Voci dal Serraglio: Luigi Ferullo rubrica a cura di OLGA CHIEFFI

Scritto da , 4 Aprile 2020
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Tanto studio e qualche marachella per il violinista mancato che ebbe nel direttore del Corriere della Sera del tempo, Mario Missiroli, il suo “Papà Gambalunga”

Di Luigi Ferullo

Scrivere qualcosa sui miei ricordi, le sensazioni, aneddoti, della mia adolescenza all’orfanotrofio è difficile per il fatto che sono passati quasi settant’ anni, e non evocherò ricordi comuni a noi tutti, come nomi, condizioni generali e altro, poiché, inevitabilmente incorrerei in errori, omissioni o peggio in confusione anacronistica. Racconterò così, alcuni flash back che, ogni tanto, mi appaiono dinanzi, come scene, da un film che è durato ben 7 anni, dal 1950 al ‘57. In quel Natale del 1950, mia madre annunciò: “Oggi ti porto a vedere un bel posto dove ti porterò dopo le feste”. Detto fatto, da via Mercanti, dove abitavano in un sottoscala, esattamente il portone di Matteo Spirito, partimmo per questa lunga “passeggiata” di approccio  all’istituto. Giunti sotto il grande cortile notai subito i tanti, troppi bambini affacciati e in silenzio, mentre alle loro spalle, lì vicino, tanti altri ragazzi ed ancora, nella parte alta i suoni di vari strumenti musicali che creavano melodie di difficile interpretazione ed il tutto si miscelava nei miei occhi e nella mia mente. Mia mamma chiese: “Ti piace Luigi?”. Non seppi rispondere. Fatto sta che il sette gennaio ero anche io affacciato alla Villetta, dopo il mio ingresso dal lungo scalone, lasciatomi, così, alle spalle, la vita in un sottoscala di sei metri quadrati, insieme a quattro fratelli, Il primo impatto fu, oltre l’ istitutore che mi prese in consegna, i tanti bambini che mi circondavano e le loro tante, troppe domande, ed io come intontito da tutto questo, iniziai il mio vivere questa nuova realtà a soli sei anni e mezzo. Indelebili nella mia mente, il refettorio con i grossi tavoloni, i piatti di alluminio come i bicchieri, quella miscellanea di odori fluttuante dalla candeggina al grasso, la scarsità di cibo e l’accaparramento che ogni bambino faceva a scapito di un altro e, di rimando, si cercava di non farsi fregare la porzione di cibo facendo finta di sputarci sopra, per cercare di salvare il salvabile ma, tante volte, non funzionava. Nel giardino sul retro, dove ora vi è la galleria di san Leo, rinvenimmo un deposito, di derrate alimentari, nascoste dagli alleati. Pensammo fosse ancora commestibile e vista la fame la considerammo  come una vera manna dal cielo che si trasformò in una colossale dissenteria che colpì tutti i 600 alunni, chi più è chi meno. Un giorno  fui accompagnato  in ospedale dal nostro  infermiere Luigi Lambiase, per via di un molare che mi doleva. Lui per tutto il cammino da Canalone a via Vernieri non fece altro che rincuorarmi durante tutto il percorso con fare paterno e mi è rimasto nel cuore. Ho dinanzi agli occhi il “day after” la notte dell’ alluvione del 1954, via De Renzi invasa dal fango, che arrivava fino alle ginocchia e le bare che passavano, con mia madre Antonietta che faceva le scale di corsa per venire a vedere come stavo e se ne ritornava serena dopo avermi salutato. Ricordo ancora con tristezza i piccolini che, come me, piangevano, e le notti insonni per il timore dei bulli, nonostante, alla fine, regnasse comunque, su tutto e tutti, un invitto spirito di fratellanza, ancora oggi rimasta e quella forza interiore d’ appartenenza che ognuno di noi ha conservato. Mi sovviene l’immagine che la Domenica dopo la Santa Messa a Sant’Anna, si attendevano le visite dei nostri familiari e la felicità nel vederli, abbracciarli, stare insieme era immensa, pari alla tristezza per la loro partenza. Finalmente, finì l’epoca dell’alluminio e incominciò quella della ceramica e improvvisamente le stoviglie e i tavoli si trasformarono abbelliti da colori, fiori e brocche dipinte: era arrivato il commendatore  Alfonso Menna che, in poco tempo cambiò tutto, migliorando l’istituto, dalla pulizia al vitto, diede a tutti delle divise, iniziarono le attività che presero un grande slancio: la tipografia, la ceramica, la falegnameria, la sartoria, la meccanica, e finanche un’ azienda agricola a monte d’Eboli, da dove si ricavava buona parte delle derrate alimentari  di cui abbisognava l’istituto. Il vero capolavoro fu quello di convogliare visite di personaggi politici importanti, che potessero supportare l’istituto: ne ricordo alcuni, Giovanni Gronchi, Amintore Fanfani, l’ambasciatrice americana Clara Luce, l’armatore Achille Lauro, poi, la piccola ma grande donna, Mamma Lucia, oltre al direttore del Corriere della Sera Mario Missiroli, in visita all’istituto, che divenne  mio padrino. Avevo, infatti, appena incominciato lo studio del violino  e Missiroli chiese di sostenere per farmi studiare, le spese e acquistoò per me il cosiddetto mezzo che la scuola non possedeva. Durante gli anni successivi, nei periodi festivi mi inviava pacchi dono e somme di denaro. Aveva riposto tanta fiducia in me e purtroppo, è stato mal ripagato: pur avendo fatto qualche concerto con un sestetto d’archi, non volli continuare. Il mio unico pensiero era il congedo dall’istituto, che avvenne nel 1957. Tante le volte a cui ho ripensato a questo errore, una scelta sbagliata, ma tant’è avevo 18 anni e ricordo con affetto il mio grande Maestro di violino Giuseppe Principe, scomparso pochi anni or sono, e tanti amici musicisti diplomatisi a quel magistero che, ancora oggi, danno lustro ed onore alla musica e alla città di Salerno. Rammento la mia ultima venuta a Salerno in occasione della festa dell’Epifania organizzata ogni anno, dall’associazione Ex allievi dell’ Orfanotrofio Umberto I, tenutasi, nella incantevole cornice del nostro teatro, dove mi sono esibito e per l’emozione, sono diventato afono, ma con la benevolenza dei miei ex compagni, sono riuscito a portare a termine una serata, a cui non avrei mai rinunciato, fossi stato anche in barella .

