Ti ricordi quella sera con Claudio Tortora

Scritto da , 14 Dicembre 2019
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La PolyMusic in concerto con Marcello Ferrante stasera alle ore 20,30 e domani alle 18,30, al Teatro delle Arti, per far rivivere uno dei periodi più feraci e variegati della canzone italiana. Interventi di Cinzia Ugatti e Renata Tafuri con il Professional Ballet di Pina Testa e la regia di Antonello Ronga

Di OLGA CHIEFFI

Non sarà certo uno spettacolo per “Diversamente giovani” quello che nel week-end Claudio Tortora andrà a proporre sul palcoscenico del Teatro Delle Arti. Diverse volte abbiamo ascoltato il patron, sostenuto dal fido Marcello Ferrante pianista e arrangiatore, con la sua PolyMusic in grande spolvero, affrontare il repertorio della musica italiana degli anni ’60, per quindi sfociare nel decennio successivo. Non sarà uno spettacolo solo per quanti hanno vissuto quella temperie spensierata, fatta di balli in casa, di feste ed eventi, ove la musica era tassativamente dal vivo, e in cui da ogni garage si sentiva eternamente provare, per poi uscire qualche volta in pubblico (oggi è il contrario, non si prova e si suona comunque!). Si sono divertiti i nostri genitori, moltissimo, con poco, senza spendere e dividendo tutto tra amici, anche le sigarette, con grande pulizia di condotta, generosità, ironia ed eleganza. Non sarà necessario annunciare brani e autori, poiché le canzoni che verranno eseguite stasera, con sipario alle ore 20,30 e domani alle ore 18,30, sono quelle che ancora oggi le diverse generazioni di ragazzi cantano se si trovano insieme dinanzi allo schermo di un karaoke. La musica fa la storia e la storia fa la musica, ce lo ricorderanno Cinzia Ugatti e Renata Tafuri, unitamente al regista Antonello Ronga : in quei tempi del cosiddetto boom economico Esplose la mania dei festival e dei concorsi canori, che si svolgevano a centinaia, nelle più remote località: le voci nuove a Castrocaro; il Cantagiro, una specie di “giro d’Italia” della canzone il Festivalbar , basato sul juke-box; il Disco per l’Estate e dal 1957 lo Zecchino d’oro, riservato ai bambini, su tutti naturalmente imperava il Festival di Sanremo che compirà 60 anni nel 2020. I festival favorivano lo spirito di competizione tra “urlatori” e “melodici”, costruito ad arte dalle case discografiche, dai rotocalchi e dalla TV. Anche la canzone tradizionale continuava infatti ad avere un pubblico appassionato, tra i meno giovani ma anche tra i giovani e nuovi interpreti, come Orietta Berti, Nicola di Bari, Massimo Ranieri. I ’60 furono gli anni in cui iniziò il turismo di massa, nacque il filone delle “canzoni da spiaggia”: lo inaugurò “Legata a un granello di sabbia”, cantata da Nico Fidenco nel 1961, la prima canzone a superare il milione di dischi venduti; poi lo “specialista” divenne Edoardo Vianello, con pezzi cadenzati e molto orecchiabili come “Con le pinne il fucile e gli occhiali”, “Abbronzatissima”, “La tremarella”, i Watussi e altri. Nel genere si cimentarono anche Mina, che interpretò “Stessa spiaggia stesso mare” di Piero Focaccia, e Gino Paoli con Sapore di sale. Ad eccezione di quest’ultima, le “canzoni da spiaggia” non erano certo di eccelso valore, ma conferirono alla musica degli anni ’60 la sua inconfondibile atmosfera di spensieratezza e di gioiosa vitalità, quasi sempre associate a nuovi balli giovanili, almeno uno nuovo ogni anno, che saranno evocati dal Professional Ballettavano di Pina Testa: limbo, calypso, cha cha cha, hully gully, yéyé, surf, shake ma soprattutto il twist. Non venne meno, però, lo spazio per il “lento”, cheek to cheek, che accomunava giovanissimi  e adulti, rimasti legati alle atmosfere dei night, come E la chiamano estate di Sergio Martino o Una rotonda sul mare di Fred Bongusto. Dopo Mina e Celentano, nel 1962 