Il pentito De Maio: «I soldi li portavo a Cinzia Rizzo»

di Pina Ferro

“Io ho sempre consegnato i soldi a Cinzia Rizzo, mentre i Bisogni non lo hanno mai fatto”. Sabino De Maio continua ad essere un fiume in piena con i racconti relativi al periodo in cui era un solidale del clan Pecoraro Renna. Ieri mattina, nell’ambito del processo Omnia (droga e racket nella Piana), il collaboratore di giustizia si è sottoposto alle domande dei difensori di diversi imputati rispondendo a gran parte dei quesiti che gli sono stati posti. Solo in alcuni casi si è avvalso della facoltà di non rispondere. Sabino De Maio ha spiegato di provvedere sempre a consegnare i soldi delle attività illecite che il clan detenevano alla moglie di Franco Pecoraro, ovvero a Cinzia Rizzo. Non facevano la stessa cosa i gemelli Sergio ed Enrico Bisogni i quali, stando a quanto affermato dal collaboratore, non avrebbero mai consegnato alcuna somma di denaro alla moglie del capoclan. Particolare questo, che avrebbe portato Sabino De Maio alla scalata al vertice del sodalizio. “Proprio perché io consegnavo sempre i soldi, Cinzia Rizzo mi disse che mi sarei dovuto occupare del clan». Pare che De Maio abbia anche rassicurato la donna di essere diverso dai gemelli Bisogni e che avrebbe agito nell’interesse del clan Pecoraro – Renna. E, sempre nel corso dell’udienza di ieri, De Maio ha nuovamente ribadito la sua intenzione, all’epoca dei fatti, di voler uccidere Sergio Bisogni. I due germani erano rei, a dire del collaboratore, di non aver favorito sola latitanza dello stesso. Fu in quel momento che si creò la spaccatura all’interno del gruppo.




«Volevo gambizzare Fiorillo»

Pina Ferro




La scazzottata tra Esposito e De Maio nel processo per l’omicidio di Fratte

Pina Ferro

Duplice omicidio di Fratte: ammessi agli atti del processo, i verbali e la ricostruzione del litigio avvenuto in carcere tra il collaboratore di giustizia Sabino De Maio e Roberto Esposito, accusato di aver premuto il grilletto contro Antonio Procida e Angelo Rinaldi. Ieri mattina, i giudici della Corte d’Assise di Salerno hanno sciolto le riserve ammettendo: la testimonianza in aula (chiesta dal Pubblico ministero Silvio Marco Guarriello) del colonnello dei carabinieri Giulio Pini, attuale dirigente della Dia ed all’epoca dei fatti al vertice del Reparto territoriale dei carabinieri; gli atti relativi alla scazzottata avvenuta in carcere tra De Maio e Esposito. I giudici, non si sono ancora espressi sull’ammissione di altri testi in aula. La prossima udienza è prevista per il 9 marzo. L’ammissione dei verbali relativi a quanto accaduto nella cella di detenzione tra De Maio e Esposito è stata chiesta a seguito di alcune dichiarazioni rese prima dal collaboratore di giustizia e successivamente da Esposito. Sabino De Maio, all’indomani della decisione di collaborare con la giustizia, tra le tante dichiarazioni rese, al magistrato raccontò anche che nel corso della detenzione, aveva condiviso per un periodo la cella con Esposito, e questi gli avrebbe raccontato di aver ucciso Rinaldi e Procida sparando prima all’uno e poi all’altro. Inoltre, stando al racconto di De Maio, Esposito gli avrebbe anche riferito che subito dopo l’omicidio, avrebbe provveduto a lavarsi accuratamente le mani con l’urina in modo da far sparire le tracce di polvere da sparo. Sarebbe questo il motivo per cui lo stub effettuato ad Esposito avrebbe dato esito negativo. Dopo tale dichiarazione, Roberto Esposito replicò, attraverso una dichiarazione spontanea resa nel corso del processo a suo carico (è imputato per l’omicidio di Procida e Rinaldi, insieme a Matteo e Guido Vaccaro) asserendo di essere stato infangato dal collaboratore di giustizia. a detta di Esposito, alla base delle dichiarazioni di De Maio vi sarebbero dei vecchi rancori legati ad un episodio registrato in carcere proprio durante il periodo (breve) in cui i due hanno condiviso la cella. Sembra, infatti che Sabino De Maio rientrato in cella dopo l’ora d’aria, durante la quale avrebbe discusso con altri detenuti, sia stato richiamato da Esposito per quanto accaduto. Tra i due i toni divennero accesi e dalle parole passano ai fatti. Ci fu una scazzottata e, ad avere la peggio sarebbe stato Sabino De Maio costretto a farsi medicare.




