Un pianoforte per Zaha Hadid

Scritto da , 24 maggio 2016

Alberto Pizzo presenta il suo ultimo progetto “Memories” nella stazione marittima di Salerno

 Di OLGA CHIEFFI

“Pare che io sia nata per superare costantemente le frontiere” raccontava di sé Zaha Hadid e questa sera, al pianoforte gran coda che è ospite segreto nel cuore della sua stazione marittima, sposandone le linee fluide e dinamiche “marine”, si assiderà un pianista e compositore, che ama sovrapporre le sue diverse anime come l’indimenticato architetto iracheno, Alberto Pizzo. Il pianista napoletano ritorna in città –doppio appuntamento venerdì 27 alle 18 nella libreria Feltrinelli e alle 21, nella Stazione marittima – dopo aver firmato l’esordio concertistico del Premio Charlot la scorsa estate, offrendo a Claudio Tortora la colonna sonora di questa XXVIII edizione, in una serata musicale in cui presenterà il suo ultimo progetto discografico “Memories”. Come salvarci dal nichilismo che attanaglia la nostra società, dall’ erosione del tempo e dell’indifferenza? Attraverso l’arte, la memoria, umanizzando le occasionali emozioni. Non v’è, infatti, “fenomeno”, ovvero “vissuto”, emozionale e non, che non sia tale perché è sentito come “mio”, proprio di un sé. Movendo le emozioni e ritrovandosi in esse, l’erosione del tempo scomparirà, i rapporti saranno nuovamente possibili, grazie alla differenza e al dialogo, che si risolverà in discorsi d’Amore, unico viatico valido per il futuro dell’Umanità. Questi i principi estetici dell’arte tutta e di Memories. Si tocca con mano il sentimento di passione ed amicizia nell’incisione di Alberto Pizzo, da quella coltivata e condivisa per la musica insieme a colleghi come Gianluca Fronda (con cui ha collaborato per il brano “Kronos”) a quella che lo lega alla sua compagna di vita Yuki il cui amore gli ha suggerito melodie quali “My secret” e “Valentine’s day”, e ancora, “Il viaggio dell’anima”, “Miyabi”, “Nostalgia”, sino a quella per il cinema rappresentata da “Paris 2011” e “After the rain”, quest’ultima composizione, un sogno, quello di suonare con una grande orchestra, realizzatosi negli Abbey Road Studios di Londra, ove si è registrato appunto Memories con la London Symphony Orchestra, diretta da Luis Bacalov. Memories vuol ricordare anche gli anni di formazione accademica di Alberto Pizzo, il quale dedicherà al pubblico salernitano i primi due preludi dell’op.28 di Fryderyk Chopin. Sotto l’unico nome di “preludi” vivono, in realtà, vari registri stilistici: preludi nel senso più proprio, definito una volta per tutte dal genio critico di Schumann come “schizzi, incipit di studi, ovvero frammenti di rovine, penne d’aquila”. Il Preludio n. 1 in do maggiore (“Agitato”) ha il carattere di Toccata, il n. 2 in la minore (“Lento”) è uno dei due scritti sicuramente per primi, forse a Stoccarda dopo la notizia della caduta di Varsavia: alla linea fragile della mano destra, che non si sviluppa in una vera melodia, si contrappone un intricato gioco accordale della sinistra, armonicamente ambiguo, che ha fatto parlare alcuni biografi, di disperazione, di follia, di malattia, di un frammentarismo che ha dello sconcertante, se pensiamo al periodo in cui questo preludio fu scritto. “Non ti aspettare, che tu sia dilettante o professore, di trovare in queste composizioni un’intenzione profonda, ma piuttosto un’ingegnosa facezia dell’arte per esercitarti ad un gioco ardito sul clavicembalo”, scrive Domenico Scarlatti sul frontespizio delle sue Sonate. Alberto Pizzo ha scelto di eseguire la K 87 che mostra un completo ventaglio dei personalissimi caratteri stilistici scarlattiani. Come, per esempio, la concisione e insieme inesauribilità delle invenzioni melodiche e ritmiche, o le soluzioni tecniche esecutive, spinte in molti casi verso una gestualità molto impegnativa dell’interprete, la capacità discorsiva del linguaggio musicale di prefigurare un piano di sviluppo delle idee e delle loro concatenazioni, con il risultato della costruzione di un paesaggio sonoro inedito e originale. Chiusura affidata al Concerto n°5 BWV 1056 in Fa minore per clavicembalo e orchestra composto da Johann Sebastian Bach nel 1738. Lo schema formale della pagina è sostanzialmente vivaldiano, ma il carattere dei temi è squisitamente bachiano: sono frasi semplici, ritmicamente precise e squadrate, ben scandite e armonicamente suscettibili di ampi sviluppi. I tre movimenti sono contrassegnati da un tempo di marcia il primo, da una espressiva melodia in la bemolle il secondo e da un passo di giga il terzo, nell’ambito di una nobile spiritualità musicale. Sono dispensatrici di gioia queste pagine, scoperta trepidante, sorpresa, gioco, talvolta forse un soprassalto di risa o un alone di tristezza, lento a dissiparsi dopo lo svanire dell’ultima nota, attraverso cui Alberto Pizzo costruirà, divertendosi, uno “spazio” sonoro fatto degli infiniti piani su cui ha collocherà i controcanti, gli sfavillii, la raffinata capacità di invenzione, creando un meraviglioso microcosmo, con il suo inconfondibile gusto per il witz, per dirlo in modo classico, con cui il nostro pianista traverserà per intero il suo scire musicale.

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