Il sì di Zampino alle case sul mare Per il taglio del pubblico ci pensa Miccio

Andrea Pellegrino

Parte tutto da un silenzio assenso e da un plastico. L’inizio del Crescent può racchiudersi in queste due fasi: il via libera della Soprintendenza di Salerno, senza se e senza ma, e l’esposizione di un plastico – con tanto di scorta dell’allora gruppo della protezione civile – alla galleria Capitol, dove De Luca mostrò i muscoli e chiese il consenso ai cittadini. E se il plastico (poi riproposto in piazza quando il cantiere venne sequestrato) ha avuto una risonanza mediatica, la decisione della Soprintendenza ha avuto il suo impatto tecnico e concreto sulla realizzazione dell’opera. Un semplice silenzio assenso (poi annullato dal Consiglio di Stato) per autorizzare un condominio – con due torri pubbliche a supporto – a pochi passi dal mare e nelle vicinanze di un torrente che fu triste protagonista dell’alluvione del 1954. In questi anni più che la difesa di Zampino (allora Soprintendente), che ha paragonato l’edificio privato sul mare all’opera di edilizia disegnata da Fuksas nel quartiere di Fratte, sarebbe stato utile raccontare qualche disavventura di cittadini di provincia che da parte della Soprintendenza non ricevono lo stesso trattamento dei salernitani. O meglio ancora di Giuseppe Galasso, papà della famosa legge che ha vietato costruzioni di cemento a pochi metri dalle coste. Che la Soprintendenza di Salerno abbia avuto un ruolo chiave nella vicenda Crescent si evince anche dalla costituzione di parte civile del Mibact che, in caso di condanna, ha richiesto un risarcimento danni da 200mila euro, contestando – già in sede di costituzione – il comportamento di soprintendenti e funzionari salernitani. Le Cronache, oltre ad aver pubblicato atti ed autorizzazioni, evidenziò anche la vicenda di Fausto Martino, ex assessore all’urbanistica (dimessosi nel 2003) della giunta De Luca, ex funzionario della Soprintendenza di Salerno che per aver definito il Crescent “un crimine l’umanità” fu destinatario di una nota a firma del sempreverde vicesindaco Eva Avossa, con la quale se ne chiedeva l’incompatibilità. Ma se Zampino autorizzò l’opera senza colpo ferire, Miccio – dopo l’annullamento da parte del Consiglio di Stato dell’autorizzazione paesaggistica – ne ha eliminato definitivamente l’interessepubblico, tagliando le due torri (che sarebbero servite al Comune e all’autorità portuale) e l’edificio Trapezio per la Capitaneria di Porto, trasformando così la mezzaluna di Bofill (pare di “nascosto” dalla stessa archistar) in un condominio esclusivamente privato. Questo anche senza il via libera del Consiglio comunale, che avrebbe avuto il potere di proseguire o bocciare il nuovo Crescent mutilato. Quanto al plastico, per ora gli unici ad essere rimasti a bocca asciutta pare che siano stati i guardiani della protezione civile, finiti anche al centro di polemiche aspre. Infine, negli uffici della soprintendenza pare che il silenzio assenso non sia passato di moda. Dopo il Crescent è toccato anche al nuovo edificio che dovrà sorgere al posto della storica Vitologatti.

(2.continua)




Zampino: «Hanno mutilato il Crescent senza neppure informare Bofill»

