Turandot: a colloquio con la musa nera

Scritto da , 7 aprile 2014

Domani sera, il teatro Verdi sarà gremito in ogni ordine di palchi in attesa che il sipario, alle ore 21, si levi su quell’opera chic, costellata di  inquietitudini linguistiche e psicanalitiche, ma alfine legata anima e corpo, nella sua audace crosta impressionista, a un autentico retour à l’antique, che è la Turandot di un Giacomo Puccini, che dopo la quasi completa disgregazione della struttura operistica compiutasi tra Bohème e La fanciulla del West, sembra voler gradualmente ricomporre quel frammentarismo della prima maturità entro una specie di calco formale freddo e insieme dovizioso, dove le allusioni a Ravel e a Stravinskij, per quanto appariscenti e dotte, sono esclusivamente allusioni ormai, e non premonizioni come ai tempi di Bohème e Butterfly. A Riccardo Canessa che firmerà la regia dell’opera non è certo sfuggito il carattere di festa propiziatoria di riti di morte che è insito nella terminale Turandot, donde gli immancabili corollari dell’estetismo, della repressione erotica, della cattiveria. Nel grafico dell’evoluzione pucciniana, i personaggi di Turandot sono dunque cerei ed isterici abitanti di un mausoleo, ognuno chiuso nella sua incapacità di dare alla tragedia individuale altro sbocco che quello di uno show di gran classe, elegante e alla fine un po’ superfluo: come dire, un ritorno ai forbiti canoni dell’operettismo, per un momento occultati e derisi. E’ così che alla frigida Turandot, che avrà ala voce di Lise Lindstrom, possiamo appiccicare tutte le etichette che vogliamo, dalla freudiana alla schonberghiana, senza vietarci di osservare la casualità del rapporto. La questione della vocalità è imponente: circondata da un cerchio algido che svela la morsa del futuro, la voluttà o la paura (o impossibilità) di viverci dentro, arrampicata di continuo sulle pareti di sesto grado di una tensione intervallare non meno proterva, questa dispotica soubrette precorre, almeno per l’apparenza grafica, tempi non lontani in cui il grido solitario dell’uccello sopranile sarebbe stato non più idoneo a cantar fiabe, ma a misurare la temperatura del Nulla. Si può concordare con chiunque, a tal punto, con chi vede nei do sovracuti e nelle quinte aumentate del canto della principessa un cilicio o un rifugio per la sessuofobia della stessa o meglio per la sua paura che amore, secondo vecchi insegnamenti dell’autore, si identifichi con morte.; e con chi vi scorge un modo d’amare, l’unico atto ad esporre quella sessualità da basso impero, sadica e repressiva; e persino con chi riconosce nel vacuo Calaf ( il “Nessun dorma!” sarà elevato da Vladimir Galouzine) l’ultima proiezione del maschio Puccini, inibito e un po’ macchietta (anche se sarebbe da dire che la vera “crudeltà” di cui tanto si chiacchiera in quest’opera è proprio lui, il principe gallo, ad esibirla,: la stessa “divina” non può nascondere un fremito, un’insicurezza, sia pur inconsci, nell’istante in cui la mano di Liù ( doppia voce Alida berti per la prima e Nataliya Tymchenko per le due repliche) si dà la morte; e costui? Non pare che gliene dolga più di tanto, se l’unica cosa che riesce a fare è continuare a compiangere la meschina. “Sottigliezze psicologiche e grande attenzione al libretto per questo allestimento di Turandot – ha rivelato Riccardo Canessa – che possono venire fuori attraverso una lettura di quest’opera liberata di ogni orpello, pensata proprio per il palcoscenico del Verdi di Salerno, naturalmente andando a supportare l’interpretazione fedele alla pagina pucciniana offerta sia da Daniel Oren che dal giovane Francesco Ivan Ciampa che sta crescendo alla sua scuola”. La parte strumentale, che sarà interpretata dall’Orchestra Filarmonica Salernitana “G.Verdi” è elaboratissima. Puccini si serve praticamente di due orchestre. Una, infatti è collocata in scena e include trombe, tromboni, percussioni e un organo. Per il resto l’organico, è completo in ogni rango, per schizzare l’atmosfera di Turandot, attraverso effetti coloristici violenti e preziosi al tempo stesso, sei trombe, quattro tromboni, di cui uno basso, tamburo di legno, gong grave e nella lunghissima lista anche due saxophoni alti, che legheranno il loro timbro misterioso e dolcissimo al coro delle voci bianche, preparto da Silvana Noschese, doppiandoli dal dietro le quinte  nel primo e nel secondo atto, allorché entrano in scena, nascosti, nel momento che precede l’entrata della principessa. Dal palco intoneranno, infine la melodia con cui l’imperatore si congeda. E ancora percussioni e idiofoni sono inseriti in un tessuto ritmico dominato da figure ostinate, fra essi gong cinesi, xilofono glockenspiel, campane tubolari e triangolo, mentre gran cassa, tamburo di legno e tam-tam animano i passaggi più barbarici. Otto i temi “cinesi” dislocati nella partitura ma sviluppati con un particolare procedimento “esotico” catene di bicordi e accordi paralleli, ma anche riproduzioni di procedimenti polifonici praticati in Oriente come l’eterofonia, ossia l’esecuzione simultanea di diverse varianti di una stessa linea melodica, caratteristiche di uno spettacolo in cui le ragioni dell’occhio, ad un orecchio attento, risultano sottomesse alla struttura musicale. S’aggiunga a questo una parte corale di singolare ampiezza, duttilità e varietà. A completare il cast Stefano Pisani (Altoum), Carlo Striuli (Timur) e Fabio Previati, Domenico Menini e Francesco Pittari (Ping, Pang e Pong).

Olga Chieffi

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