Voci in salotto

Scritto da , 29 giugno 2017

Questa sera, alle ore 20, la Chiesa di Santa Maria de Lama ospiterà il Rècital del basso Filippo Morace del soprano Francesca Manzo e del pianista Ernesto Pulignano

 Di OLGA CHIEFFI

Splendide voci all’opera, questa sera, alle ore 20, in Santa Maria de Lama. Reduce dai fasti dell’Accademia della Scala, il soprano Francesca Manzo, insieme al basso Filippo Morace, che sa dividersi tra le scene internazionali e il nostro conservatorio e il pianista Ernesto Pulignano, proporranno, all’esigente pubblico salernitano, diverse gemme della letteratura cameristica. S’inizierà con un florilegio di tre pagine dalle deliziose Soirées musicales di Gioacchino Rossini, datate 1835, scritte su spunti nuovi e vecchi e di improvvisazioni nate durante le riunioni musicali che settimanalmente il genio di Pesaro teneva nella sua casa di Parigi. Ad aprire, la Promessa, su testo di Pietro Metastasio, quindi l’invito è un “bolero” assai curioso, che denota l’interesse di Rossini per ogni nuova forma di ritmo vivificante l’intuizione melodica e la celeberrima Danza, uno dei più famosi e danzanti moonlight della storia della musica in riva al mare di Napoli. La ribalta sarà quindi di Francesca Manzo con uno dei più intensi “Péchés de vieillesse” di Gioacchino Rossini, “I più bei fior comprate”, con il tema usato in origine per il testo “Mi lagnerò tacendo”. I solisti doneranno, quindi i tre Sonetti dal Petrarca, S.270 di Franz Liszt, composti tra il 1838 e il 1839, quindi revisionati nel 1865. Nel primo Sonetto, “Pace non trovo”, il pianoforte alterna accenti drammatici a momenti dolci e appassionati mentre la voce fa sentire il suo canto disperato con richiami all’arte operistica e varie impennate virtuosistiche. Il secondo Sonetto, “Benedetto sia il giorno”, ha tono e andamento di preghiera, mentre il terzo, “I’vidi in terra angelici costumi”, che si libra su un canto alato e gentile, è introdotto da una dolcissima melodia del pianoforte. Ernesto Pulignano si cimenterà con il Preludio in Do Diesis Minore op.45, di Fryderyk Chopin, brano isolato rappresenta uno dei capolavori di Chopin, capace di condensare in poche battute la sua poetica, la sua visione filosofica, nonché una descrizione della sua sfera più intima di sentimenti ed emozioni. Musica delicatissima, costituita da modulazioni, silenzi, appoggiature, arpeggiati, accordi densi di significato e di amore, che introdurrà la raccolta dei Dichterliebe di Robert Schumann. Le sedici liriche di Heine ci raccontano una delusione amorosa con toni dolorosi ed aspri, spesso venati da un’ironia amara sconsolata. Schumann la rende in musica con la melodia mai totalmente affidata alla voce come accadeva in Schubert, ma limitata in un declamato, in un recitativo, cui il pianoforte fa da necessario complemento, esponendo figure musicali essenziali, quasi protagoniste. Non si tratta, certo della rivoluzione wagneriana che decentrerà nell’orchestra il discorso musicale, depauperando quello vocale, ridotto ad estenuante declamato. Ciononostante in Schumann, gli avvolgenti disegni del pianoforte, i suoi ritmi trascinanti, i suoi incisi melodici sono tutt’uno con le linee vocali. In Dichterliebe, tutto ciò è esasperato al punto che si potrebbe parlare di un ciclo di brevi miniature pianistiche con inserzioni vocali; quasi ogni Lied si chiude con lunghi postludi, che non solo citano il tema fondamentale, ma lo elaborano e lo trasformano; la voce, quindi, è costretta ad un ruolo quasi marginale: siamo di fronte ad una nuova visione liederistica.

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