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Editoriale
L'acqua del Sele

di Rino Mele
Caposele fu distrutto nel 1694 da un terremoto che furiosamente s’abbatté sulle acque delle sue sorgenti e, nel confronto, il moto convulso della terra vinse un aspro torneo di morte. Il paese era stato anche feudo d’un grande umanista, Jacopo Sannazaro, e dei suoi rapporti col potere, Caposele conserva la rocciosa torre di un castello. Lì nasce il Sele e le acque defluivano con la violenza e a volte inondavano la valle. Coi suoi affluenti caratterizza con la sua bellezza l’intera regione. Ne parla Plinio e delle più medicamentose delle sue acque si gloria la vicina Contursi. Questa grande strada d’acque che attraversa la nostra terra è in parte dimenticata, finanche mortificata dal cemento. Chi di noi può dire di conoscere analiticamente, non dico d’aver fatto (che sarebbe obbligatorio) il cammino da Capo a Foce Sele? Il fiume è una creatura così viva, ha la configurazione di un albero senza fine: le radici sono le sorgenti e gli affluenti come rami e la sua chioma in perenne rapporto con la terra circostante. I fiumi della Campania sono almeno per il 50% inquinati: sarebbe uno straordinario sogno ristabilire la loro centralità nella regione, farne luogo sapiente di rapporto con la natura. In molte parti d’Italia c’è questa rivalutazione della vacanza sulle spiagge dei fiumi. Negli anni Quaranta andavo coi ragazzini del mio paese a bagnarmi nel Tanagro, ai Tre fiumi, tra Sant’Arsenio e Atena Lucana. Il rapporto con quelle acque non l’ho più scordato: tuffarsi era (riprendo la metafora precedente) davvero salire un albero immergendoci nelle sue onde di vento. In molte parti d’Italia, nel Piemonte, nel Veneto, nel Lazio, sta tornando il desiderio di vivere parte dell’estate sui fiumi, in riva a un lago, il piacere della collina e il richiamo delle nostre origini intrise di terra (ma per questo è necessario il rispetto dei fiumi, dei laghi, e l’urgenza di contrastare l’orrore degli scarichi illegali). E’ anche una richiesta ufficiale dell’Unione Europea quella di rendere “balneabili” tutti i fiumi, non solo quelli italiani. Vivibili, come strade dell’infanzia per continuare a percorrerle fino alla fine. Dal Ticino al Sele, dal maestoso Po al Tanagro. Nel 2003 ho scritto “Arido arso Sele” un poemetto che lessi subito nell’antica chiesa del Bambino, di Contursi, e pubblicai poi nel 2007 (in “Freud”, edizioni Plecticà): “Quanto sangue i contadini del Sele hanno dato al padrone, / il sudore che incatrama / i piedi alla sabbia, le mani tagliate dal filo delle accette, / lo stordimento dei giorni in cui oltre il sole / non c’è altro colore. Poi, improvvisa / appariva la neve, cancellava il sentiero dei carciofi, / la sedia marcita nell’orto, il cane oltre il confine”.



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