Venti anni di De Luca: litigi ed occasioni perse

Scritto da , 26 gennaio 2015
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di Andrea Pellegrino

Questa mattina l’istanza al Tar – con molta probabilità predisposta dagli avvocati Brancaccio e Clarizia – potrebbe essere già presentata. Un atto per chiedere la fissazione dell’udienza cautelare per sospendere il provvedimento di applicazione della legge Severino nei confronti del sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, firmato dal viceprefetto vicario Cirillo. Sulla scia del dispositivo de Magistris, il primo cittadino sospeso spera di poter tornare in pista il più presto possibile ma la parola ora spetterà solo e soltanto alla giustizia amministrativa. A Palazzo, invece, questa mattina il presidente del Consiglio Antonio D’Alessio completerà le notifiche ai consiglieri. Poi dovrà convocare – su disposizione della Prefettura – un Consiglio comunale per la presa d’atto della sospensione di De Luca.
Fin qui gli aspetti tecnici che s’intersecano con fatti storici e politici. Primo fra tutti la nomina di Enzo Napoli, un tempo delfino di Vincenzo Giordano che si vide sfumare l’ambizione di divenire sindaco di Salerno proprio per colpa dell’inchiesta giudiziaria (la Tangentopoli salernitana) che toccò il vertice dell’amministrazione decapitandolo politicamente. Allora fu Vincenzo De Luca, ad avere la meglio. Piazzato su quella poltrona per effetto di vicende giudiziarie. La stessa giustizia che oggi l’ha messo da parte, sbarrandogli la strada per Palazzo Santa Lucia e facendo ritornare in auge Enzo Napoli che per la prima volta veste da sindaco, seppur facente funzioni. Poi, secondo le manovre politiche, sarà costretto a cedere il passo a Fulvio Bonavitacola, l’attuale deputato Pd, che pur proviene da quella stagione, indicato quale vero e proprio successore di Vincenzo De Luca a Palazzo di Città.
Ma fino ad allora pare che di acqua ne debba ancora scorrere sotto i ponti della politica. Seppure si dice la che la parabola sia ormai discendente per Vincenzo De Luca. Salvo colpi a sorpresa, il sindaco (sospeso) allo stato non ha molti margini di manovra, sia a Salerno che a Napoli che infine a Roma. Il suo ventennio potrebbe chiudersi qui. Partito dopo Giordano, ha avuto alti e bassi nel corso degli anni, con un epilogo ora che rischia di essere dei peggiori per un amministratore che ha toccato livelli “bulgari” di gradimento. Ma sempre come “uomo solo al comando”. Un isolamento politico che lo ha portato a non avere una corrente composta da una classe dirigente, bensì un esercito di persone posizionate nei posti strategici ma mettere e cacciare via al suo segnale.
Sulla sua strada è andato sempre tutto liscio. Le uniche tensioni con l’assessore (dimessosi) Fausto Martino in contrasto con le scelte urbanistiche e con Mario De Biase, dapprima fatto eleggere sindaco per poi scaricarlo appena possibile. Il rapporto con il partito, fin dai tempi dei Ds, è stato sempre sovraordinato, al punto da decidere di estromettere per sempre simboli di partito all’interno della sua maggioranza consiliare. Lo scontro più acceso con Alfredo D’Attorre, oggi deputato, costretto a lasciar la guida della Quercia salernitana, in contrasto con la formazione di una lista per le Politiche dell’epoca.
Per il resto, partito ed amministrazione si sono sempre mescolati, compreso oggi che soffiano venti di crisi e di scissioni, con la maggioranza del Partito democratico sempre più antideluchiana.
Ed ora che spera nel salto di qualità oltre Salerno forse non si rende conto di quanti treni abbia perso. Primo tra tutti quello del sottosegretariato al Mit ai tempi del governo Letta, o ancor prima di leader d’opposizione dell’amministrazione regionale Caldoro. Ed invece ha preferito sempre Salerno ed ora non gli resta che attendere il verdetto del Tar per ritornare sulla sua poltrona e chiudere così la sua partita politica.

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