Lello Arena si racconta: “Io, Totò, Peppino e il mio amico Massimo”

di Monica De Santis

Raffaele Arena, classe 1953, è chiamato da tutti Lello. Nato a Napoli, ma poi trasferitosi a San Giorgio a Cremano, nonostante i successi nel rugby il suo sogno è diventar attore. A 13 anni, nel teatro parrocchiale incontra Massimo Troisi, diventano amici ed insieme iniziano la lunga gavetta che li porterà al successo con il trio “La Smorfia” del quale faceva parte anche Enzo De Caro. Oggi a 67 anni, Lello Arena è tra gli attori italiani più apprezzati e stimati, un esempio da seguire per i tanti giovani comici napoletani che a lui si ispirano e cercano di carpire i segreti del suo successo. Un successo ottenuto con tanto lavoro, tanta professionalità ma anche tanta umiltà, perché una cosa è certa Lello Arena non si è mai montato la testa. Ma come ha vissuto questo lungo periodo di quarantena…. “Ho cercato di rimanere lucido e freddo, era necessario per garantire non solo la mia sicurezza, ma anche quella della mia famiglia e degli altri. E’ stato un periodo difficile e sofferto. I teatri chiusi, colleghi disperati che mi chiamavano. Ho cercato di mediare, di ascoltare tutti coloro che mi contattavano e di dare man forte a tutti. Uniti è più facile, uniti si superano tutte le battaglie”.

Ha dovuto annullare o rinviare qualche progetto a causa del Covid19?

“Eravamo in tournèe con ‘Parenti serpenti’ e poi mi mancavano le ultime repliche di ‘Miseria e nobiltà’. In tutto un mese, un mese e mezzo di lavoro saltato per due compagnie. Spero solo di poter recuperare queste date, ma questo dipende ovviamente dai vari circuiti di distribuzione e dalle regole che verranno imposte. Sull’altro fronte, quello televisivo, invece ho proseguito, anche a distanza, la mia partecipazione a ‘Che tempo che fa’ con Fabio Fazio e a ‘Propaganda Live’. E questo è stato un buon modo per continuare a mantenere un contatto con il pubblico”

In questi tre mesi ha pensato a nuovi progetti, nuove idee?

“Più che a nuovi progetti, ho pensato alla ripresa. Adesso è il momento in cui dobbiamo essere capaci di rimodulare la nostra attività in base a ciò che ci viene detto, alle regole che ci vengono date. Al momento i teatri posso contenere solo un numero ridotto di spettatori, questo vuole dire che non si può pensare di allestire spettacoli con molti attori e con costi troppo alti. Bisogna rimodulare il tutto, programmare spettacoli, di buona qualità, ma che abbiano costi sostenibili per i teatri, così da far sì che il settore riparta”.

Non crede il pubblico possa avere paura di tornare a teatro?

“Certamente, infatti la cosa più importante in questo momento credo che sia quella di tranquillizzare il pubblico, di far capire che come si può andare in aereo si può anche andare in teatro senza correre nessun rischio, perché i gestori dei teatri sapranno far rispettare tutte le norme igienico-sanitarie e quindi garantire la sicurezza di tutti. Infondo è una cosa che si sta già facendo. Lo vedo al Napoli Teatro Festival. Gli organizzatori sanificano tutto ogni giorno, prendono la temperatura agli attori e al pubblico. Le sedie sono distanziate così da evitare di stare uno troppo vicino all’altro. Ecco questo è un bel modo di prendersi cura del proprio pubblico e così dovrebbe essere sempre e questo messaggio bisogna farlo arrivare agli spettatori, così che possano tornare ad assistere agli spettacoli senza nessuna paura”.

Ha in programma spettacoli per quest’estate?

“No, l’unica cosa è una lunga manifestazione che si terrà a Piazza del Plebiscito a Napoli, dove si sta realizzando il più grande teatro all’aperto. Saràuna bella rassegna di teatro e musica.