Marino a confronto con De Maio

Pina Ferro

Per sei lunghi mesi al magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia Vincenzo Senatore e, ad altri magistrati ha raccontato di tutto: nomi, situazioni, episodi criminali di cui era a conoscenza e ai quali avrebbe partecipato. Trascorsi i sei mesi durante il quale ha reso fiumi di dichiarazioni, Carmine Marino ha sottoscritto il verbale di collaborazione con la giustizia e contestualmente ha aderito al programma di protezione che lo Stato riserva ai collaboratori di giustizia. Da poco più di un mese Nino Marino è in una località protetta. Anche i familiari del pentito hanno accettato il programma di protezione a loro riservato e, accompagnati dalle forze dell’ordine hanno lasciato la regione Campania. Anche per loro il luogo dove ora vivono resta top secret. In questa fase i magistrati della Direzione Investigativa Antimafia stanno mettendo a confronto le dichiarazioni rese dal neo collaboratore con quelle di Sabino De Maio, ex reggente del gruppo Pecoraro Renna che operava nella Piana del Sele, che ha deciso di cambiare vita da alcuni mesi. Sembra che i due abbiano fornito la propria versione dei fatti su numerosi episodi che li avrebbero visti protagonisti o di cui erano comunque a conoscenza. Al momento sono state depositate agli atti solo le dichiarazioni, di entrambi i collaboratori, che riguardano un processo su delle truffe assicurative consumatesi diversi anni fa tra la Piana del Sele e, i Picentini. Sono ancora molti gli interrogativi che attendono delle risposte. Risposte che dovrebbero arrivare dalle dichiarazioni che stanno rendendo i due collaboratori di giustizia. Sabino De Maio, fino ad oggi ha riferito di diversi episodi, e di alcune confidenze che gli sarebbero state fatte in carcere da alcuni detenuti (omicidio di Fratte). Alcune di queste rivelazioni sono state prontamente smentite dagli interessati. Ora bisognerà accertare se quanto affermato da De Maio, su determinati fatti, trova riscontro in quanto dichiarato da Marino sui medesimi fatti. Per anni Carmine Marino, secondo gli inquirenti, è stato a capo di un’associazione criminale che avrebbe gestito il malaffare, e soprattutto lo spaccio delle sostanze stupefacenti.




C’è un nuovo collaboratore: Nino Marino

Pina Ferro

Un nuovo collaboratore di giustizia sta svelando la rete del malaffare della Piana del Sele. A Sabino De Maio, che ha deciso di collaborare con la giustizia nella scorsa primavera, si aggiunge Carmine (Nino) Marino, arrestato e processato nell’ambito dell’inchiesta Sistema. In primo grado Marino è stato condannato a sei anni. nel corso del processo di primo grado a carico di Marino e di altri numerosi imputati, il neo collaboratore aveva reso solo delle dichiarazioni spontanee. Successivamente, quando i legali hanno incardinato il processo di Appello, Carmine Marino, era l’inizio del novembre scorso, ha deciso di voltare pagina e cambiare vita. Così ha sottoscritto il verbale che ha dato il via alla sua collaborazione con la giustizia. Ovviamente, nei primi sei mesi vi è la fase in cui il collaboratore viene considerato “dichiarante”. Nome di un certo spessore nella criminalità della Piana del Sele Carmine Marino conosce molti segreti e assetti delle organizzazioni presenti tra Battipaglia, Picentini e Piana Del Sele. Quasi sicuramente le dichiarazioni rese fino ad oggi da Sabino De Maio sono state messe a confronto con quelle di Marino. I due opervano sulle stesso territorio. E, i magistrati della direzione distrettuale antimafia presso la Procura di Salerno hanno gia depositato una parte delle rivelazioni di Carmine Marino unitamente a quelle di Sabino De Maio. Da alcune indiscrezioni trapelate sembra che i due abbiano ricostruito (in maniera del tutto indipendente) alcuni eventi legati a dei soggetti, oggi a processo per delle truffe assicurative consumatesi tra la Piana e i Picentini. A breve tali dichiarazioni potrebbero già essere nella disponibilità dei legali dei soggetti a processo. Marino ha reso già diverse dichiarazioni ai magistrati della Dda. Dichiarazioni che al momento sono ancora coperte da segreto e che saranno depositate agli atti in prossimità della celebrazione delle udienze a cui si riferiscono fatti e circostante “raccontate” da De Maio e Marino.

