Valery Gergiev tra fonìa e direzione

Scritto da , 2 Agosto 2020
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Lo Czar strega il pubblico e non poche rappresentanti del gentil sesso del Ravello Festival con il suo sguardo carismatico e il suo gesto personale. Tre chiamate al proscenio per la sua Orchestra del Mariinsky Theatre

Di Olga Chieffi

 

La serata di Valery Gergiev al Ravello Festival è cominciata presto. L’orchestra del Teatro Mariinsky in formazione ridotta, solo una quarantina di elementi, con i leggii a debita distanza, per di più su di una ribalta all’aperto ove può accadere di tutto, ha dato da pensare al direttore, il quale in prova ha splendidamente calibrato, pezzo per pezzo, i “suoni” della sua creatura musicale ormai trentaduenne. Abbandonato il palco, si è trasferito sulla tribunetta, chiedendo al suo incantevole primo violino, Olga Volkova, andamenti anche più lenti, quasi una semplice lettura, che lo ha portato a spostare gli strumenti, circondando i celli con le viole, cercando di ravvicinare il più possibile gli ottoni al resto della formazione. In concerto, una vera magia, generata da un lavoro puntiglioso: un suono abbagliante o carezzevole, esile come un filo di seta o “gonfio” come un mare in tempesta, purissimo o soffocato, rivelatore dei più riposti meandri dell’anima, nato dalla capacità di dominare tutte le sezioni e tutti gli strumenti, finanche nel vibrato. Il pubblico del Ravello Festival, è stato stregato dall’incontro con l’anima europea sottesa dalla pasta raffinata dell’orchestra che ha sposato la petrosità immaginifica di Gergiev. Un’ora e venti circa, di musica di grandissima intensità, suonata in maniera tutt’altro che compiacente o compiaciuta, una direzione mai alla ricerca dell’eloquenza, ma impegnata nella resa del torbido avviluppo di scenari musicali, che raramente si sciolgono nella catarsi tragica o gioiosa del tema. Forse, mai ci è capitato di ascoltare così precisamente la differenza della musica russa da quella dell’Europa occidentale; la composizione, infatti, non sembra basarsi sullo sviluppo autonomo di un discorso musicale fine a se stesso, quando appare in filigrana come traduzione di paesaggi, di immagini. Vale la pena ricordare cosa rispondeva Nabokov, quando gli si chiedeva se, dopo essersi trasferito negli Stati Uniti ed aver abbracciato la lingua inglese, pensava in russo o in inglese: rispondeva che la questione era mal posta, perché lui pensava “per immagini” e poi traduceva in lingua. Se con la quarta sinfonia di Felix Mendelssohn e la Classica di Sergej Prokofiev abbiamo toccato con mano le affinità elettive dello czar, il Debussy di Gergiev non è risultato certo semplice: il direttore vi ha scoperto l’incredibile sottobosco di parti interne che, combinandosi con quella che gli altri considerano “parte principale” generano intrighi ritmici ultra-stravinskiani e una selva altrettanto sorprendente di impasti timbrici “nuovi”. Un semplice compito ben svolto è risultata, invece, l’Ouverture della “Cenerentola” di Gioachino Rossini, che è mancata della debordante energia, della connaturata eleganza e dell’estroversa brillantezza, mentre riguardo la Classica di Prokofiev è merito di Gergiev essersi sottratto alla tentazione di farne una parodia del sinfonismo classico, esaltando al meglio il trattamento “moderno” del discorso musicale. La Gavotta del terzo movimento, marcato, Non troppo allegro – un piccolo capolavoro di arguzia accresciuta dalla Musetta del Trio – è stata condotta con la necessaria leggerezza, che è stata ritrovata anche nel finale, potendo anche contare su di un’ottima sezione degli archi. A completamento dell’eterogeneo programma, la IV sinfonia di Felix Mendelssohn, l’omaggio dell’autore e del nostro direttore in Italia, dove ha iniziato la sua tournée europea post pandemia, che traduce in suoni tutte le emozioni, i colori e le atmosfere del viaggio lungo la penisola e li ha restituiti attraverso un’interpretazione particolarmente suggestiva, con cura appassionata per i dettagli espressivi, con felice ricchezza di intenzioni e attenzioni, il cui interesse ha finito per lasciare sullo sfondo l’eccellenza tecnica dell’esecuzione. Applausi scroscianti e ben tre chiamate al proscenio per lo Czar che ha rubato l’occhio a non poche rappresentanti del pubblico femminile del Festival di Ravello, che ha ricambiato con lo Scherzo dal Sogno di una Notte di mezz’estate di Mendelssohn, l’ Intermezzo della Cavalleria Rusticana e, ancora, il finale Molto Vivace della Sinfonia Classica di Prokofiev.

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