Umberto Adinolfi, confessa l’omicidio del figlio del boss Marrandino

Scritto da , 22 giugno 2017
Pina Ferro
Confessa l’omicidio di Vincenzo Marrandino e Antonio Sabia, dopo trenta anni.
Ieri mattina, al giudice per le udienze preliminari Sergio De Luca, Umberto Adinolfi, meglio conosciuto come “‘a Scamarda” ha ricostuito i momenti che hanno preceduto la morte del figlio del boss Marrandino, vicino al clan Maiale e cassiere della Nco di Raffaele Cutolo e del suo autista. Vincenzo Marrandina, 29 anni e Antonio Sabia, 26 anni,  furo trucidati il 30  luglio del 1986.  Nel corso del racconto Umberto Adinolfi ha anche ribadito l’estraneità ai fatti di suo zio Vincenzo Cosenza, già assolto a suo tempo nei vari gradi di giudizio. Ieri mattina, Umberto Adinolfi, difeso da Vincenzo Senatore del foro di Nocera, è ricomparso dinanzi al Gup su disposizione dei giudici della Cassazione. Gli autori dell’omicidio, individuati in Umberto Adinolfi e Salvatore Mercurio avevano già affrontato il processo nei vari gradi di giudizio. Mentre per Mercurio la condanna è divenuta già a suo tempo definitiva, per Adinolfi le cose sono rtornate al punto di partenza.
Umberto Adinolfi fu arrestato in Spagna e successivamente estradato e processato in Italia per i vari reati a lui ascritti. Adinolfi è stato anche già condannato, all’ergastolo per l’omicidio ell’imprenditore Salvatore Vaccaro.
I giudici della cassazione chiamati ad esprimersi sull’omicido del figlio del boss Marrandino e del suo autista Sabia con fermano l’ergastolo per Mercurio ma rinviano gli atti alla fase preliminare per quanto concerne Adinolfi in  quanto riscontrano un difetto di forma. In pratica le autorità italiane avrebbero alla Spagna l’estradizione di Adinolfi solo per reati concernenti il traffico di droga e non per l’omcidio. Per tale motivo per i giudici della Suprema Corte il processo deve ripartire dall’inizio.
Con grande lucidità, Umberto Adinolfi, ieri mattina, ha raccontato che all’epoca lui stava trascorrendo un periodo a casa dello zio nella cittadina dei templi. Quel giorno Salvatore Mercurio si recò a Capaccio, ufficialmente per far visita all’amico Adinolfi che aveva conosciuto tempo addietro in Perù.
Adinolfi ha ribadito di non essere assolutamente a conoscenza di quelli che erano i piani omicidi di Mercurio al punto che quando questi gli chiede di accompagnarlo a fare una commissione non esita ad accettare e, a prendere addirittura la sua automobile, una Fiat 112. Giunti più o meno all’altezza di Ponte Barizzo  i due si fermano: Mercurio dotato di binocolo comincia ascrutare i movimenti di Antonio Savbia. In realtà l’obiettivo era il figlio delboss Marrandino. Mercurio voleva vendicarsi per degli affronti subiti da Vincenzo Marrandino nel carcere di Poggioreale. Sabia era la strada che lo avrebbe portato al suo obiettivo: V incenzo Marrandino si muoveva sempre in compagnia di Sabia che gli faceva da autista, quindi individuato l’autista ed i suoi spostamenti era facile mettere a segno la vendetta. Infatti poco dopo all’orizzonte compare Vincenzo Marrandino.
Mercurio e Adinolfi mettono in atto l’agguato. Mercurio spara diversi colpi in direzione dell’auto dove si trovano Sabia e Marrandino. Ad un tratto la pistola si inceppa, allora esorta Adinolfi a sparare visto che lui a Capaccio era conosciuto. Adinolfi spara. Sabia non muore subito e riesce, nonostante ferito ad allontamarsi e cercare riparo tra i campi ma Mercurio torna in auto prende un’altra pistola e lo uccide. L’unica colpa di Sabia era quella di essere l’autista di Marrandino.
Oltre ad Umberto Adinolfi, al suo legale, dinanzi al gupo ieri mattina erano presenti anche gli avvocatio Massimo e Giovanni Falci che rappresentano la moglie di Sabia, rimasta vedova a soli 23 anni ed il figlio all’epoca di appena tre anni. I familiari di Sabia si sono costituiti parte civile nel procedimento. Umberto Adinolfi al termine del suo racconto, ha chiesto, attraverso il legale di fiducia di essere processato con il rito abbreviato che dovrebbe essere celebrato nel prossimo mese di Settembre.
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