Voci dal Serraglio: MICHELE SIRICO rubrica a cura di Olga Chieffi - Le Cronache
Salerno

Voci dal Serraglio: MICHELE SIRICO rubrica a cura di Olga Chieffi

Voci dal Serraglio: MICHELE SIRICO rubrica a cura di Olga Chieffi

I ricordi di Michele Sirico giocando a tappo

La domenica chi era fortunato  o veniva premiato per buona condotta, era accompagnato allo stadio Vestuti per assistere alle partite casalinghe della Salernitana

 Di Michele Sirico

Dopo le scuole elementari e medie fatte in istituto, sono stato in tipografia  fino all’uscita nel 1970, poi, una volta fuori, ho fatto varie attività, oggi lavoro al comune sezione n.u. Ieri, salendo per il vicolo delle Galesse, c’era un tappo per terra, mi sono messo a giocare come ai tempi del Serraglio io e il muro, e in quell’ istante  mi sono  venute le lacrime e alla mente, tanti ricordi da piccolo, quando ero ospite dell’ Orfanotrofio Umberto I.  Era il primo ottobre del 1966, quando mia madre mi portò in istituto, promettendo che sarebbe tornata a rilevarmi la sera dopo una giornata di gioco col pallone o con la bicicletta, alternato, naturalmente, allo studio Quello stesso giorno incontrai il mio fratello di avventura Angelo Dutti. Alla nostra accoglienza provvide il professore Trimarco, un brav’uomo, affettuoso, vero, che il terremoto del 1980 purtroppo ci portò via. Calato il sole, si fece sera e mi preoccupai, mia madre non si vedeva, ed io ruppi in un pianto dirotto. Con quelle amare lacrime era iniziato il mio percorso: trascorsero, giorni, mesi, anni, brutti e belli. La mia giornata iniziava alle 6,30 di mattina con la sveglia, che non era certo la carezza di mamma. Riassettavamo, il nostro angolo e il letto se veniva rifatto male ci procurava le prime spalmate a centro mano, da parte del professore di turno. Poi, andavamo giù nel grande cortile, chiamato la “villetta”, tutti in fila per partecipare all’alza bandiera, quindi, ci si spostava tutti in refettorio per consumare la colazione e iniziare la giornata di scuola o mestieri, tra tipografia, meccanica, calzoleria o nella prestigiosa scuola di musica. Dopo aver assistito alle diverse lezioni, ci ritrovavamo ancora in villetta dove ogni uno di noi formava delle squadre per giocare al pallone. Dire pallone era una parola grossa dal significato mutante, poiché poteva essere rappresentato da un pezzetto di legna o da un barattolo, da un tappo o da stracci cuciti e dall’ agognato Super-Santos di gomma. La domenica chi era fortunato  o veniva premiato per buona condotta, era accompagnato allo stadio Vestuti per assistere alle partite casalinghe della Salernitana. Lì su quegli spalti potevo incontrare mio padre  che mi portava le caldarroste. Così passarono gli anni, e dopo la seconda media, mi assegnarono alla scuola di tipografia dove imparai la stampa cosiddetta in offset, producendo schede elettorali, che ci fruttavano anche qualche soldo e un soggiorno a casa propria, i manifesti della Salernitana, le etichette delle scatole di pomodori, e tanto altro. Il ricordo più brutto del mio soggiorno al Serraglio è legato al nome di un istitutore, tal Fasulo, inviso alla maggior parte di noi. Dopo tanti anni lo trovai al comune, impiegato all’ ufficio anagrafe sotto i portici del comune, ricordandogli a brutto muso di un passato, segnato dalle sue continue vessazioni. Il serraglio ci ha dato tanto, ci ha reso più forti  e  uomini,  poi, ogni uno di  noi, ha preso la sua strada, chi maestri di musica, chi nelle forze armate, chi nelle tipografie, mentre tanti altri hanno dovuto anche accettare una vita difficile in strada, con  la necessità di “arrangiarsi” con qualunque mezzo, spinti a ricorrere anche alla violenza pur di divenire in qualche modo protagonisti sui palcoscenici della vita sociale.