Una dinamica macchina di resilienza

Scritto da , 12 Febbraio 2019
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Applausi al Teatro Verdi di Salerno per “Dieci storie proprio così – terzo atto” da un’idea di Giulia Minoli, evento della rassegna di teatro Civile

Di ARISTIDE FIORE

Si deve a Giulia Minoli l’idea di rendere presenti su un palco i protagonisti del conflitto interminabile con la criminalità organizzata: parenti di vittime, testimoni, pentiti, volontari, mediante i quali dar conto dei molteplici aspetti della sindrome italiana, il male che affligge questo Paese fin dalle sue origini, prima come fenomeno locale, a scala regionale, e poi diffusosi nell’intero territorio nazionale, come un inarrestabile rilascio di metastasi. “Dieci storie proprio così – terzo atto”, approdato al massimo cittadino, è parte di un progetto più ampio (“Il palcoscenico della legalità”), tuttora in corso, articolato in tre ambiti operativi: gli altri due, di natura formativa, sono la conduzione di laboratori propedeutici alla visione dello spettacolo rivolti agli studenti e la formazione relativa ai mestieri del teatro negli istituti penitenziari minorili. Si tratta insomma di una specie di “macchina della resilienza”, che, nell’affrontare un problema complesso, offre anche un contributo alla sua soluzione attraverso iniziative concrete. Per quanto concerne lo spettacolo, la drammaturgia è in continua evoluzione sia per l’esigenza di ottenere una sintesi dinamica, che tenga conto cioè dell’attualità, dell’urgenza di dar conto di fatti o di contesti nuovi, sia per il continuo adattamento alla sensibilità dell’uditorio o di tutte le realtà coinvolte nel progetto. La regia di Emanuela Giordano prevede un atto unico intervallato dalle musiche di Tommaso Di Giulio, eseguite da Leonardo Ceccarelli alle chitarre e Paolo Volpini alla batteria: un supporto robusto ma essenziale, così come la scena vuota in cui agiscono i personaggi interpretati da Maria Chiara Augenti, Daria D’aloia, Vincenzo D’amato, Valentina Minzoni e Alessio Vassallo, che si avvicendano in dialoghi e monologhi per raccontare esperienze reali o rappresentare scene realmente accadute o anche situazioni immaginarie, simboliche: interviste, interrogatori, tentativi di corruzione. Basta poco per far rivivere chi abbia scelto di gettare la maschera, di metterci la faccia, di rischiare in prima persona per abbattere sistemi inveterati o per costruirne di nuovi, inclusivi e sani. Al massimo un’inflessione dialettale aggiunta alla bisogna a una caratterizzazione comunque convincente. Una certa enfasi sembra avvolgere dei blocchi composti in vari modi su un tavolo per rappresentare episodi di speculazione edilizia, l’erezione di complessi commerciali, residenziali o addirittura statali. In qualche modo, quei prismi simboleggiano, più in generale, la “roba” e, di riflesso, l’insaziabile avidità che anima i tanti meccanismi perversi che infettano la società, che ne inceppano e deviano i processi sani, legali. Sono soprattutto i piccoli ostacoli, a infastidire lor signori. Di grandi, forse, non ne hanno mai incontrati. I pochi che hanno detto di no, hanno denunciato, hanno voluto sapere e divulgare qualche particolare di troppo, vincendo le paure proprie e dei familiari, sono diventati spesso dei bersagli facili, svantaggiati dal proprio isolamento, dalla propria eccezionalità. Quando tuttavia sono riusciti, magari pagando un tributo pesantissimo, a opporsi allo stato delle cose, all’omertà e all’assuefazione, da ogni piccolo colpo al sistema si è aperta una crepa sempre più ampia, che ha portato a inchieste, sequestri, cambiamento di atteggiamento da parte di intere comunità o almeno di loro porzioni significative. Sono i semi della riscossa, i germi di un Vespro smisurato che libererebbe finalmente il Paese, se tutti lo volessimo, se fosse un paese normale.

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