Diversi anni fa ha scritto un libro dedicato a Totò e Peppino. Nell’introduzione del libro si rivolgeva a loro chiamandoli zio Totò e zio Peppino, ma cosa rappresentano veramente per lei?

“Tutto. Sono due grandissimi artisti. Due comici inarrivabili. Hanno avuto solo la sfortuna di nascere in Italia. Se fossero nati, non lo in America, in Inghilterra, oggi sarebbero conosciuti in tutto il mondo proprio come Chaplin o Stanlio e Ollio. Non sono secondi a nessuno. E’ la coppia più straordinaria che ci sia mai stata. Sono una vera e propria ispirazione per chi vuol far questo mestiere, sicuramente lo sono stati per me, Massimo ed Enzo all’inizio della nostra carriera. Io li ho visti sempre come due zii, due persone di famiglia che mi regalavano e mi regalano ancora oggi, sollievo nelle giornate tristi”.

Ha citato Troisi, non posso non chiederle un ricordo?

“Massimo è una presenza costante, quotidiana. Fa parte delle mia vita, non morirà mai. Lui è un pezzo del mio cuore e resterà sempre vivo grazie ai ricordi dei tanti che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Ogni giorno incontro persone che mi parlano di lui, che mi raccontano incontri, storie su di lui o che mi chiedono a me di parlare di lui. Ecco questo è molto bello, tutto questo affetto che le persone nutrono per Massimo fa si che lui resti sempre vivo e personalmente mi aiuta a sentire meno la sua mancanza. Certo il dolore rimane però un pezzettino di lui resterà sempre con me e con tutti coloro che gli hanno voluto bene ”.

Trova delle differenze tra i comici di oggi e quelli della sua generazione?

“Quando si parla di comicità non c’è nessuna differenza e non si parla di generazione di comici. Il comico vero è quello che fa ridere, se non fai ridere non sei un comico. Qui a Napoli vedo un bel fermento ci sono dei ragazzi molto interessanti, hanno ancora bisogno di crescere, ma credo che riusciranno ad avere un buon successo. Certo fare il comico a Napoli non è cosa semplice. Insomma questa è una città che ha avuto dei comici unici, straordinari, inarrivabili, come ho detto prima. Non solo Totò e Peppino, non solo Massimo, ma anche Taranto, Tina Pica, De Sica, solo per citarne alcuni. E’ una tragedia fare il comico a Napoli, perché la gente fa sempre i paragoni. Se invece sei di una piccola cittadina del nord e decidi di fare il comico è sicuramente più facile, non cresci col continuo confronto con dei mostri che sai bene non riuscirai mai ad eguagliare”.

Ha un sogno nel cassetto?

“Ho un cassetto. Ma è sempre abbastanza vuoto. Ogni tanto ci metto un sogno dentro ma poi si svuota immediatamente. Non penso a sogni che sono solo miei, penso ad occasioni a cose da fare in gruppo, così è più facile da realizzarle e fortunatamente fino ad oggi ci sono riuscito”.




