Violetta, il “mal sottile” e il dollaro verdiano

Scritto da , 23 dicembre 2017

Trionfo personale di Gilda Fiume nel debutto in Traviata sulle scene pensate da Zeffirelli per Busseto. Lettura intimistica dell’opera da parte di Francesco Ivan Ciampa che si distacca dal suo maestro Daniel Oren.

 Di OLGA CHIEFFI

Il “mal sottile” sembrava conferire ai malati un segno speciale di distinzione, di raffinatezza, di spiritualità. Una malattia individualizzante, dal decorso quasi segreto, lento, che permetteva una “buona morte”, dovuta, secondo gli influenti studiosi dell’Ottocento ai dispiaceri muliebri, i “patemi tristi dell’animo”, i desideri repressi e le pene d’amore”. La Traviata che chiude la stagione lirica del massimo salernitano è stata letta dal direttore d’orchestra Francesco Ivan Ciampa e dal suo cast, che ha salutato il debutto nel ruolo di Violetta Gilda Fiume, nel rispetto “reale” del decorso di questa malattia, affidandosi, anzi abbandonandosi alla pagina di Giuseppe Verdi, felici di piangere per le sue passioni. Infatti, all’interno della copertina della partitura abbiamo visto campeggiare un dollaro, con l’effigie di Giuseppe Verdi, banconota usata al teatro La Fenice per la festa nel salotto di Flora e che il direttore ha conservato per guardare in ogni momento dell’opera il nume tutelare del melodramma italiano. L’intera opera è stata portata innanzi con preciso uso del cesello, sull’onda dell’emozione e dell’eleganza: il dramma è nella malattia stessa, in quel tempus fugit veloce e inesorabile. Il sorriso beffardo in faccia alla morte che è nello specchio, della stanza e del salone del primo atto, tra le follie del deserto che appellano Parigi, non è risultato questa volta determinato e combattivo, nel suo baratro di disperazione: il morbo incalza, invade, spossa ed è reso con verità scenica, con timbro rotondo ed omogeneo e quella coloratura fluida e nitida, unitamente ad un’orchestra che non marca quell’inferno che arde dentro Violetta, fisicamente, sentimentalmente e socialmente, ma sottolineante con acutezza gli accenti sul tempo debole, che punteggiano la scrittura di Traviata, schizzando il nostalgico blues di Violetta. Scavo interpretativo per il secondo atto con quel “Dite alla giovane” cantato a fil di voce, ma non certo diafano e trascolorato, caro alle più rifinite Violette, per chiudere con l’ultimo atto e l’ Addio del passato, l’addio alla vita, senza impennate sul “della Traviata”, che si trasforma, così in preghiera. Con la protagonista, un Antonio Poli dai bei numeri, ma ancora non pronto a sostenere il ruolo, con un po’ di polvere nel registro medio acuto e qualche rigidità nelle colorature e soprattutto nella recitazione, in cui è stato completamente surclassato dall’espressività e dalla compenetrazione nel personaggio di Gilda Fiume. Prova positiva per Vladimir Stoyanov ottimo interprete di Giorgio Germont con fraseggio riflessivo e canto dotato di buona musicalità, autore di un duetto di grande intensità e spessore. A completare il cast la avvenente, anche musicalmente Flora Bervoix di Maria Luisa Lattante, il centrato Gastone di Francesco Pittari, l’impacciata Annina di Miriam Artiaco. Se un teatro sceglie la linea giovane che la faccia una buona volta valere per intero. E’ il momento opportuno di far debuttare valenti giovani che sono stabilmente nel coro, i quali sapranno fare sicuramente meglio di Angelo Nardinocchi (Il barone Douphol), Carlo Striuli (Il Dottor Grenvil), Luigi Cirillo (Il Marchese d’Obigny), voci ormai da anni sul viale del tramonto che vengono, di volta in volta, a ritirare a Salerno un immeritato gettone di presenza. Perfetti la scena e i costumi di Flavio Arbetti, illuminati da luci indovinate, dai colori pre romantici, wackenroderiani, diretta dal regista Pier Paolo Pacini, il quale ha lasciato muovere i personaggi su di un palcoscenico pieno d’ombre e di contrasti, come l’animo dei protagonisti prigionieri del melodramma, uno spazio eternamente “ammorbato”, dal primo atto con il coro in nero e i tendaggi tra il blu e il viola, poi schiaritisi in un rosso dorato, sino alla comparsa dei messi della morte, due coppie di ballerini in nero, fantasmi della festa di Carnevale che si sta svolgendo fuori della stanza di Violetta, un clamore altissimo che batte alle porte chiuse, in uno scorcio fulmineo, che prelude al venir meno della protagonista. Una interessante idea coreografica, di Pina Testa, quest’ultima, dopo la tradizione coreutica, compressa, nella minima fascia del proscenio, specialmente nei salti che ha sottolineato i cori delle Zingarelle e dei Toreador, ben eseguiti dalle masse preparate da Tiziana Carlini. Applausi per tutti e tante rose su Gilda Fiume, dalla cui bocca è stato evocato il canto di Violetta, riflesso del fondo della sua anima, un’anima sincera e tuttavia misteriosa, come lo specchio nell’ombra.

 

 

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