Brigida Vicinanza

Un processo oramai che sta per volgere al termine. Il caso Crescent potrebbe concludersi dopo l’estate e potrebbe determinare o meno le condanne per gli imputati già richieste dai pm Rocco Alfano e Guglielmo Valenti, tra cui quella di 2 anni e 10 mesi per l’attuale governatore della Campania Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno all’epoca dei fatti. Ieri mattina un’udienza in cui gli avvocati difensori hanno discusso le arringhe per i propri assistiti. Ma anche un “colpo di scena” con le dichiarazioni spontanee di Zampino, l’ex sovrintendente di Salerno, che ha voluto esporsi in prima persona per dimostrare l’innocenza. A difendersi è stato Giuseppe Zampino, all’epoca dei fatti, a capo della Soprintendenza di Salerno. «In partenza voglio sottolineare che non conosco Rainone, Chechile, Dattilo e De Luca lo conosco solo per motivi professionali – ha sottolineato nelle sue dichiariazioni spontanee Zampino – nessuna previsione di legge inoltre prevede che le Soprintendenze debbano effettuare un controllo sulla titolarità della proprietà, questo spetta all’amministrazione comunale». Poi prosegue, ponendo l’accento sulle a u t o r i z z a z i o n i paesaggistiche: «Non comprendo l’accusa mossa a noi in base alla quale avremmo dovuto annullare l’autorizzazione paesaggistica per motivi di legittimità se il Comune aveva integrato la documentazione con foto, inserimenti esaustivi, visto che consentivano una visione di insieme e non frammentaria di una zona da tutti giudicata molto degradata, di rilevanza paesaggistica praticamente nulla». Poi Zampino ha dichiarato: «Non capisco perchè così tanto rumore per il Crescent e tanto silenzio invece per il progetto realizzato da Fuksas a via Irno su committenza privata, che presenta notevoli analogie con quello di Bofill». E poi una nota importante sulla “mutilazione” dell’opera senza il parere dell’architetto: «Il Consiglio di Stato ha indotto il soprintendente Miccio a formulare pare con la prescrizione di mutilare l’edificio di Bofill per ridurne l’impatto. Uno stravolgimento di un’architettura di cui non è stato nemmeno informato l’autore». Insomma, De Luca, secondo la difesa ha soltanto “provato” a dare un volto nuovo alla città laddove il degrado e la fatiscenza la facevano da padroni. Il dibattito si è aperto però con la difesa proprio di Vincenzo De Luca, rappresentato dall’avvocato Paolo Carbone che in una lunga ricostruzione dei fatti, chiede l’assoluzione a formula per l’attuale governatore della Campania perchè il “fatto non sussiste”. Si parla di rapporti intrecciati, di autorizzazioni paesaggistiche, di modifiche al Pua e di un’opera che da pubblica diventa privata (almeno secondo le accuse e secondo anche le costituzioni di parte civile). «Ci sono troppe aspettative in questa vicenda giudiziaria. Si gioca tutto sull’essere pro o contro De Luca, se è simpatico o meno». Un’arringa durata un’ora e 20 minuti, durante i quali Carbone ha provato a smontare le accuse della Procura che contesta al presidente della giunta regionale i reati di falso ideologico, abuso d’ufficio e reati urbanistici. «Ci sono troppi rivoli secchi – ha continuato Carbone, che poi dice di parlare da cittadino – facendo quattro passi, ho guardato il Crescent e Piazza della Libertà. Non sono in grado di esprimere giudizi estetici, ma so che le città progrediscono con queste scelte. Ho guardato queste opere che hanno trasformato la mia città e devo dire che mi sono sentito orgoglioso. Queste opere portano la firma di grandi artisti. Devono rimanere, rimarranno come scelta politica, di coraggio e soprattutto morale». Si attendono ora le dichiarazioni spontanee proprio di De Luca, all’udienza del 20 luglio.




