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Spettacoli e Cultura
Calabrese, l'attore emigrante che sogna di ritornare in Italia

di Alfonso Sarno

Due anni or sono – era di settembre – Francesco Calabrese, giovane e promettente attore nato a Potenza ma vissuto in quel di Roccapiemonte decise che era giunta l’ora di imprimere una svolta decisa e decisiva alla sua vita artistica. Lasciare l’opulenta, molle Roma e trasferirsi a Parigi per  fare l’attore,

seriamente e senza inutili paparazzate su riviste da gossip. Suo sodale e complice il pittore Gennaro Scarpetta, l’amico di sempre con cui aveva diviso sogni ed aspirazioni, ugualmente alla ricerca di uno spazio dove – libero da costrizioni – esprimersi al meglio. Un piccolo tuffo nell’incertezza vissuto dai due con consapevole incoscienza, fatto di giornate alla ricerca di lavori, di contatti, di conquista della sterminata capitale. Di ore trascorse a studiare una lingua che, sarà pure una melodia, ma che è anche ostica e zeppa di difficili regole grammaticali. “Non posso nasconderlo”, confessa, “abbiamo affrontato tantissime difficoltà ma ne è valsa la pena. Oggi dopo quasi due anni di vita a Parigi sto raccogliendo i primi frutti. Soprattutto mi ritrovo a mio agio: l’ambiente dello spettacolo parigino è, per certi versi, molto diverso da quello italiano. Qui si lavora duramente, gli attori studiano, si impegnano ed hanno pochissimo tempo per la vita mondana e per rincorrere finti scoop”.
Insomma, quel che Francesco Calabrese ha cercato fin da piccolo, quando fu conquistato dalla malia di poter entrare in tante vite diverse, farsi invadere – per un sera o per mesi, da altre passioni. Con un obiettivo ben preciso da raggiungere: essere un artista completo. “Ho ancora tanta strada davanti ma non mi sono mai risparmiato. Parlo tre lingue, l’italiano, l’inglese ed il francese; me la cavo con la chitarra e con la danza, soprattutto moderna e contemporanea; canto da baritono; tiro di sherma, gioco a tennis e a pallavolo...Ma soprattutto ho alle spalle la frequenza alla sezione di recitazioni del Corso Sperimentale di Cinematografia che rappresenta, a mio parere, una delle espressioni più alte nel campo della formazione artistica”. Suoi maestri due mostri sacri come Giancarlo Giannini e Lina Wertmuller e la possibilità di confrontarsi con il meglio dello spettacolo italiano. “Ricordo ancora con emozione gli incontri con i registi Paolo Sorrentino e Daniele Lucchetti, esemplari unici di un buon cinema italiano che oramai sta scomparendo..” Possibile? “Beh, credo di potermi permettere questa piccola polemica se consideriamo la crisi che sta attraversando la cinematografia italiana. Manca tutto: fondi, distribuzione, sostegno alla sperimentazione, alla ricerca”. Parole dette pacatamente, senza rabbia, da un trentenne moro, dagli occhi verdi e dal fisico scultoreo che ha scelto di percorrere altre più impervie strade. Con convinzione e senza snobismi: “In Italia ho preso parte ad alcuni episodi della fiction “La Squadra” ed ho girato da protagonista tre lungometraggi. Il primo è stato “Cronaca di una notte – un amore impossibile”, diretto da Lino Damiani, uno degli esponenti di Centoautori, un movimento culturale cinematografico che vuole difendere i diritti dei cineasti”. Damiani, giunto alla regia dopo avere lavorato come attore a fiction di successo del tipo “Le ragazze di Piazza di Spagna” sperimenta sul set una sorta di work in progress dove gli attori godono di una libertà espressiva grazie alla possibilità di improvvisare. “Per me”, continua Calabrese, “che dopo il Centro avevo continuato a frequentare seminari e laboratori era il massimo. Ho immagazzinato come un tesoro questa entusiasmante possibilità che, per fortuna si è ripetuta sul set de “La bella figura”, una produzione inglese ospitata lo scorso anno al Bafta di Londra e di “Un attimo di respiro”, girato negli Stati Uniti d’America e presentata, nel 2007, al Tribeca Film Festival di New York”. Ma anche pellicole rivolte al grande pubblico come “Albakiara”, ritratto generazionale di Stefano Salvati con Raz Degan, Alessandro Haber, Ivano Marescotti e Davide Rossi, figlio del icona rock nazionale Vasco.
Il tutto condito, prima e durante, dal doppiaggio e da spot pubblicitari: “L’importante è fare sempre cose dignitose e di buona professionalità. La pubblicità – lavorato negli spot di Sky calcio ed in quello della Panda Fiat sono delle ottime palestre che hanno contribuito a fare conoscere ottimi attori e registi”.
Anche se…”Anche se la mia passione è il teatro. Sono nato attore teatrale e mi sono confrontato con tutti i generi, da Eduardo De Filippo ad “Onirico”, un testo di Stefano Benni a quello sperimentale. A Roma, sulle tavole del palcoscenico ho conosciuto un regista francese, Michel Didym, uno dei protagonisti del Napoli Teatro Festival con “Le tigre bleu de l’Euphrate”, racconto delle ultime ore di Alessandro Magno, che mi incoraggiò a trasferirmi a Parigi. Per me è come un fratello. Vinse le mie ultime, fragili resistenza. Ero pronto ad un’altra vita, a lasciare quel poco che avevo costruito in Italia per  iniziare la mia nuova carriera”. “Sono arrivato a Parigi”, continua, “fortemente motivato e come dicevo prima ho accettato tutto i lavori possibili, dal cameriere al commesso. Il mio amico Gennaro ed io siamo diventati bravissimi nell’inseririci in tutti i programmi pubblici. Sì, perché la Francia – a differenza di quanto si crede – non è ostile agli stranieri ed in particolare a noi “cugini” italiani: le istituzioni pubbliche organizzano corsi di francese, sostengono con convinzioni i giovani creativi”.
Dopo nemmeno due anni la carriera di Francesco Calabrese, emigrante per convinzione e per necessità dell’anima va sempre più nettamente delineandosi: “Ora sono inserito in una giovane compagnia teatrale “Le théatre de l’enfant ivre” con cui ho preso parte a numerosi festival e rassegne in giro per il paese  ed ho, da poco, terminato una pellicola “The blind owl” diretta da un talentuoso giovane regista iraniano, Amin Hajinazari. Giorni emozionanti incorniciati dalle nostre due culture apparentemente estranee che si incontravano con quella francese, chiamata a rappresentare l’elemento unificante. Ho avuto la meravigliosa opportunità di vivere un film nel film, di mettermi a completa disposizione di un progetto calato nei nostri giorni. E’ la mia maniera di intendere un film. Per me deve raccontare uno spaccato di vita, fare riflettere”.
E l’Italia: “E’ la mia terra, la porto dentro. Torno appena posso per rivedere la mia famiglia ed i miei amici. Ma sentivo il bisogno di vivere la mia attività di attore in maniera più posata, fatta – ripeto - di studio e non di pubbliche relazioni, di essere e non di apparire. Gli anni passano, la bellezza, se c’è, si dissolve. Bisogna costruire con pazienza, conquistarsi una credibilità durevole. Resta la professionalità, la capacità di trasmettere attraverso la tua faccia, anche se invecchiata e con le rughe, i tuoi sentimenti, le tue emozioni…Certo, voglio tornare a lavorare in Italia…Ricordavo Sorrentino, Lucchetti ma ne potrei citare altri. Attori e registi coraggiosi non mancano in Italia. Il coraggio latita nei produttori”.


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