Toni Servillo tra cielo e mare

Scritto da , 5 Luglio 2019
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Stasera secondo appuntamento con la rassegna “Passaggio a Sud-Ovest” nell’anfiteatro dei Giardini del Fuenti

Di OLGA CHIEFFI

Ritorno ai Giardini del Fuenti, oggi, alle ore 21, per la rassegna “Passaggio a Sud-Ovest” firmata da Peppe Servillo e Michelangelo Busco. Dalla musica si passa al gran teatro con “Tony Servillo legge Napoli”, un mirabolante rècital, in cui seguiamo l’eccezionale attore casertano in un viaggio nella nostro particolare sentire , un viaggio dentro di sé che ci fa toccare con mano che la Campania e il suo capoluogo sono ancora oggi i luoghi rischiosi della comunicazione con il sotterraneo, la scena dove ciò che è sepolto può all’improvviso rivivere, minaccioso o benefico. Fuoco giallo e rosso del Vesuvio nelle stampe popolari, bollori sulfurei dei Campi Flegrei, cuniculi della Sibilla traforati dal cielo, fiamme delle anime purganti, grotte di Virgilio, tra breve falò di Sant’Antonio Abate: è qui, senza dubbio, che il nascosto chiede con maggiore insistenza e da più tempo di farsi luce, ed è qui che può diventare più poroso e friabile il muro che divide il “sopra” e il “sotto”, l’”al di qua” e l’ “al di là”, l’arcaico e il presente, l’immaginario e il reale, in uno psicodramma che nei secoli, è riuscito a penetrare la cultura e il suolo. La labilità di cui parla Ernesto de Martino a proposito dei contadini meridionali che vivono gli stati di possessione, può così rivelarsi come il sintomo di un antico e tenace bradisismo psichico, che, come quello geologico, non ha mai smesso di erodere la solidità del mondo della cultura popolare del Sud, con il suo culto dei santi e dei defunti, il suo Cristo eternamente sanguinante e agonizzante, la sua ossessione dello sguardo malefico e delle fatture, la sua vertigine degli oracoli, dei sogni e della Sorte. Da millenni, la terra ballerina esegue una figura alla quale Hermes psicopompo ( e Pulcinella, il suo “doppio” moderno) ha dettato il ritmo, i gesti, il senso. Ci sono giorni in cui, a Napoli, può essere difficile, in certi vicoli, aprirsi un varco nella ressa delle ombre. Toni Servillo ci fa compiere un viaggio alla rovescia, dal Paradiso di “’ A mappata” di Salvatore Di Giacomo e di de Pretore Vincenzo di Eduardo de Filippo, in cui nonostante lo schermo e il viatico del “sogno”, ci si tiene al palo del grande realismo, in un rapporto reciproco fra paradosso e quotidianità che appare basato su di un’ambivalenza nella quale gli opposti si legano dialetticamente e i confini fra illusione e realtà sono costantemente violati, ma per essere ripristinati in un movimento incessante di contrapposizione e di fusione, sino alle “Sfogliatelle” e “’A Madonna d’è mandarine” di Ferdinando Russo, per poi passare al Purgatorio dei “Fravecature di Raffele Viviani e d’ “’O vecchio sott’o ponte” di Maurizio De Giovanni, sino all’ Inferno di Mimmo Borrelli con una potente variazione sulla bestemmia “A sciaveca”, quando si dice scenne tutto o Paradiso, l’apocalisse del “Sogno napoletano” di Giuseppe Montesano e una breve storia di Napoli in “Napule” di Mimmo Borrelli, lo sguardo sulla città e il suo degrado di Enzo Moscato con “Litoranea” e i bis, “Primitivamente” di Raffeale Viviani, una versione particolarissima di “A livella” , in cui le lingue “s’imbrogliano” non si capiscono è un parlare speciale fra fantasmi, “’Nfunno” di Eduardo, in cui ritorna il rapporto forte con il sottosuolo, con i quattro elementi, il canto di “’A cassaforte”. E sì il nostro Meridione è “la terre des morts”, purchè si aggiunga subito che, qui, la morte ( e il sesso, che instacabilmente la rifornisce di oggetti deperibili) anima una vita ricchissima dell’immaginario, del mitico, del magico, del religioso, del simbolico. La Napoli dei “quartieri” è la sede di una proliferante espressività, una vera e propria foresta di segni a cui Servillo ci ha iniziati tessendo una fitta trama onirica. Continuamente stimolato e provocato alla decifrazione di ciò che sente, lo spettatore si accorge ben presto che questa è la città europea in cui teatralizzato, visualizzato e magnificato, parla da sempre e più intensamente l’inconscio, nella sua nudità più crudele e esibita o nelle sue metamorfosi più barocche, enigmatiche e perturbanti. Nell’interpretazione sopra le righe di Toni Servillo le suggestioni, le intonazioni, le evocazioni di un vernacolo, che si trasforma in un canto ora dolente, ora euforico, capace di esprimere l’eterno incanto dei sensi di Partenope, completando la memoria collettiva con il vigore ritmico e l’aggressività espressiva che si trasforma in eterna sfida.

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