Un Sik-Sik espressionista

Scritto da , 18 gennaio 2014

Dura la vita per un ciarlatano che si affida ad espedienti. Ancor più dura se il complice di vecchia data non si presenta in teatro per tenere bordone ai suoi giochi di prestigio. La comparsa di un passante che possa sostituirlo sembrerebbe salvare la situazione, ma la sua dabbenaggine e l’arrivo dell’aiutante, più che mai deciso a non mollare la presa, innescheranno una serie di situazioni esilaranti. Fedele alla prima versione della commedia eduardiana datata 1929, che racchiude la vicenda in un atto unico, Pierpaolo Sepe dirige un Benedetto Casillo perfettamente consapevole del proprio ruolo in “Sik Sik, l’artefice magico”, di scena al Teatro Ghirelli fino a domenica alle 18.30. La produzione è della Fondazione Salerno Contemporanea con la Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, in collaborazione con Benevento Città Spettacolo. Come sempre accade nell’autore, di cui ricorre il trentennale della morte, la comicità ha un fondo amaro, il sorriso è sempre accompagnato dalla sensazione che le cose racchiudano comunque un fondo oscuro difficile da esorcizzare. I battibecchi tra il prestigiatore e la moglie che attende un figlio (un’Aida Talliente estremamente credibile nel suo destino di donna consumata dalla vita) sono costruiti con precisisissima attenzione ai tempi comici dietro cui si intravedono ore di risentimenti e solitudine. In Eduardo ciò che è assolutamente realista (la gravidanza, in questo caso) si presta senza alcuna forzatura ad accogliere un senso ulteriore (la promessa di una vita migliore al di là da venire). I comprimari si rivelano pienamente all’altezza del compito curando ogni dettaglio della propria interpretazione: Roberto Del Gaudio è un irresistibile pasticcione e Marco Manchisi ha tutta la buffa dignità di chi si sente spodestato. La scenografia di Francesco Ghisu trasforma il retro del teatro in una sorta di scatola magica, il palcoscenico le cui pareti sono ispirate all’arte espressionista attraverso un gioco ipnotico di geometrie intrecciate. E quando i contrasti tra i due assistenti compromettono lo spettacolo, il protagonista cerca pateticamente di trasformare in un trionfo la rovina. Se dunque da un lato è centrale un tema caro allo scrittore, la sconfitta, dall’altro l’allestimento ricorda come l’illusione teatrale-anche quando è imperfetta e fragile- è l’unico contraltare a un’esistenza che troppo spesso bara, in modo assai subdolo, con chi la vive.

Gemma Criscuoli

 

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