‘A visita

M’arricordo ancora accussì e’ mamma mia
‘A Dummeneca e pressa currenne,
cu ‘a sarza ’ncopp ‘o fuoco,
faceva chell’ centanare ‘e scale
e io, affacciat’ l’aspettavo
nun’ era ‘a primma ca arrivava
erano solo pochi minuti, ‘a casa l’aspettavano tre criature cchiù piccerell’ ancora
e sempre me purtava a’ frolla che dint’a nu mumento scumpareva, poche paroleansiose ed interrogative, me guardava, me girava, me tuccava, poi, tutto ferneva,’a gent’se ne ieva, mamma me baciava e chiangneva, s’alluntanava, se girava, e chiagneva e io affacciat’ a chella ferriata, verevo ‘a mammà semp’ cchiù luntano e ogni tanto si girava e chiagnev’ accussì tutte e dummenec pe’ sett’ ann’.
Luigi Ferullo

SENSI
Guard sta’ foto, ‘a giro co’ pensier’
Sotto a mè’ Saliern,
sent a voce dà città
Pare e sentì pure ‘o mare,
chiurenne ll’uocchie
me trovo a 60 anni fa’ o’ stess balcone
‘ngopp ‘o mare,
arret’a me tanta voci.
Ciente criature corrono appriesse a tante palle e pezz’
A cucina è vicina e se sente
L’addore è chissacchè pe’ ‘nnuie semp’ affamat’
Me pare sentì l’addore e casa
Semp’ affacciate, se sentane e suon’ e decine e strument,
e scal, quanta scale….
Nun solo quelle musicali, cà’ le facimm’ currenne, tutt’o’juorn
Apro l’uocchie’è o’ suonn’ è fernuto
attuorno a me sul’ silenzio ……
sul’ Saliern, sotto, continua a s’ fa sentì.
Luigi Ferullo

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