Un Barbiere di Siviglia “ridondante”

Scritto da , 10 Dicembre 2018
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Gags e lazzi per l’intera opera alla prima del capolavoro rossiniano, ma poca attenzione alla musica. Su tutti Giovanni Romeo e il suo Bartolo omaggio ad Enzo Daro

 

Di OLGA CHIEFFI

“Ogni qualvolta Il barbiere vive dinanzi a noi la sua breve vita, – affermava Ildebrando Pizzetti – noi abbiamo l’impressione del rinnovarsi di un fenomeno naturale: è come la luce che sorge ogni mattina a rischiarare il mondo, e che non è oggi quella di ieri, ma non è un’altra, …”. Molte aspettative sono state riposte ne’ “Il Barbiere di Siviglia”, titolo più amato di Gioachino Rossini, che ha celebrato il genio pesarese che domina il nostro teatro, affacciandosi dal cielo di lapislazzuli attorniato proprio da Figaro e il Conte d’Almaviva. I cantanti sono stati costretti ad un vero e proprio tour de force, per gli interi due atti, dovendo coniugare le difficili arie rossiniane con le continue gags con cui il giovane regista Michele Sorrentino Mangini ha inteso senza soluzione di continuità infarcito la sua regia. Dalla botola magica in palcoscenico da dove vien fuori, tutta l’attrezzatura di Figaro barbiere, sparsa da Ambrogio, il mimo, il servo muto, nel corso della celebre cavatina, alle monete lanciate dal nostro factotum sempre ad Ambrogio, sua spalla, nel duetto “All’idea di quel metallo”, alla forchettina con dolce fatta roteare dinanzi alla bocca di Bartolo da Don Basilio, inseguita per tutto il palcoscenico, alla Rosina che impugna con faciltà forbici o canna, sino alle due citazioni del gioiello di Jean-Pierre Ponnelle, con Bartolo sballottato da una parte all’altra con l’asciugamano nel corso della famosa barba architettata da Figaro nel secondo atto e la realizzazione della tempesta con lampi, ombrelli ma senz’acqua, per la quale il regista ci aveva promesso un coupe de theatre contemporaneo, poi non realizzato. Si sa che una gag all’opera diventa efficace se sa giocare con la miriade di variazioni potenziali che una voce impostata al canto può produrre, e con essa l’orchestra. Purtroppo, in buca si è fatta veramente poca attenzione ad un’esecuzione pulita, a cominciare da subito, dalla sinfonia, con agogica poco rispettata e cassa in anticipo, sino alla stessa, secca e poco sonora nel colpo di cannone della calunnia, e l’ottavino in fallo nella tempesta, oltre agli ottoni sempre sferraglianti, mentre una nota di merito l’hanno meritata il clarinetto di Gaetano Falzarano, il corno di Vladimiro Cainero e il fagotto di Antonello Capone, strumentini sempre pronti a tener alta la vera vis comica del barbiere rossiniano che è la musica stessa. Il direttore Antonello Allemandi, non è riuscito a stringere le dita sulle redini, e l’Orchestra Filarmonica Salernitana è rimasta più volte scollata dal palcoscenico, con incomprensioni tra le sue diverse sezioni, ponendo i cantanti in difficoltà nei quattro, cinque numeri più famosi, nel ritmo, e in particolare coprendo tutti i sillabati, da quello più veloce di Bartolo, nella sua aria “A un dottor della mia sorte”, ai pezzi d’assieme che hanno chiuso i vari quadri dai quali la parola è del tutto scomparsa, non ponendo, quindi, attenzione ai recitativi che devono essere portati avanti con pienezza di suono, con canto sfumato e modulato a seconda delle esigenze drammaturgiche del momento. Il Figaro di Massimo Cavalletti convince, indossa bene il bolero e la retina del barbiere, è “piacione”, ha più voci come da tradizione, gigioneggia, con il suo strumento, per liberare il dinamismo del personaggio; il ruolo del conte di Almaviva, vero risolutore delle situazioni critiche che sono superate sempre per l’autorità e il suo denaro, è stato affidato a Pietro Adaini, ha voce brillante, che è andata migliorando nel corso dell’opera, con un inizio macchiato da qualche passaggio “adenoideo”, dettagli tecnici da rivedere. All’interno della “gabbia”, casa elegantissima, ideata da Flavio Arbetti, trionfa su tutti il Bartolo di Gianni Romeo, un chiaro e dovuto omaggio al suo maestro Enzo Dara, nel ruolo ai tempi della presentazione in Scala dell’opera rivista da Alberto Zedda, scomparso lo scorso agosto. Giovanni Romeo è stato di certo la voce più sonora del cast, e forse il personaggio che ha maggiormente funzionato, anche perché si è astenuto da certi eccessi che affliggono solitamente questa figura. La Rosina di Teresa Iervolino che pare non abbandonarsi mai al miele, è perfettamente costruita: ogni varietà di fraseggio o intenzione interpretativa è stata “esposta”, ma non si è concretizzata in qualcosa di veramente fluido, convincente, spontaneo, che offra al pubblico la sensazione di estrema faciltà, in particolare nelle colorature proposte nell’aria più attesa “Una voce poco fa”, rese ardue da figurazioni complesse, che ha superato con sapienti staccati. Da dimenticare le performance dei ruoli minori, come il don Basilio di George Andguladze, voce ingolata, non all’altezza della serata, unitamente alla Berta di Petya Tzoneva e al Fiorello di Luigi Cirillo, una voce sul viale del tramonto. Dignitosa la prova del coro maschile preparato da Tiziana Carlini. Applausi per tutti. Si replica anche domani con Cecilia Molinari nel ruolo di Rosina.

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