reo confesso di volersi interessare alle vicende dello stadio Arechi a poco più di trenta giorni dalle Amministrative. Avrebbe potuto, lui e chi ne ha seguito il tentativo, farlo tempo fa, poiché sarebbe stato bello riaprire la curva Nord anche in caso di altri sfavorevoli risultati dei granata, ma non sarebbe stato ugualmente divertente: le cronache politiche e la comunicazione social degli ultimissimi tempi lasciano ampiamente intuire che si preferisce navigare a vista in una competizione con troppe squadre iscritte, ancor più giocatori e pochissimi onori. Quale competizione? La serie A-mministrative, ovviamente, che banalizza lo straordinario, enfatizza l’ordinario e dimentica il necessario. Le squadre di serie A lo sanno: servono continuità di risultati, serietà e investimenti della società e soprattutto occorre tempo, per costruire, altrimenti il sogno della serie A dura poco. Le squadre e i giocatori della serie A-mministrative ancora non lo hanno capito?



Pillole per una Nuova storia letteraria 027 di Federico Sanguineti

Su stilnobbismo e storia letteraria

 

Di Federico Sanguineti

 

Non c’è nulla di più istruttivo di un confronto fra differenti storie letterarie, giacché le categorie su cui poggia la storiografia mutano continuamente, e ciò che oggi a scuola o all’università pare ovvio, ieri non lo era affatto (e difficilmente, si presume, lo sarà domani). Se si legge la Storia della letteratura italiana (1772-1782) di Tiraboschi, si scopre che la dolcezza stilistica non evoca affatto il cosiddetto “dolce stil novo”, ma l’encomio funebre scritto da Petrarca per Barbato da Sulmona, definito dolce per lo stile (“stilo dulcis”) in una delle Senili (libro terzo, epistola quattro): “Grande è l’elogio che ivi ne fa Petrarca, dicendo che uom più dolce, più incorrotto, più schietto, più amante dello studio non era mai stato al mondo; che le lettere erano l’unico piacer di Barbato, uomo nemico della gloria, della ostentazion, della invidia, di vivace ingegno, di dolce stile, di ampia dottrina e di vasta memoria”. Così afferma l’erudito settecentesco, non ignorando tuttavia che Bonagiunta da Lucca è “da Dante veduto nel Purgatorio punito insiem co’ golosi”; anzi, in riferimento al canto XXIV, egli precisa: “Essi poi vengono a’ complimenti, e Buonagiunta confessa che Dante nel poetare il superava di troppo”; ma, quanto a “dolce stil novo”, non se ne fa la benché minima menzione. Un secolo dopo, nella sua Storia della letteratura italiana (1870), De Sanctis ne dà invece per scontata l’esistenza: “Di questo dolce stil novo il precursore fu Guinicelli, il fabbro fu Cino, il poeta fu Cavalcanti”. Chi legga il verso 57 di Purgatorio XXIV in una qualsiasi edizione critica, ha modo di vedere che ogni copista riporta il testo a modo suo. Villani legge: “di qua dal dolce stilo novo ch’io odo”; altri: “di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo”; “di qua dal dolce sole il novo chiodo”; “di qua dal dolce stile il novo chiodo”; “di qua dal dolce stile il nuovo ch’io odo”, ecc. Nell’edizione pubblicata per la Fondazione Ezio Franceschini nel 2001, mettendo una volta per tutte il dito nella piaga, si è avviata un’inchiesta su come quel verso debba o non debba leggersi. Ma, anche ammesso che Dante (di cui non si ha neppure un autografo) abbia scritto “dolce stil novo”, occorre dire che la categorizzazione di De Sanctis è puramente ideologica, esprimendo l’esigenza di una storia letteraria di gusto romantico-borghese, dove poeti diversi fra loro (e spesso fra loro in contrasto) finiscono col coesistere pacificamente sotto un’unica etichetta. Nasce pertanto, venendo al XX secolo, attestata a partire dal 1942, come informa il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Cortelazzo e Zolli, la parola “stilnovismo” (“modo di poetare caratteristico degli stilnovisti”). Infine, volendo dare uno sguardo ai postillatori del Poema, nessuno ha mai parlato di “stilnovismo” prima del 1960, data del commento di Mattalia che, bontà sua, lo individua nel canto di Francesca da Rimini, il quinto dell’Inferno. Lo segue Bosco che, in collaborazione con Reggio, nel commento del 1979 scopre lo “stilnovismo” all’interno del secondo canto del Purgatorio ed “echi di un rinnovato stilnovismo” nella figura di Matelda. A loro volta, Pasquini e Quaglio, nel 1982, scorgono in Bonagiunta Orbicciani “certi presentimenti dello stilnovismo”. E, volendo, si potrebbe continuare. Ma è difficile dar torto a Rosaria Lo Russo (lettrice-performer, poetrice, saggista), quando, l’11 maggio 2003, al convegno “Il Gruppo 63 quarant’anni dopo”, ironizzando sulla cultura (maschile) del nostro tempo, finalmente inveiva, con adeguato neologismo, “contro lo stilnobbismo letterario”.




