Una Adriana Lecouvreur allo specchio

Scritto da , 24 ottobre 2016
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Trionfa Daniel Oren al San Carlo con l’opera di Cilea, andata in scena in memoria di Daniela Dessì. Applausi convinti anche per le splendide coreografie di Michele Merola

Di ROSANNA DI GIUSEPPE

 

Dell’ Adriana Lecouvrer di Francesco Cilea su libretto di Arturo Colautti tratto dal dramma di Eugène Scribe e ErnestW.Legouvé, hanno tuttora affascinato, nella versione realizzata dal Teatro San Carlo di Napoli, in occasione dei 150 anni dalla nascita del musicista (1866-1950) e in ricordo di Daniela Dessì, rimpianta interprete dell’ultima edizione sancarliana dell’Adriana del 2003, il tema del teatro e l’acuta e incisiva lettura della partitura orchestrale da parte del direttore Daniel Oren ritornato dopo lunga attesa alla guida della magnifica orchestra del Massimo napoletano. Il Maestro, andando oltre la categoria dell’estetica verista propria degli anni che videro la nascita del capolavoro di Cilea, ne ha dato una resa musicale stringata, priva di enfasi ma nello stesso tempo volta a dare risalto al lirismo e all’eleganza della scrittura in senso moderno, più vicina all’impressionismo che ai toni accesi di un Mascagni o di un Leocavallo, secondo la stessa sottolineatura di Oren, nel programma di sala. La vicenda della protagonista, attrice realmente esistita, della Comédie-Française, emerge con tratti di verità nella sospensione tra realtà e finzione, il cui confine è continuamente oscillante. Non a caso, lo storico allestimento del regista Lorenzo Mariani affiancato per le scene e i costumi da Nicola Rubertelli e da Giusi Giustino con l’ausilio del disegno di luci di Claudio Schmid, ha esaltato tutti gli aspetti metateatrali dell’opera sul cui sfondo si iscrive il doloroso destino del personaggio principale: maschere della commedia dell’arte si muovono nel vivace primo quadro ambientato nella “Comèdie Française”, al centro un palco nel palco, intorno quinte e strutture mobili per rendere la scena e il retro della scena, la recita e la realtà dei personaggi, sullo sfondo di un grande ritratto di Racine. Ugualmente, nel terzo atto tutta la sala si specchia in un altro teatro allestito sulla scena, questa volta ambientata nella galleria dei ricevimenti di palazzo Bouillon con un grande specchio rotondo posto al centro di fronte alla platea, in cui con bell’effetto viene a riflettersi la pedana sottostante circolare e ricurva affrescata in stile barocco. Su di essa vengono a muoversi dapprima i ballerini nel famoso “divertimento” sul giudizio di Paride, elegantemente guidati dalla coreografia di Michele Merola, quindi Adriana nella sua realistica recitazione del brano della Fedra di Racine lanciato quale invettiva contro la principessa rivale, con quel suggestivo passaggio dalla recitazione al canto che sembra contenere il segreto stesso della ragion d’essere espressiva della forma operistica. Convincente interprete di Adriana, anche dal punto di vista attoriale, nel secondo cast (il 20 ottobre), Svetla Vassileva, precisa nell’intonazione e intensa seppure misurata nelle sue variegate espressioni, degnamente affiancata dall’ottimo Bruno Ribeiro, voce baldanzosa e agile nei panni di Maurizio, Marianne Cornetti (la Principessa di Bouillon) fiera e crudele rivale incarnata da un appropriato tagliente timbro vocale, Alberto Mastromarino, umanissimo Michonnet, Carlo Striuli, il principe di Bouillon. A completare il cast: Luca Casalin (l’abate di Chazeuil, Elena Borin (Mad.ella Jovenot), Giovanna Lanza (Mad.lla Dangeville), Stefano Consolini (Poisson), Quinault (Paolo Orecchia), Luigi Strazzullo (un maggiordomo). Nota di merito al coro diretto da Marco Faelli e soprattutto al complesso orchestrale da cui Oren ha sviscerato oltre che timbri limpidissimi e scintillio coloristico, un esempio tra tutti, il brano orchestrale che prepara l’incantatoria apparizione di Adriana, la struggente malinconia e la commovente drammaticità di uno stile in cui “il canto aderisce alle parole e la musica allo svolgimento dell’azione”, un massimo esempio è nel ‘decadente’ finale evocante ancora una volta il teatro nel teatro, per le ultime battute di Adriana morente, cui l’orchestra contribuisce a rendere con sensibilissimo senso dinamico la massima resa espressiva.

 

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