Una voce, un flauto e la luna

Scritto da , 21 ottobre 2017

Salerno abbraccia Gilda Fiume e Antonio Senatore nella sfida di Casta Diva. Dignitosa la prova dell’orchestra guidata da Daniel Oren con Myriam Dal Don nel ruolo di konzertmeister

 

Di Olga Chieffi

 

Ogni accento curato, ogni nota con il giusto peso, nell’arco della scena tra le selve ossianiche disegnate a quattro mani da Flavio Arbetti e dai ragazzi del liceo artistico, il flauto di Antonio Senatore e la voce di Gilda Fiume hanno schizzato quell’enciclopedismo affettivo che Vincenzo Bellini ha pensato per Casta Diva. Il declamato drammatico iniziale, il lirico sacrale dell’invocazione è stato reso dai due protagonisti non privo dal far intravvedere le ambiguità passionali della sacerdotessa amante nello svettare della voce all’acuto che rivela i due volti della donna. E’ il momento che il pubblico del nuovo allestimento della Norma del teatro Verdi di Salerno, affidata alla regia di Giandomenico Vaccari, attendeva, chi per conoscenza, chi per punire una non impossibile defaillance del soprano, così come è senza veli, alcuni, insieme al suono del flauto, trasparente e lussureggiante, in questo pulsare melodico del lungo e articolato fraseggio belliniano, che ci ha fatto ricordare “La sera del dì di festa” di leopardiana memoria “Dolce e chiara è la notte e senza vento,/ E questa sovra i tetti e in mezzo agli orti/Posa la luna e di lontan rivela/ Serena ogni montagna”. Platea attenta e mormorante tra le labbra, che non è stato certo deluso dalla giovane Gilda Fiume, al suo debutto nel ruolo, che è riuscita a calarsi in quel personaggio che vive in modo rappresentativo lo scisma belliniano, in quanto l’esplosione della novella potenzialità lirica è chiamata a collaudarsi entro gli argini contegnosi d’una vera e propria ossatura vieux style e, per coinvolgere a pieno il pubblico, ha bisogno di rivivere in voci straordinarie e complete. Poche opere, infatti, nel paesaggio del nascente melodramma borghese riescono, al pari di questa, a registrare l’ossequio ad una formula e, insieme, il suo rovesciamento per il tramite della dilatazione melodica, del canto lunare fuoriuscente di continuo dalla morsa del tempo ordinario. Applausi sinceri, quindi, per Gilda Fiume e per tutti gli strumentini, unitamente al coro, preparato da Tiziana Carlini, che hanno prodotto quasi completamente l’intenzione artistica di Daniel Oren, creando colori a volte infungibili, validi solo per l’ethos di questa partitura, animando un palcoscenico pieno d’ombra e di mistero, in cui i personaggi, prigionieri del melodramma tentano di liberarsi, mentre la luce, viva e granulosa, ha ornato i loro gesti. Felice il ritorno qui a Salerno della violinista Myriam Dal Don nel ruolo di Konzertmeister dell’ Orchestra Filarmonica Salernitana, dopo averla applaudita in diversi contesti, dal Festival di Musica Antica a diverse esibizione in formazione, nell’interpretazione stavolta di una partitura che è risuonata in una miriade di dettagli sotto una luce nuova. Questa sera, la violinista regalerà un’esibizione in forma privata, facendo ri-suonare, un violino centenario di scuola napoletana, uno strumento datato 1904, costruito dal liutaio Vincenzo Postiglione, maestro di Vincenzo e Mariano Annarumma, liutai salernitani e rinato, dopo oltre mezzo secolo di silenzio, attraverso le mani e le cure di Ciro Caliendo, erede dei segreti della eccelsa scuola napoletana di liuteria.

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