Un “Che fine ha fatto Baby Jane?” in salsa napoletana

Scritto da , 4 novembre 2017

Igor Esposito ha costruito Sisters sulla falsariga del celebre film di Robert Aldrich con un’insuperabile Bette Davis. Si replica  al teatro Verdi di Salerno stasera e domani

 Di OLGA CHIEFFI

Non si va oltre la mediocrità, termine oggi imperante in ogni campo, anche per il secondo appuntamento della stagione di prosa del teatro Verdi. Dopo la deludente prova attoriale della strana coppia Claudia Cardinale e Ottavia Fusco, le pur eccellenti attrici Isabella Ferrari e Iaia Forte hanno portato in scena il testo inutile di Igor Esposito, che ricorda molto, troppo da vicino uno dei capolavori assoluti del cinema “Che fine ha fatto Baby Jane?” datato 1962 diretto da Robert Aldrich ed interpretato da Bette Davis e Joan Crawford, basato sull’omonimo romanzo di Henry Farrell, che, per di più, vanta già diverse trasposizioni teatrali, per la regia di Valerio Binasco. Chiara e Regina, allo stesso modo di Blanche e Jane Hudson, sono sorelle con un passato da bambine prodigio, che stelline del trio Bijoux, formato con il padre pianista, un trio di povero intrattenimento per matrimoni e cerimonie, le quali convivono costrette in un rapporto solo apparentemente sano. In seguito a un incidente, la prima, un tempo volto del cinema, si ritrova a dover dipendere, bloccata su una sedia a rotelle, totalmente dalla seconda, passata e sfatta showgirl di televendite anonime, gelosa del successo della sorella e sempre più insofferente al suo nuovo ruolo di badante. In un crescendo di psicopatia e morbosità, Regina, come Jane arriverà ad architettare inquietanti trappole e claustrofobiche punizioni per Chiara, sfogando così la malcelata rabbia, proprio nel momento in cui sembra che una Tv locale pare interessata ad una loro comparsata, strumentalizzata per sapere dell’incidente di Chiara, che illude Regina circa un probabile ritorno sul piccolo schermo. Nessuno potrà allora impedire la crescita e la marcia di questa spirale d’odio e malattia mentale. Sisters, quindi fa pensare ad un “Che fine ha fatto Baby Jane?” in salsa napoletana allo scopo di trasportare in palcoscenico le liti e la decadenza della vita reale, attraverso questo rapporto sado-masochistico, in cui vi è un continuo scambio dei ruoli di carnefice e di vittima. Lo spettacolo inizia a sipario aperto con le immagini di Regina bambina attrazione dell’ intrattenimento organizzato dal padre, che fa da sfondo alla vita nella grande villa-stanza, uno spazio dominato da due letti, simbolo di malattia e di melanconica ignavia. Ma a livello più profondo, Chiara e Regina raffigurano un claustrofobico senso di inadeguatezza che è quello di un paese divorato dall’ansia del successo. Regina, cui offre voce Iaia Forte, da bambina prodigio diventa con il passare degli anni una bambola pesantemente truccata incartapecorita nell’odio verso la sorella Chiara, una convincente Isabella Ferrari stella del cinema stile nouvelle vague, adesso costretta sulla sedia a rotelle. La paralisi fisica ed esistenziale proietta le due sorelle nel passato, alla ricerca del momento magico, l’amore conteso del padre prematuramente scomparso. Da questa assenza origina la follia: diverse le citazioni dal film, a partire dalla bambola che campeggia sul letto di Chiara e la stessa, masochista, segregata e umiliata, alla ricerca di qualcosa un telefono, un bigliettino di carta o qualcuno, la cameriera, poi, licenziata da Regina, per comunicare all’esterno farà precipitare rapidamente gli eventi, spezzando l’instabile equilibrio della casa-prigione, in cui anche i vestiti moltiplicano il senso di claustrofobia strindberghiano. Ci sono scene in cui il “carnage” psicologico si colora di disperata malinconia: Regina che tenta di intonare qualche canzonetta del trio, rispolverando vecchie mise da soubrettina, mentre in sottofondo aleggia la melodia di “Casta Diva”, unitamente a clangori che scandiscono il tempo e le fasi di avvicinamento all’ineludibile finale di morte, mentre Chiara c si ammira in un film alla televisione, rimpiangendo i giorni dei trionfi cinematografici. Parafrasi partenopea di un film più che di un libro che è nei ricordi di tutti, con un finale del tutto anonimo, che ha visto, a ragione, un pubblico freddo.

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