Voci dal Serraglio: Enrico Frasca rubrica a cura di Olga Chieffi 

Enrico Frasca: il venditore di caramelle

Dal Serraglio sono passati migliaia di ragazzi, ne sono usciti grandi strumentisti, imprenditori, ceramisti, tipografi, calzolai, falegnami, ma anche ladri, e truffatori, che non hanno fatto propri i principi di altissima morale e dignità, inculcati dalla figura di Alfonso Menna. 

Di Enrico Frasca

Entrai all’Orfanotrofio Umberto I nel 1956 e ne uscii dopo nove anni. Nella mia permanenza ho frequentato le scuole e sono stato in sartoria dove ho imparato il mestiere di sarto ma, una volta uscito ho fatto altro. Il tempo trascorso lì è caratterizzato da tre figure fondamentali, i miei maestri Poderico, Quaranta, e Amato, persone umane e sensibili che mi hanno trasmesso con amore e zelo, il loro sapere.  Erano tempi difficili, mia madre vedova di guerra percepiva una pensione di ventimila lire, avevo una sorella più grande, e con il mio ingresso in collegio, le fecero una trattenuta di duemilacinquecento lire. Bisognava comunque andare avanti. Ebbi un’idea, iniziai a vendere caramelle; si la mamma mi portava dei pacchetti e subito come il Figaro rossiniano, “All’idea di quel metallo portentoso, onnipossente, un vulcano la mia mente incomincia a diventar” ed ecco l’idea: una caramella o gomma 5 lire, il pacchetto da 10 caramelle costava 25 lire, guadagnavo giusto il doppio, la vendita avveniva in villetta dove tutti giocavamo. Durante una delle poche visite di mia madre, volli farle una sorpresa: dissi chese mi avesse dato 100 lire io gliene avrei restituite 10.000. Si spaventò, pensando avessi combinato qualche pasticcio, in realtà era l’incasso di due mesi e, così, per tre anni. Era un modo per mantenermi agli studi. Dopo tre anni il Rettore Ugo Ricciardi, mi mandò a fare pratica nella sartoria dei fratelli Argentini, in via Mercanti, lì ogni tanto si vedeva qualche 10 lire, la sera mi occupavo di consegnare i vestiti, ma nessuno metteva mano alla tasca per una mancia, l’unico che mi trattava bene era il Senatore Vincenzo Indelli il quale abitava in via Vernieri di fronte l’ospedale, se però era la cameriera a ricevere il pacco, venivo congedato solo con un grazie e arrivederci. Il titolare della sartoria mi dava 10 lire a vestito, per l’ascensore, 5 a salire 5 a scendere, non l’ho mai presa, in compenso ne approfittavo per mangiare un gelato.  In collegio facevo piccoli lavoretti di sartoria, per esempio, la divisa non prevedeva il taschino interno, ma era comodo per poter mettere delle cose, monete o altro. Lo realizzavo volentieri, ma pretendevo di ricevere qualcosa in cambio, per esempio, al calzolaio chiedevo scarpe sempre lucide, al tipografo un blocchetto per gli appunti, al fabbro la paletta per il camino e così via.Erano tempi difficili per tutti, ognuno cercava di fare qualcosa per guadagnare qualcosa e per avere qualche spicciolo in tasca. Qualcuno a dire il vero è andato anche oltre. Avevo lasciato il collegio da un po’ di anni, avevo la mia vita, il mio lavoro, ero venuto a Salerno a vedere la partita della Salernitana, ancora oggi la seguo dal vivo quando posso. Avevo la Mini minor, ed ero solito parcheggiare in via Irno. Quel tipo di automobile aveva i vetri che si aprivano in orizzontale, era molto facile farlo dall’esterno. Terminata la partita torno alla macchina e non trovo più l’autoradio, Autovox, ricordo ancora. Domenica da dimenticare, Salernitana sconfitta e autoradio rubato. La domenica successiva, la Salernitana giocava di nuovo in casa, stessa cosa, arrivo, parcheggio in via Irno lascio però un panno giallo, di quelli che regalavano alle pompe di benzina a coprire il vano dell’autoradio e mi appostai per vedere qualche movimento strano. Dopo un quarto d’ora dall’inizio della partita il nemico si avvicina di nuovo alla macchina, lo raggiungo per chiedere spiegazioni e questo mi chiamò per nome. “Enrico!” mi disse, era un ex compagno di collegio, non sapevo ne cosa fare e cosa dire. Mi disse, scusami sono uscito da una settimana dal carcere, vatti a vedere la partita ci vediamo al ritorno. Finita la partita lo ritrovai vicino alla macchina e mi riconsegnò l’autoradio rubata la settimana prima. Volevo dargli 10.000 lire per aiutarlo, ma non volle nulla. Questo per sottolineare, ancora una volta, quanto fossero difficili quei tempi e che non tutti hanno, poi, trovato la strada giusta da percorrere. Ancora oggi, quando sono con amici e capita di raccontare qualche aneddoto, mi commuovo sempre al solo pensiero del mio amico che non ce l’ha fatta. Tantissimi hanno avuto carriere brillanti, ma anche altri non hanno avuto la stessa fortuna, e questo ancora oggi mi fa stare male, e mi rattrista Per me è stato molto importante l’istituto Umberto primo, mi ha dato tantissimo e sono orgoglioso di essere un stato lì allievo, anche il piccolo commercio mi ha aiutato nella vita e mi ha dato forza e sicurezza nell’affrontarla.