Variazioni sull’essere e sul vivere

Scritto da , 30 gennaio 2014

Roberto Herlitzka con Il soccombente,  ritorna a Salerno al Teatro Ghirelli dal 31 gennaio (ore 21) al 2 febbraio. Per la prima volta sui palcoscenici del massimi italiani verrà rappresentata la versione teatrale di uno dei capolavori della letteratura del Novecento, scritto da Thomas Bernhard nel 1983, la cui riduzione è stata curata da Ruggero Cappuccio. Accanto a Roberto Herlitzka che interpreterà  l’io narrante, ci sarà Marina Sorrenti, in uno spettacolo la cui regia è stata affidata a Nadia Baldi. A un corso di Horowitz, a Salisburgo, si incontrano tre giovani  pianisti. Due sono brillanti, promettenti. Ma il terzo è Glenn Gould: qualcuno che non brilla, non promette, perché è. E presto diventerà una leggenda. Mentre Gould, un giorno, suona le Variazioni Goldberg di Bach, il suo amico Wertheimer si sente trafitto, annientato: sa che in quel modo non suonerà mai. E, se così sarà, la sua vita intera si rivelerà essere quella di un soccombente, come Glenn Gould stesso lo aveva chiamato. In questa scena sono racchiusi tutti gli elementi che segneranno il futuro dei tre amici. Gould morirà suonando le Variazioni Goldberg, raggricciato sulla tastiera, nel tentativo sempre rinnovato di essere non già un interprete al pianoforte, ma il pianoforte stesso, il suo Steinway. Wertheimer sarà travolto dalla meccanica feroce dell’emulazione, della debolezza profonda, dell’incapacità di essere unico e della coscienza di non esserlo. Il narratore, che è il terzo pianista, rinuncia anche lui al pianoforte tesse una trascendentale partitura di prosa: appunto il testo, variazione romanzesca sul tema della grazia e dell’invidia, di Mozart e Salieri, ma ancor più sul tema terribile del non riuscire a essere. Bernhard sembra avere scritto questo romanzo come Gould suonava: «per così dire dal basso verso l’alto, non come tutti gli altri dall’alto verso il basso». Fin dai primi tocchi, cupi e leggeri, avvertiamo che il libro è la storia di una disputa inestinguibile, che procede nella vita e nella morte: quella tra la Forza e la Debolezza. E, se la Forza appare sul fondo, nella spietata esclusione, da parte di Gould, di tutto ciò che non sia perfetto, si può dire che rare volte l’epos della Debolezza si sia articolato con i tratti grandiosi, e anche la sinistra comicità, che incontriamo nelle vicende di Wertheimer. Quest’uomo che della debolezza ha la vocazione è al tempo stesso pieno di talenti, di qualità e di intelligenza. Il suo soccombere è un processo sotterraneo, sottile, che lo distrugge, ma tende a distruggere anche gli altri. Nella sua debolezza, Wertheimer ha il fascino pernicioso di chi attira gli altri nella propria rovina. Alla fine, giunti a una sorta di vertigine nell’arte della variazione, ci accorgiamo che Wertheimer, il soccombente, ha costruito pezzo per pezzo, nella vita e nella morte, una sorta di doppio beffardo, un’ombra sfigurata della perfezione di Gould, quale ultima vendetta della debolezza contro la grazia. Nel finale entrano in rotta di collisione la massima felicità espressiva (Glenn Gould) e la totale impotenza esistenziale (Wertheimer); dunque due figure antipodiche, unite però dal medesimo problema: come uscire dalla gabbia della vita. Wertheimer, con la sua umanità disastrata, ci proverà con un suicidio lungamente premeditato; Gould, mistico della musica, cercando di annullare la propria umanità nel pianoforte. La messinscena, con le ambientazioni videografiche di Davide Scognamiglio e le musiche di Marco Betta, invita il pubblico a entrare nella più profonda seduta analitica che la letteratura abbia prodotto nell’ultimo secolo. Il successo, il fallimento, le speranze, le disillusioni, l’amore per chi si odia e l’odio per chi si ama, le creature di un passato che non passa, rivivono attraverso il corpo di Berhard/Herlitzka con stupefacente vivezza, allineandosi al genio di Bach, come la ricerca delle variazioni infinite sull’essere e sul vivere.

Olga Chieffi

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