Per anni è stato a capo di un’associazione criminale

Per anni Carmine Marino, secondo gli inquirenti, è stato a capo di un’associazione criminale che avrebbe gestito il malaffare, e soprattutto lo spaccio delle sostanze stupefacenti. Secondo quanto emerso dall’inchiesta Marino sarebbe stato privato della sua leadership sulla Piana del Sele dal gruppo guidato da Podeia, Magliano e Pastina. Nel corso della fase investigativa, risalente ad alcuni anni fa e che si conckuse con l’operazione Sistema, Marino avrebbe sarebbe stato ascoltato più volte dal pubblico ministero antimafia Rosa Volpe. Elementi utili per la ricostruzione degli affari illeciti sulla Piana nel Sele e, probabilmente, per altre vicende ancora coperte dal segreto istruttorio. Marino non è l’unico è stato ascoltato in più di una circostanza dal pubblico ministero antimafia. Dichiarazioni che potrebbero aver avviato, tra l’altro, altri procedimenti.




Racket e trasporti, 45 scelgono l’abbrevviato

Pina Ferro

Imponevano le ditte che avrebbero dovuto effettuare il trasporto su gomma dei prodotti ortofrutticoli utilizzando metodi mafiosi. Gran parte degli imputati sceglie di essere giudicato con il rito abbreviato. L’udienza preliminare a carico dei soggetti coinvolti nell’indagine portata a termine, qualche mese fa, dai carabinieri della compagnia di Battipaglia su disposizione della Procura, si è svolta ieri mattina, presso l’aula bunker di Salerno dinanzi al giudice per le udienze preliminari Pietro Indinnimeo. A chiedere di essere giudicati con il rito alternativo sono stati quasi tutti i vertici del sodalizio criminale che agiva tra Pontecagnano e la Piana del Sele, tra questi Francesco Mogavero, Sergio Bisogni, Sabino De Maio (attuale collaboratore di giustizia), Marcello Palmentieri. Dunque, il Gup dovrà decidere sulle richieste di abbreviato per circa 45 soggetti e sul rinvio a giudizio per tutti gli altri imputati. La decisione sarà resa nota nel corso dell’udienza del prossimo 29 novembre quando il pubblico ministero formulerà anche le richieste di pena per i riti alternativi. A beneficiare del trasporto dei prodotti ortofrutticoli della Piana doveva essere l’Atm srl o altre ditte conniventi. In tal modo il sodalizio si assicurava delle provvigioni corrisposte dai titolari delle ditte di trasporto. Gli imprenditori che non sottostavano al loro volere venivano “convinti” con atti intimidatori. Sono tantissime le aggressioni poste in atto dal sodalizio criminale. Tutte per svariati motivi che vanno sia dall’affermazione della volontà di avere il controllo del trasporto su gomma dei prodotti terrieri della Piana del Sele verso altre regioni, sia per lo spaccio di sostanze stupefacenti. Al sodalizio criminale sono state attribuite anche due rapine a mano armata avvenute, rispettivamente, nel 2011 all’interno di un’abitazione di Giffoni Sei Casali e nel 2012 in una sala bingo di Battipaglia. A tutti questi reati si aggiungono anche quelli legati al- l’acquisto di armi e munizionamenti, la fittizia intestazione di un bar, una bisca clandestina ed un giro di prostituzione posto in piedi in un hotel di Pontecagnano.