apparvero Rita Pavone e Gianni Morandi, entrambi lanciati a 17 anni nella trasmissione televisiva “Alta pressione”, sul neonato secondo canale della Rai. Oltre ad essere giovanissimi, avevano in comune un modo di cantare su un unico timbro, senza estensione, che si prestava perfettamente alla nuova tecnica discografica di incidere separatamente la base musicale e la voce, che occupava così le frequenze medie. Oltre a loro due, ci furono molti altri cantanti-ragazzini di successo, come Little Tony, Bobby Solo, Gigliola Cinquetti, Patty Pravo, Dino, Michele, Massimo Ranieri. Morandi e alcuni altri divennero anche improvvisati protagonisti dei “musicarelli”, i film musicali di infimo livello, girati in poche settimane, nei quali giovani cantanti di successo recitavano se stessi. Oltre ai “musicarelli” nacquero allora i “cinebox”, antenati degli attuali videoclip. In diversi casi, questi giovani che cantavano per i giovani fecero dell’essere giovani il tema stesso delle loro canzoni, con un’orgogliosa affermazione di identità generazionale come L’esercito del surf, Bandiera gialla, Ragazzo triste, Prendi la chitarra e vai. Per quanto riguarda l’identità di genere, le cantanti protagoniste di quella stagione ne proponevano molte varianti, adatte alle più diverse fasce di pubblico: le intellettuali e sofisticate Milva e Ornella Vanoni; la monella ribelle Rita Pavone di Datemi un martello; la “ragazza acqua e sapone” Gigliola Cinquetti che cantava Non ho l’età; l’indipendente Caterina Caselli di Nessuno mi può giudicare e la trasgressiva Patti Pravo di Ragazzo triste; le più tradizionali Iva Zanicchi e Orietta Berti. Tipico degli anni ’60 fu il fatto che molti celebri cantanti stranieri venivano a cantare in Italia in italiano, attirati da un mercato musicale così vasto e recettivo, e dalla passione tutta italiana per i festival canori come Dalida, Francoise Hardy, Catherine Spaak; Paul Anka, Gene Pitney, Rocky Roberts. L’interscambio tra canzone italiana e internazionale era strettissimo, e anche molto “disinvolto”, perché non ci faceva scrupolo di copiare di sana pianta successi internazionali, con traduzioni chiamate cover. Tutt’altro mondo era quello dei cantautori degli anni ’60, appartati e lontani dal gusto del grande pubblico. Intellettuali prima che cantanti, si ispiravano al jazz, alla musica francese e alla filosofia esistenzialista; erano alternativi nei valori e negli stili; nelle loro canzoni denunciavano il conformismo e l’ipocrisia della società borghese, per la prima volta, alcuni dei loro testi abbandonavano la rima e altre convenzioni poetiche consolidate: insomma, erano l’opposto delle superficiali “canzonette” all’italiana, anche di quelle delle nuove generazioni. Claudio Tortora omaggerà anche il lato finemente intellettuale di quegli anni che sfoceranno negli anni ’70: gli esponenti della cosiddetta “scuola genovese” furono Gino Paoli, Luigi Tenco, Fabrizio De André , Sergio Endrigo. Dall’ambiente del teatro politico milanese emersero Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, unitamente ale originali ballate folk del cantautore modenese Francesco Guccini, spesso politicamente impegnate, unitamente ai gruppi Equipe ’84 e i Nomadi. La bellezza delle canzoni è soprattutto affidata ai magistrali arrangiamenti, nonché esecutori che Marcello Ferrante dovrà far rivivere, nomi quali Ennio Morricone, Nino Rota, Luis Enriquez Bacalov; e parolieri, che a volte erano anche talent-scout, come Franco Migliacci, Giancarlo Bigazzi, Mogol, che non possiamo non legare a Lucio Battisti. Uno spettacolo questo che avviene all’indomani delle celebrazioni della bomba di Piazza Fontana, un’esplosione che inaugurò uno dei periodi più bui della storia d’Italia e che frantumò il sogno leggero degli anni ’60.

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