Crescent, ecco perché Zampino e Villani non annullarono tutto

di Andrea Pellegrino

«Non sussistono gli estremi per predisporre l’annullamento del provvedimento». Così, l’architetto Giovanni Villani e l’allora soprintendente Giuseppe Zampino certificano l’autorizzazione numero 164 del 2008, oggi annullata dal Consiglio di Stato nell’ambito del procedimento Crescent. Un atto, questo, datato 2 marzo 2009 e finito anche sotto la lente di ingrandimento della Procura di Salerno nell’ambito dell’inchiesta che ha portato al sequestro della costruenda mezza luna di Bofill e la contestuale notifica di 31 avvisi di garanzia, sindaco De Luca compreso. Secondo l’atto della Soprintendenza di Salerno il mancato esercizio del potere di annullamento nei confronti dell’autorizzazione comunale riguarderebbe l’intero progetto definitivo per la realizzazione delle opere previste nel programma di trasformazione urbana denominato “Fronte del mare – area di Santa Teresa sub comparto 1 e sub comparto 2”. Insomma, l’autorizzazione si riferisce al Crescent e a Piazza della Libertà. Stando alla nota, che consta di un solo foglio e poche righe nella sostanza, la Soprintendenza giustifica il mancato esercizio del potere di annullamento sostenendo di non aver ricevuto nessun riscontro dalla Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Campania. Nella lettera trasmessa al Comune di Salerno si legge, infatti: «Questa Soprintendenza, avendo delle perplessità, in merito alla soluzione progettuale, aveva mostrato il 14 luglio del 2008 la documentazione al Comitato tecnico-scientifico per i beni architettonici e paesaggistici per il rilascio di un parere tecnico per il tramite della Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Campania». Ancora – si legge nella nota – «alla richiesta del 14 luglio del 2008 non essendo intervenuto alcun riscontro si è consolidata l’autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Comune, essendo trascorsi i 60 giorni utili per l’eventuale annullamento della stessa». Questo è quanto sostenuto da Villani e Zampino e finito al vaglio della Procura. Quest’ultima, tra l’altro, nell’impianto accusatorio, sostiene che la Direzione regionale si sia pronunciata. Il 6 agosto del 2008, infatti, contrariamente a quanto affermato dall’allora Soprintendente, la Direzione Regionale si era espressa sulla richiesta di chiarimenti avanzati dalla stessa Soprintendenza, rimandando il tutto a Roma. «Documentazione questa che però non è stata mai trasmessa consolidando, così quella irrituale autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Comune» – si legge nell’ordinanza.




La soprintendenza doveva esprimersi

L’inchiesta ruota tutta intorno alla fase delle autorizzazioni paesaggistiche per la realizzazione del Crescent. Da lì partirebbero le accuse rivolte dai pubblici ministeri Valenti ed Alfano della Procura di Salerno, nei confronti del sindaco-viceministro, dei tecnici comunali e dei funzionari della Soprintendenza di Salerno. Ricostruendo i fatti, fino a giungere al noto silenzio assenso della Soprintendenza, l’inchiesta parte dall’autorizzazione paesaggistica, rilasciata dall’allora dirigente del servizio trasformazioni urbanistiche del Comune di Salerno, Matteo Basile, sul solo Pua e non sulle singole opere. «Un provvedimento – secondo l’accusa – che ha intenzionalmente procurato al privato imprenditore un ingiusto vantaggio anche patrimoniale, conseguente alla accelerazione dei tempi». E non solo. Secondo i pubblici ministeri: «Tale provvedimento avrebbe consentito al Comune di Salerno di indire, prima di avere tutte le condizioni di legge, la gara per la cessione dei diritti edificatori da aggiudicare ad un soggetto privato attuatore del Piano». Una «irrituale e non prevista autorizzazione paesaggistica», secondo la Procura, «non annullata (nei sessanta giorni previsti) dalla Soprintendenza di Salerno, nonostante tale provvedimento avesse ad oggetto il solo Pua e nonostante la richiesta di integrazione da parte dell’organo soprintendizio». Sostanzialmente, per gli inquirenti, l’opera è stata eseguita senza alcuna autorizzazione su aree tutelate per legge, comprese quelle paesaggistiche, per i pm, illegittime e come tali inesistenti.

Il parere della direzione regionale c’era. La direzione regionale si era espressa sul Crescent, contrariamente alle attestazioni giunte dalla Soprintendenza di Salerno. Ecco perché per la Procura di Salerno, De Luca, Villani e Zampino sono accusati di abuso d’ufficio e falso ideologico commesso da pubblico ufficiale. Il 6 agosto del 2008, infatti, contrariamente a quanto affermato dall’allora Soprintendente, la Direzione Regionale si era espressa sulla richiesta di chiarimenti avanzati dalla stessa Soprintendenza, rimandando il tutto a Roma. «Documentazione questa che però non è stata mai trasmessa consolidando, così quella irrituale autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Comune».

(andpell)