«Mi chiese di fargli fare un arresto»

Pina Ferro

«La droga che mi chiese D’Angiolillo la posizionai in via Etruria a Battipaglia. Non gli feci il nome di nessuno da arrestare perché non sono un infame. Fu D’Angiolillo a dirmi che la perquisizione presso la mia abitazione era stata effettuata a seguito della “cantata di Landi”». A confermarlo, ieri mattina, in video conferenza è stato il collaboratore di giustizia Paolo Podeia al magistrato Marco Colamonici nel corso dell’udienza dei processo a carico del poliziotto Mauro D’Angiolillo accusato da Paolo Podeia di aver chiuso un occhio durante una perquisizione per poi chiedere in cambio il nome di qualcuno da arrestare e della droga da ritrovare e poi far passare come un’operazione di polizia. Ieri mattina, il collaboratore di giustizia (assolto dal gup con il rito abbreviato per la vicenda in cui è a processo ordinario il poliziotto) ha ripercorso le varie fasi della vicenda rispondendo con lucidità e tempestività a tutte le domande del pubblico ministero. «D’Angiolillo, quando era ancora a casa mia mi disse che aveva visto Alda Di Benedetto calare, con una corda, da una finestra un borsone contenente la droga e che siccome non era intervenuto io avrei dovuto fargli arrestare qualcuno e procurargli della cocaina. Per quanto riguarda l’arresto, imme-diatamente, dissi a D’Angiolillo di no perché io non sono un infame» Sulla richiesta circa lo stupefacente, non rispose immediatamente. «Dopo aver ricevuto la richiesta da D’Angiolillo mi recai da Biagio Parisi al quale raccontai il tutto compreso che il poliziotto aveva visto la moglie (Alda Di Benedetto) calare il borsone e che ci dovevamo disobbligare. Biagio Parisi mi disse “apri gli occhi, stai attento, perché sempre un poliziotto è!”». Secondo il racconto del collabratore, D’Angiolillo diede appuntamento a Podeia il giorno seguente, intorno alle 14, presso il Bar Capri a Battipaglia. Fu qui che i due si accordarono su come e dove far ritrovare la droga. «Per vedere se potevo fidarmi di d’Angiolillo, chi chiesi i motivi che erano alla base della perquisizione che aveva effettuato il giorno primo a casa mia. D’Angiolillo disse che Carmine Landi mi aveva “cantato”. Mi disse anche che avrebbe fatto in modo da far risultare che la cocaina che gli avrei fatto ritrovare, a seguito di analisi di laboratorio, risultasse uguale a quella già sequestrata». Due ore dopo l’incontro al Bar viene posizionato lo stupefacente in via Etruria vicino ad un grossomasso. «La cocaina fu preparata da me e Biagio Parisi. Ricordo che cambiammo molte volte le bustine ed utilizzammo dei guanti per evitare impronte. La droga fu recuperata nei giardinetti di fronte casa di mia madre e di Parisi. Fu Parisi a prelevarla materialmente. Quella fatta trovare a D’Angiolillo non era quella contenuta nel borsone che Alda Di Benedetto aveva fatto sparire. Non ho assistito al ritrovamento della droga da parte di D’Angiolillo e degli altri poliziotti perché Mauro (D’Angiolillo) mi disse di non farmi trovare in zona». Podeia ha anche sottolineato che il poliziotto gli avrebbe detto che se “dovevo fare qualcosa a Landi non avrei dovuto farlo in presenza della moglie e del figlio. Io sapevo che D’Angilillo aveva una relazione con la moglie di Landi. Mauro mi chiese anche riservatezza sull’accordo perché al commissariato già lo reputavano una pecora nera». Pedona ha poi spiegato di non aver parlato dell’accordo neppure con il fratello in quanto appartenevano a due gruppi diversi e poi “D’Angiolillo era sempre un poliziotto”. Infine Podeia ha anche sottolineato che D’angiolillo non era quasi mai da solo ma insieme ad un altro poliziotto.

«Conosco Sabino De Maio, da lui mi rifornivo di stupefacenti»

«Sì, conoscevo Sabino De Maio, ieri, siamo anche stati condannati insieme!». Il collaboratore di giustizia Paolo Podeia, ascoltato ieri in videoconferenza da un luogo protetto rispondendo ad alle domande del pubblico ministero Marco Colamonici ha affermato di conoscere bene Sabino De Maio, attuale collaboratore di giustizia e, un tempo, per sua stessa ammissione reggente del clan Pecoraro Renna. Podeia ha spiegato di conoscere bene De Maio e che presso di lui si riforniva di stupefacenti e non solo. Ma, Podeia ha anche tenuto a precisare di non aver mai parlato con l’esponente del clan Pecoraro Renna della vicenda D’Angiolillo e di non sapere se lo stesso fosse mai venuto a conoscenza della droga che era stata fatta trovare all’agente. Al momento non è dato sapere se Sabino De Maio che ha deciso di collaborare con la giustizia da alcuni mesi, abbia riferito ai magistrati dei suoi rapporti con Podeia. Non è da escludere che le dichiarazioni a tal riguardo possano essere depositate nelle prossime settimane.

