Una tromba nella tempesta

Scritto da , 15 settembre 2016

La pioggia rovina il gran finale dei Concerti del Lunedì firmati da Mauro Navarra nella sua Pisciotta. Musica da film con il Salza ensemble e il raffinato cameo del fisarmonicista Francesco Citera con Alina Di Polito e Angelo Loia

Di Olga Chieffi

“Don’t know why there’s no sun up in the sky, Stormy weather”. L’incipit del celebre song di Harold Arlen, scritto per la rivista del Cotton Club del 1933 e divenuta film nel 1943, con interpreti Lena Horne, Bill Robinson, Cab Calloway, Fats Waller, avrebbe potuto essere la soundtrack della serata finale de’ “I Concerti del Lunedì”, rassegna firmata dal flautista Mauro Navarra, che ha animato il borgo della sua Pisciotta e dintorni, con otto interessanti appuntamenti. Una pioggia non anonima, ma accreditata dall’imminente equinozio d’autunno, trasformatasi, quindi, nel temporale caro al Don Basilio rossiniano, si è presentata di diritto ad “intossicà” il galà, affidato al Nello Salza ensemble, il quale da tempo batte la costiera cilentana, proponendo le più amate colonne sonore del cinema, che, purtroppo, non ha potuto svolgersi nella sua interezza. “E si sa, all’aperto si gioca solo a bocce”, è solito ripetere la tromba di Sutri, la famosa risposta sulle esecuzioni en plein air dei melodrammi, offerta tagliente da Arturo Toscanini ad un giornalista, ma Salza si è comunque presentato nella piazzetta di Pisciotta con il fratello Simone Salza ai sassofoni alto e soprano, Vincenzo Romano alle tastiere, Gianfranco Romano alla batteria e David Medina al basso. Il repertorio è quello a cui il pubblico è abituato, il Morricone degli spaghetti western, con pugni, dollari, sguardi di sfida e una tromba d’eccezione, quale quella di Michele Lacerenza, di “C’era una volta in America”,  con la sua Amapola, (nel film è eseguita dal clarinetto “ministeriale” dal suono inimitabile di Gianni SaintJust), del Padrino, parte prima con il “Parla più piano” di un Nino Rota, fuori dalle nomination dell’Oscar per aver solo rallentato il tema del film Fortunella del nostro Eduardo, “La Vita è bella” di Piovani dall’ammiccante ritmo sudamericano e il suo love theme, brani che hanno posto in luce l’ineccepibile suono della tromba e del flicorno soprano di Nello Salza. Un suono che, omaggiando i luoghi, paragoniamo allo “sfero” parmenideo, quello dell’ “Essere è, il non Essere non è” per intenderci, unico, immobile, uniforme, immutabile in tutte le temperie di questo genere, che pur passa dallo scontro in cui occorre una tromba “militaresca e messicana”, alle evocazioni nostalgiche ed epiche, in un caleidoscopio di situazioni, passioni ed emozioni. Felicissima sorpresa, il sax di Simone Salza, noto al pubblico televisivo, poiché solista delle diverse orchestre che la Rai forma per i suoi spettacoli, protagonista assoluto di The Days of Wine and Roses di Henry Mancini e del tema di The Pink Panter, con soli di una leggerezza spiazzante, plasmati con morbidezza di suono, tecnica brillantissima, soli ben sostenuti dall’intero ensemble, di grande invenzione e fluidità, ma sempre delicatissimi e pregevoli, che non si sono mai spinti troppo “oltre”, alla ricerca di chissà quali territori armonicamente inesplorati, e restando abbastanza costantemente legati alle strutture armoniche e melodiche principali dei brani, aggiudicandosi, così, tutti i “duel” con l’altro strumento solista. Altra lightening in the storm, la fisarmonica di Francesco Citera, che ha giocato quasi in “casa”, unitamente alla vocalist Alina Di Polito e al chitarrista Angelo Loia, proponendo il classico piazzolliano per eccellenza, Libertango, e le linee di un nuovo progetto che si porrà sulle tracce della collaborazione tra Horacio Ferrer e Astor Piazzolla, “Bandoneon para un loco”, che nella prossima stagione debutterà sostenuto da un quartetto d’archi. Alina e Francesco, infatti sceglieranno alcune delle pagine funzionali a quel dialogo a volte struggente, a volte leggero e scanzonato con gli strumentisti, intrecciando una perturbante e sensuale danza d’amore. Il tango va consumato esattamente nell’interludio tra la mancanza e la pienezza, essendo una forma di sopravvivenza, una maniera di riconoscersi e rappresentarsi, di esorcizzare la nostalgia, l’abbandono, il senso di estraneità, temi già ben approfonditi da Alina Di Polito nei suoi precedenti progetti, sulle culture del Mare Nostrum. Una delle condizioni più stralunate e poetiche della cultura latinoamericana, della cultura dell’esilio in genere, della cultura pronta a nuove ibridazioni e acclimatazioni, che si è già addentrata, ormai, in chissà quali sobborghi della nostra anima.

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