Teorie Violente Aprioristiche Temporali e Territoriali

Scritto da , 2 marzo 2018

Successo di critica e pubblico per Tvatt di Luigi Morra del cartellone di Out of Bounds

Di ARISTIDE FIORE

Tvatt vuol dire “ti picchio”. Tre attori in scena. Due immobili, lo sguardo fisso e feroce, e l’altro, che sembra dominare il palco misurandolo con passo pesante, scandito dal rumore degli zoccoli, mentre una voce registrata, dal tono rilassato, quasi ipnotico, spiega ripetutamente a qualche interlocutore i dettagli di una progettata spedizione punitiva con pestaggio finale. Poi finalmente si ferma davanti al microfono: “’O spettacolo è chisto: stamm mez’ora ie e vuje a sentere sta cosa!”. La tiritera continua. Fatto alzare uno spettatore, lo fa salire sul palco. “Stamm n’ora ie e chisto a sentere sta cosa!” A un altro chiede di mimare una sfida e un pestaggio in playback e poi, a entrambi, di mimare una rissa, doppiata e sonorizzata allo stesso modo. L’effetto è esilarante. Fare a botte per strada non è da tutti. Anche l’ostentazione di atteggiamenti, un po’ forzati, da maschio dominante, finisce per risultare talmente grottesco da strappare qualche risata, così come gli improbabili allenamenti degli aspiranti picchiatori contro inermi ma tenaci angurie. L’importante è entrare però nel meccanismo della violenza gratuita, non osservarlo come semplici spettatori. Intimare qualcuno a caso a andarsene oppure piazzarglisi davanti con aria minacciosa: anche questi piccoli esempi di sopraffazione risultano funzionali all’esposizione delle Teorie Violente Aprioristiche Temporali e Territoriali (TVATT appunto) in una modalità che, per quanto possibile, risulti più efficace in quanto corroborata dall’esperienza diretta, quasi come se fosse un test. Monologhi narranti, con vividezza di particolari, episodi crudi, spesso ingiustificati: soppressioni di cuccioli, provocazioni, risse, regolamenti di conti, violenza privata; rumori di percosse, urla, combattimenti da strada mimati, favolette immorali; persino la proiezione di una breve docufiction sul passato di un immaginario gruppo di teppisti coi suoi rituali paradigmatici. Sono questi gli elementi mediante i quali si sviscera la fenomenologia della scazzottata, la filosofia della “capata in bocca”, l’estetica del morso in faccia. Prendendo le mosse da “East” e “West” di Steven Berkoff, andati in scena tra gli anni settanta e ottanta, Luigi Morra, ideatore e regista dello spettacolo, del quale è anche interprete con Pasquale Passaretti e Eduardo Ricciardelli, ne riprende i temi legati al contesto giovanile dei sobborghi dell’East End Londinese, trasferendoli nella provincia campana, ma riuscendo a ottenere un tale grado di astrazione e destrutturazione degli accadimenti e delle esperienze che vengono rappresentati, da renderli universali. D’altronde, in contesti lontani da quello campano o meridionale, l’eventuale difficoltà di comprensione del linguaggio risulterebbe comunque funzionale al senso di prevaricazione che costituisce lo sfondo drammaturgico di questo lavoro. Si tratta di un teatro che si muove lungo un confine, in quanto si propone di indagare il lato oscuro delle relazioni umane attraverso la codifica di un’aggressività in vario modo sperimentata da tutti; non certo per celebrarla, ma piuttosto per consentire di elaborarla e allontanarsene, come già in Berkoff, sottolineandone certi aspetti grotteschi o sublimandone la dinamica mediante la performance mimica. A Licia Amarante e Antonella Valitutti va il merito di averlo presentato al pubblico salernitano, alcune sere fa, nell’ambito della rassegna “Out of Bounds”, quarta edizione.

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