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Spettacoli e Cultura
Per vizio e per diritto

  Non ho voluto, né potuto, leggere tutto d’un fiato l’epistola poetica di Teobaldo Fortunato “Per Vizio e per Diritto” Oèdipus ed.2010 da pochissimo in libreria. Fortunato si occupa di archeologia ed arti visive, ma non è nuovo alla scrittura letteraria: l’ultimo libro “Quasi un canto d’amore”, 

sempre per i tipi del medesimo editore Oèdipus, risale al 1998, mentre brevi raccolte sono comparse in riviste come Lo Stato delle Cose, La Scrittura, Winternachten Overzee (Giacarta 2001). “Per Vizio e Per Diritto” è un racconto minimo, frammentato e doppio: i destini incrociati di due donne, Amalia che scrive a Luisa, partita nell’immediato dopoguerra dal minuscolo paese in cui ha vissuto, in cerca di una diversa fortuna.  La storia o meglio la tranche de vie è narrata con la lucidità della distanza e della consapevolezza. Tutte le vicende denudate e scoperte di una piccola comunità, ruotano in realtà intorno alla figura di Lorenzo, il vero protagonista della storia. Il libretto scritto in forma epistolare,  è un cibo troppo solido da essere digerito come un fast-food, frettoloso e grossier. Al di là di una affabulazione essenziale, in cui il verso a volte fluisce soave, ed a volte ti lapida, quello che ti rimane sono le lacerazioni interiori sottese alla sottile membrana della lingua. Coincidentia oppositorum, chiasmo retorico, crux ed eidolon: in un rinvio di immagini e di situazioni, in cui l’humanitas spesso ed a volte la ferinitas prende il sopravvento. Ti avanza, va oltre, in reminiscenze drammatiche, in rimembranze apparentemente narcotizzate, in frammenti rimossi. Poi il transfert guizzante, il velo del tempio squarciato, l’imene violato, la deflorazione verbale, rilanciano biografie e cronaca in una strana tautologia in cui la donna è madonna; il frutto del peccato è redenzione, il vizio è diritto e viceversa. Come turbine dantesco,”che mai non resta” in cui vince la pietas per una Francesca  osé e per un Paolo silenzioso. Nel testo, in una specie di flash-back scorre il film della vita, sempre alla ricerca del senso della vita, sensus nel significato di radicalità, di appartenenza alla vita, alla sopravvivenza, alla riproduzione, alla istintività che spesso salta lo schema, le regole, la grammatica, la punteggiatura. In conclusione, ciascuno vive in sé  questa dicotomia tra l’inferno e Damasco o tra l’Eden e la colpa dell’origine. E, come Ercole al bivio, nel dilemma esistenziale, ognuno, spesso in una latenza psicologica, sogna di uscire dal dubbio. Ha ragione Amalia, ha ragione Luisa, ha ragione Lorenzo… continueremo a chiedercelo, senza poterci dare, fatica di Sisifo, una risposta. Non chiedere alla rosa  perché profuma, non chiedere all’usignolo del suo canto. Profuma e basta, canta e basta. Potrebbe essere questo il senso della vita. Forse.
 


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