Valery Gergiev inseguendo il suono

Lo Czar torna al Ravello Festival per due giornate in cui la profondità dell’interpretazione e del sentimento l’han fatta da padrone, per donare al pubblico la verità e l’energia che solo il concerto live può comunicare

Di Olga Chieffi

E’ il personaggio musicale dell’anno ormai da un ventennio, Valery Gergiev, schivo, non cerca l’immagine, nessuno nasconde trepidazione nell’incontrare il suo sguardo. Due giorni il direttore russo è stato ospite della LXIX edizione del Ravello Festival, un ritorno che forse ci porterà ad incontrare lo zar i suoi musicisti della Mariinskij orchestra ogni anno, sul belvedere di Villa Rufolo. Sul podio, in prova, una statua, sembra quasi non dirigere, andamenti anche più lenti, quasi una semplice lettura, poi in concerto, una vera magia, generata da un lavoro puntiglioso: un suono abbagliante o carezzevole, esile come un filo di seta o “gonfio” come un mare in tempesta, purissimo o soffocato, rivelatore dei più riposti meandri dell’anima, nato dalla capacità di dominare tutte le sezioni e tutti gli strumenti, finanche nel vibrato, indicato dalle dita. Il pubblico del Ravello Festival, è stato stregato dall’incontro con l’anima europea sottesa dalla pasta raffinata dell’orchestra, dalla petrosità immaginifica di Gergiev, il quale è, purtroppo, ancora costretto a tournée con la formazione ridotta, che non gli permette di affrontare il repertorio a lui e a noi più caro. Forse, mai ci è capitato di ascoltare così precisamente la differenza della musica russa da quella dell’Europa occidentale, in questi due concerti, in cui nel primo ha eseguito l’ouverture del Guillaume Tell di Gioacchino Rossini, seguito dall’Incompiuta di Franz Schubert e chiudendo con la sinfonia scozzese di Mendelssohn, ma proponendo come unico bis, il Valzer dei fiori dallo Schiaccianoci di Cajkovskij, mentre nel secondo, ci siamo confrontati con l’amato Prokofiev di una suite composita del Romeo e Giulietta, la sinfonia n°9, la Grande di Schubert, per poi donare quale impegnativo bis, Prélude à l’après-midi d’un faune di Claude Debussy. Lo Schubert di Gergiev è coerente nel modo con cui sottolinea il lirismo sinfonico senza accentuare eccessivamente le tracce drammatiche che appaiono nel tessuto armonico delle due sinfonie. Ben disegnato è risultato anche il romanticismo schubertiano, tramite la leggerezza strumentale della formazione, laddove la forza della dialettica e l’elaborazione dei dettagli viene equilibrata e smussata con delicate “sospensioni” agogiche. In Mendelssohn, la lettura di Gergiev è stata sensibile e accattivante, prestando particolare attenzione alla tavolozza orchestrale unica del compositore, in cui ha enfatizzato i toni più scuri dell’opera. Nell’ Ouverture del Tell, Gergiev ha seguito la logica geometrica e drammatica della pagina, in cui  si è mosso con totale disinvoltura, per far respirare i dettagli e il rimbalzare dei temi fra gli strumenti, giocando in quei contrasti dinamici così ben dipanati, con la naturalezza di chi non cerca l’effetto e non scade nel manierismo, ma offre la precisa misura di un’architettura musicale e del suo ethos peculiare, della sua mobilità e della sua nobiltà, del suo slancio impetuoso, rivoluzionario.  Se con Caijkovski e Prokofiev abbiamo toccato con mano le affinità elettive dello zar, i cui contrasti si sono rispecchiati nei suoi gesti decisi, e nel Konzertmeister, Lorenz Nasturica-Herschcowici, che imbracciava lo Stradivari “Rodewald” del 1713, capace di imporre il suono a tutti gli archi, il Debussy di Gergiev non è risultato certo semplice: il direttore vi ha scoperto l’incredibile sottobosco di parti interne che, combinandosi con quella che gli altri considerano “parte principale” generano intrighi ritmici e una selva altrettanto sorprendente di impasti timbrici “nuovi”, in un suono letteralmente lussureggiante. Standing ovation per Gergiev, che finalmente si è sciolto in un sorriso, come ghiaccio bollente, e un arrivederci al prossimo anno.