When the Saints go marching in

Scritto da , 21 settembre 2016
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Oggi allo scampanio del campanone del Duomo, Gaio, Anthes, Fortunato, Gregorio VII, Giuseppe e Matteo, saranno portati in “paranza” per le strade di Salerno. La storia, gli aneddoti, le emozioni della processione, massimo evento dei festeggiamenti per il Santo Patrono.

 

Di Olga Chieffi

Il campanone del duomo, questa sera, intorno alle 18 annuncerà l’uscita della processione, in sul calar del sole. Nell’aurea di rigidità e di falso ordine, dopo i numerosi labari delle associazioni di volontariato e quelli trapunti d’oro delle confraternite, tra autorità civili e religiose, San Matteo, unitamente ai Santi Martiri salernitani, Gaio, Anthes, Fortunato, il papa illuminato San Gregorio VII e San Giuseppe, saranno portati in “paranza”, per le strade del centro storico. Nella mattinata l’addobbo floreale delle statue, evocanti simboli religiosi o della città, poi, la sfilata, dopo la schiarita delle canoniche quattro gocce che a qualcuno fa ancora esclamare “E’ scampato a chiovere pecchè hanno mise fore a Santu Matteo”, guai, infatti, se le statue dovessero riparare, sarebbe indice di anno disgraziato. Le sei statue traverseranno la città sulle spalle dei portatori che vanno a formare le “paranze”, una specie di clan, quasi inaccessibile. Arduo riuscire a “mettersi sotto un santo”, i posti si tramandano di padre in figlio da generazioni. Infatti, scorrendo le liste dei portatori ci si imbatte in cognomi antichi del porto e del mercato di Salerno, i Coscia, i D’Agostino, i Grillo, i Collaro, i De Martino che riservano i posti ai propri parenti, ma se non sei del giro, si può chiedere di portare una statua per sciogliere un voto o una grazia, riconsegnando prontamente il “posto” l’anno successivo. Movimenti danzanti per le prime tre statue, i “Salerni sanctorum martyrum Fortunati, Caii et Anthes sub Diocletiano imperatore et Leontio proconsole decollatorum” (“Martylogium Romanum”), i tre martiri condannati al tempo di Diocleziano, poiché Fortunato s’era rifiutato di adorare Priapo anche a nome di Gaio e Ante, riaffermando la vera fede nell’unico Dio, indi esposti all’offesa di fiere e uccelli rapaci, i quali, al posto di martoriare i loro corpi, li vegliarono, permettendo ai fedeli di dar loro degna sepoltura, edificando un tempio che li ricordasse sul luogo stesso del martirio presso il fiume Irno. Le tre statue argentee aprono la processione del Santo Patrono e nell’immaginario popolare sono definite “e’ ssore e San Matteo”, per i loro volti efebici e i capelli lunghi sottolinenati i dolci lineamenti. Busti leggeri che sono stati costruiti nella prima decade del ‘700 e vengono fatti ondeggiare e fluttuare per l’intero cammino. Segue la preziosa statua di San Gregorio VII, risalente al 1742, papa morto a Salerno nel 1085, durante il suo esilio. Da lui fu consacrata, nel 1804, la Cattedrale costruita da Roberto il Guiscardo e dedicata a San Matteo. Santo stimato e adorato per il suo rigore morale, il suo spirito di sacrificio e il tenore rigido della sua vita, tanto che pare che, nel suo esilio salernitano, non abbia accettato l’ospitalità nella reggia del Guiscardo, anche per la condotta non certo esemplare del principe normanno, abbandonandosi al fascino del richiamo del vicino monastero di S. Benedetto dal momento che egli viveva profondamente la spiritualità benedettina e anche da papa indossava l’abito monastico. Nel silenzio del monastero egli scrisse la sua ultima enciclica, piena di appelli accorati e profetici, in cui egli vide la Chiesa « libera, casta e cattolica » da lui sognata e servita con immenso amore e indomito coraggio, “ ancora scossa e turbata dalle tempeste della storia, ma avviata verso il sicuro trionfo”. Dietro San Gregorio, avanza la statua lignea di San Giuseppe, che pesa ben sette quintali, il cui privilegio di “paranza” è dei facchini del mercato. Giuseppe è un santo di grossa tradizione liturgica, cui la popolazione è molto affezionata, in quanto patrono della “Buona Morte”. A chiudere la processione l’effigie di San Matteo, il telònes, il pubblicano, il gabelliere, redento autore del primo Vangelo, salvatore delle genti dell’Etiopia antica da draghi, ucciso mentre celebrava l’Eucarestia intorno al 69 d.C. Il miracolo più famoso del Santo, al quale dobbiamo la celebre statua bifronte, è quello di aver salvato Salerno dal terribile terremoto del 5 giugno 1688. Statua bifronte non certo per ricordare il carattere dei salernitani, un po’ voltagabbana, ma in funzione del doppio altare della cripta del duomo che favoriva la celebrazione simultanea di due messe. La statua di San Matteo è portata da lavoratori del porto, pescatori e pescivendoli, tra gli ex-voto spiccano le triglie e i tonnetti che pendono dalle sue dita, simbolo che la devozione della città al suo santo va ben oltre la terra, allargandosi al mare, a quel Mediterraneo che le sue spoglie attraversarono fermandosi miracolosamente sulla spiaggia di Casalvelino. Dopo la corsa liberatoria sulle scale, simbolo dell’infinito eccesso, di quel mistico venir meno, che oggi, come non mai, nel nostro annuale “ridire”, “ricordare”, c’appartiene, l’affidamento della cittadinanza a Matteo

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