Stato-mafia, la Trattativa passò da qui

di Simone Di Meo

Da quest’oggi, per 4 puntate, «Cronache del Salernitano» si occuperà di una delle più imponenti (e discusse) inchieste antimafia della storia repubblicana. Un fascicolo che punta a riscrivere, con i ricordi sbiaditi dei collaboratori di giustizia e le ricostruzioni giudiziarie di atti ormai lontani nel tempo, gli ultimi trent’anni italiani. Quelli che, ancora oggi, viviamo per come sarebbero nati dal presunto accordo tra Stato e mafia tra il 1992 e il 1993. Lo faremo da una visuale particolare che riguarda anche Salerno. Che cosa c’entra Salerno? Qualcosina di interessante c’è, almeno a leggere le centinaia di migliaia di pagine del procedimento in corso a Palermo che vede imputati boss del calibro di Totò Riina e Leoluca Bagarella, uomini delle istituzioni come Nicola Mancino e Calogero Mannino, e veri e propri cacciatori di mafiosi come l’ex capo del Sisde Mario Mori (che della cattura di Riina è stato artefice, ai tempi del Ros, insieme al capitano Ultimo) e Giuseppe De Donno, suo storico «braccio destro». Tutta l’inchiesta ruota attorno a una ipotesi fondamentale: durante la strategia del terrore scatenata dai Corleonesi prima con gli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e poi con gli attentati di Roma, Milano e Firenze, lo Stato avrebbe offerto ai mafiosi un patto: allentare o revocare il regime di carcere duro per i padrini detenuti in cambio della cessazione di attentati e agguati. E, tra i boss che da un giorno all’altro si sarebbero visti «graziare» dal ministero della Giustizia, ce ne sono anche alcuni del Salernitano. Quattro per la precisione. Nomi di «peso» nello scacchiere criminale del capoluogo che sono finiti all’attenzione dei pm Antonino Ingroia e Nino Di Matteo nella fase preliminare delle indagini sulla Trattativa. Nomi sui quali la Dia di Salerno ha indagato. «Cronache del Salernitano» vi racconterà chi sono. Di ciascuno, ripercorreremo la storia e gli sviluppi processuali che s’intrecciano con il procedimento palermitano, cercando di cogliere – laddove possibile – gli eventuali collegamenti tra la criminalità organizzata locale e quella, molto più potente, di Cosa nostra. Ma cominciamo subito. Nell’elenco dei 334 soggetti di massima pericolosità a cui, sul finire del 1993, non fu rinnovato il regime penitenziario di alta sorveglianza, previsto dal 41bis, compare anche il boss di Eboli Pietro Del Vecchio. Le prime notizie su di lui risalgono al dicembre 1989 quando, appena venticinquenne, viene arrestato a Crescentino dalla Squadra mobile di Vercelli mentre è in auto con un amico, Carmine N. All’epoca, Del Vecchio è accusato di concorso in omicidio pluriaggravato. Secondo le accuse degli inquirenti, aveva fatto parte del «gruppo di fuoco» che, pochi mesi prima, aveva ammazzato a Salerno l’affiliato cutoliano Albino Landi. Tre anni dopo, finisce nuovamente in manette nella maxi-retata che decapita il clan Maiale di cui è diventato uno dei più giovani (e spietati) componenti. Lo accusano di aver fatto parte delle «paranze» di estorsori che rastrellano ditte, locali, negozi e piccole imprese a Natale, Pasqua e Ferragosto, ma in realtà il suo ruolo – nell’organigramma mafioso ebolitano – è diverso: per i pm, Del Vecchio è uno dei killer al soldo del clan. Come dimostrerà l’inchiesta che, nel marzo 1994, lo coinvolgerà insieme ad altri esponenti della cosca dei Maiale e della Nuova famiglia di Carmine Alfieri. Tutti ritenuti responsabili del triplice omicidio di Marcello Montagna, Salvatore Monti e Nicola Lano, affiliati al clan di Mario Pepe, avvenuto l’8 febbraio del ’91. Una strage maturata nell’ambito della lotta tra Alfieri e Pepe per il controllo dell’agro-nocerino-sarnese, e rivelata da tre pentiti di peso: Pasquale Galasso, lo stesso Mario Pepe e Cosimo Marotta. Di lì a poco, anche Del Vecchio passerà a collaborare con la giustizia raccontando venti anni di orrore nella provincia di Salerno. Rendendosi, peraltro, protagonista di una clamorosa azione di protesta nei confronti degli organismi giudiziari. Correva l’anno 1996 e Pietro Del Vecchio firmò, insieme ad altri collaboratori di giustizia, una lettera di fuoco indirizzata alla Dda di Salerno per denunciare di essere stati «truffati» dallo Stato. «Non comprendiamo l’assurdo trattamento che ci viene costantemente riservato nel grado di Appello calpestando, oltre i nostri sacrostanti diritti di difesa, la legge stessa che non si vuole applicare», scrivevano gli ex boss sottolineando la propria «lealtà» di comportamento malgrado difficoltà e sacrifici che avevano anche comportato di «esporre i propri familiari a gravi rischi e costringendoli a vivere in paesi sconosciuti, come esuli». I collaboratori denunciavano il rischio che con il cumulo delle pene definitive diventasse tale da non poter ottenere un trattamento «extracarcerario» e così «inserirsi nella società come avevano promesso – scrivevano – alle nostre famiglie nel momento in cui è maturata in noi la scelta di collaborare e di chiudere con il passato». Per concludere: «Se questo è l’orientamento dello Stato, allora siamo stati letteralmente truffati». Così la pensava l’uomo che, il 24 novembre 1993, non si era visto più applicare il regime del carcere duro in virtù, ritengono i pm di Palermo, di un patto scellerato tra Cosa nostra e Stato. (1.continua – la prossima puntata sarà pubblicata domenica 9 marzo)




