Turandotte, Turandot o Tarandò?

Scritto da , 6 dicembre 2017

Approssimazione nella rilettura dell’opera di Giacomo Puccini, da parte dei protagonisti e delle masse orchestrali, poche prove per un’opera oramai solo da “vedere”. Applausi convinti del pubblico e lancio di rose

 Di OLGA CHIEFFI

 Se la Turandotte di Gozzi, “madre” di quella di Giacomo Puccini, è infinitamente “umana”, a dispetto del suo femminismo, di teste mozze e di quanto pensi il compositore, umana nel vivere i propri sentimenti in modo conflittuale e Turandot deve essere praticamente presa con la forza da Calaf, per conoscere, finalmente il sapore del primo bacio e dell’amore, l’ultimo allestimento dell’opera in scena sino all’ otto dicembre al teatro Verdi di Salerno, con la direzione di Daniel Oren e la regia di Pier Francesco Maestrini, ci ha ricordato Tarandò, un abbozzo di semplice Tarantella composta “scomponendo” il tema della Principessa, da Nicola Ferro, ex trombone del nostro massimo. Che il direttore della prima, Daniel Oren, sia giunto solo all’antegenerale, in un’opera così complessa, è significativo che l’esecuzione abbia brillato per assoluta mancanza di un’idea interpretativa e di un filo conduttore, segno, questo, di scarsa riflessione sul titolo, in generale e di carenza di preparazione dello spettacolo in dettaglio, in primo luogo per le poche prove effettuate. Quindi, aggiungiamo che l’orchestra Filarmonica “G.Verdi”, se occulta la qualità del suono scadente nei momenti di massimo assieme, toglie il velo dei numerosi archi inesperti nei suoni diafani come nell’invocazione alla luna o alla principessa, all’apparizione del condannato a morte o la trenodia funebre di Liù nonché le discronie nelle cineserie dell’inizio del secondo atto con cassa in ritardo, e nei momenti di massimo spiegamento sonoro percussivo, con orchestra di palcoscenico, attacchi del coro, preparato da Tiziana Carlini e una “regia” musicale che diventa veramente difficile in alcuni momenti e, non perdona l’errore. Tarandò non solo in orchestra, ma anche per i protagonisti, a cominciare dalla protagonista Maria Guleghina. Nome stellare, che ci giunge, purtroppo, come altri, sul viale del tramonto, con voce ridotta e, quindi, Turandot quasi adatta al nostro teatrino, latrice di un “In questa reggia” soddisfacente, per poi passare agli acuti degli enigmi che hanno danzato non poco, con difficoltà a reggere la scrittura nel “Padre Augusto non gettare tua figlia”. Si è continuato con il vecchio Timur, ossia Carlo Striuli, nessuna risonanza, nessuna ampiezza in una parte, che vive della qualità di suono solo di un paio di frasi. Calaf il tenore eroico, Gustavo Porta, di cui abbiamo già parlato in Andrea Chénier e Norma, ha una voce che all’inizio di serata ha offerto una certa godibilità e sonorità, reggendo anche le frasi basse dell’incipit del “non piangere Liù” e che, progressivamente ha ceduto, abbisognando di premesse e preparazioni dilatate per salire al registro acuto a “cercare” l’intonazione. Sugli scudi la Liù di Valeria Sepe, voce proiettata, suoni giusti e un sacrificio fiero e consapevole, senza eccedere in filati, ma lasciandolo unico e intonato in pianissimo al mi bemolle dell’ ottavino di Vincenzo Scannapieco, che chiude la grande scena della morte della schiava mongola e le maschere Ping, Pang e Pong, ovvero Fabio Previati, Vincenzo Peroni e Francesco Pittari che bene si conoscono e si ascoltano, da anni, riuscendo sempre ad offrire buona prova. A completare il cast il dignitoso Angelo Casertano, l’Imperatore Altoum, Angelo Nardinocchi il mandarino ed Enrico Terrone il principe di Persia. Il regista Pier Francesco Maestrini ha pescato a piene mani soluzioni e messe in scena già viste, come la proiezione della Turandot dormiente o Timur che si rialza e torna a “vedere”, prendendo in braccio il cadavere della figlia morta, che ricordiamo nell’allestimento di Riccardo Canessa, ancora l’abuso di acrobati proposto come duplicazione delle maschere, trovata nell’ultima rappresentazione del titolo nel massimo milanese, proprio con la Guleghina protagonista. Da parte dei cantanti, non un gesto, che guardasse oltre la recitazione delle tradizionali Turandot o delle Liù e la più assoluta immobilità delle masse corali, ai lati dello scalone centrale, pur con la scusante di un palcoscenico piccolo per allestimenti che prevedono sfarzo e maestosità. Vincenti i costumi e la ricca scenografia di Alfredo Troisi, che ha immaginato una Turandot siderale, celeste che aleggia tra i ghiacci, del paesaggio e del suo cuore, riflessi ferrigni per la reggia e dignitari in pervinca, lilla e blu, il tutto avvampato dall’amore finale di Calaf e Turandot che si ritrovano a continuare la stirpe del Cielo, in un giardino di bambù, magari animato in un fiabesco futuro da giocosi panda.

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