Addio Gegè, l’ultimo “pazzariello”

di Andrea Pellegrino

Per Vietri sul Mare era il suo «principe della risata», in tutto e per tutto. Non fosse altro che con Totò aveva collaborato e proprio dal mitico Antonio De Curtis aveva ereditato la tradizionale figura del «pazzariello». Una comunità intera piange oggi Giuseppe Donnino, in arte Gegè. Personaggio unico, simpatico, disponibile e dalla battuta sempre pronta. Un Natale che si rispetti non era tale senza il consueto giro di Gegè tra la scuola d’infanzia e quella primaria, che con i panni di Babbo Natale distribuiva caramelle e panettonicini. Ma Gegè è stato soprattutto il «pazzariello». Sì, proprio quello di “Attenzione, battaglione” interpretato da Totò in una famosa scena del film “L’oro di Napoli”. Abito sgargiante, scettro e con a seguito la banda, il «pazzariello» era un vero e proprio “strillone” ai tempi dell’aperture di botteghe e negozi. Gegè, tutto bardato di fregi, ha proseguito nel tempo a sfilare durante le feste o nelle grandi occasioni, finendo anche sugli schermi televisivi nazionali. Lui stesso disse, in occasione dei cinquanta anni di carriera: «Il Pazzariello? Sono cinquanta anni e forse più che riprendo questo personaggio e probabilmente, ad oggi, sono rimasto l’unico. Infatti a Napoli se qualche negoziante, vuol farsi pubblicità, come si faceva un tempo, chiama me» Nato nel quartiere San Lorenzo di Napoli, la sua tradizione partenopea era indiscussa ma Gegè è stato soprattutto cittadino di Vietri sul Mare. All’età di dodici anni saliva già sui palchi dei teatri. Poi l’occasione con Totò nel celebre film Uccellacci Uccellini di Pier Paolo Pasolini. Qui nelle ultime scene è stata la controfigura di Totò cieco. Ancora la collaborazione con Mario Merola con il film “Il Mammasantissima”. Poi in Rai con il Cantagiro del ’92 e la partecipazione in “Giorni di Festa”. Insomma un curriculum eccezionale, degno di un grande artista che non mai dimenticato le sue origini. E soprattutto quel Collettivo Folk Popolare di Vietri che fu vero laboratorio musicale di quel tempo. Con lui, Armando Amendola, Alfredo Raimondi, Vincenzo Raimondi, Arturo Amendola, Giovanni De Cesare, Felice D’Amico, Lucio Crispino, Bruno Mauro, Franco Ferrara, Armando Catalano, Titti Donnino, Carmine Mastroianni, Antonio Solimente, Giuseppe Bottero, Raffaele Basso, Vincenzo Greco, Alfonso Lamberti, Ivan Livia, Marino Cogliani e Ciro Carbone. Va via l’ultimo «pazzariello», l’ultimo erede di quella comicità che fu di Totò. A Vietri sul Mare mancherà tantissimo. Addio Gegè, probabilmente ora farai divertire altrove, che la terra ti sia lieve.