«Maria Palladino era la sindaca per i suoi rapporti sul Comune»

«Maria Palladino si la conosco…noi la chiamavamo “la sindaca” perché aveva buoni agganci al comune di Battipaglia ed aveva un ottimo rapporto con il sindaco Santomauro». Paolo Podeia ha risposto a tutte le domande che gli sono state formulate dalla pubblica accusa. Non ha parlato solo della vicenda relativa a Mauro D’Angiolillo e della droga fatta ritrovare in via Etruria. Ad un certo punto il pubblico ministero ha elencato alcuni nomi chiedendo chi fossero. Immediate le risposte di Podeia. «Maria Palladino abitava nello stesso palazzo di Biagio Parisi». Podeia ha sottolineato che nel rione si conoscevano tutti perché in realtà era popolato da circa trenta famiglie. «Se avevamo bisogno di qualcosa ci rivolgevamo a lei perché lei aveva buone conoscenze al Comune». Chi è Anna Pellegrino ha chiesto il Pm? «E’ la madre di Agostino e Giovanni Cavallaro. Giovanni era nel gruppo di Biagio Parisi, mentre Agostino era l’uomo di fiducia di Pastina.




Usura e racket, arrivano le condanne

Pina Ferro

Racket ed estorsione nella Piana del Sele e nei Picentini, è di quasi due secoli di reclusione la pena inflitta ai componenti il sodalizio criminale che avevano raccolto l’eredità del clan Pecoraro – Renna imponendo la loro egemonia sul territorio. Ieri mattina, il Gup Vincenzo Pellegrino ha emesso le condanne a carico dei 15 imputati che avevano scelto di essere giudicati con il rito dell’abbreviato. Paolo Maggio dovrà scontare 24 anni e 8 mesi. Le pene inflitte sono cumulative di più condanne. Il Biagio Giffoni dovrà scontare 21 anni; Roberto Benicchi 16 anni, Gerardo Citro 7 anni e 10 mesi; Mario Donnarumma 10 anni, Pasqualino Garofalo 10 anni, Carmine Izzo 8 anni, Pierpaolo Magliano 12 anni, Cosimo Melillo 8 anni e 2 mesi, Lucia Noschese 18 anni; Antonio Piscopo 5 anni e 2 mesi, Massimiliano Testa 10 anni, Carmine Viscido 17 anni e 3 mesi. I due collaboratori di giustizia, per i quali sono state tenute in conto le attenuanti, dovranno scontare la pena di 12 anni Sabino De Maio e 8 anni Paolo Podeia. Secondo gli inquirenti il sodalizio capeggiato da Giffoni si sarebbe federato con quello dei Pecoraro stringendo accordi con i gemelli Sergio ed Enrico Bisogni. Un patto che aveva portarto ad avere l’egemenonia criminale nella Piana e a imporre il pizzo a decine di attività commerciali e imprenditoriali. Due le vittime costituitesi parte civile: il battipagliese Antonio Campione, che nel suo distributore di carburante in località Taverna Delle Rose avrebbe subìto estorsioni periodiche per decine di migliaia di euro, e Antonio Lombardi, ex patron della Salernitana calcio, a cui nel 2001 furono danneggiati betoniera ed escavatore in un cantiere per il rifacimento di marciapiedi, sempre a Battipaglia. Nel corso dell’attività investigativa sono stati ricostruiti gli affari del sodalizio e i metodi posti in atto per raggiungere gli scopi prefissati e convincere le vittime a non rifiutare quanto chiesto. Minacce ed attentati per essere convincenti. In particolare è stato appurato che che il racket era la principale fonte di reddito del clan. Gli emissari arrivavano puntuali, a ridosso delle festività, chiedevano sostegno economico per detenuti e latitanti, imponevano consistenti versamenti periodici a imprese casearie, centri medici, titolari di autofficine e negozi di telefonia. Capitolo a parte i cantieri pubblici: nei primi anni del Duemila vi fu una sequela di attentati incendiari a ditte impegnate sulla Salerno- Reggio o nella realizzazione di lavori urbani.




Così Pecoraro dava disposizioni dal carcere.

Pina Ferro

Così Pecoraro dava disposizioni dal carcere.Intermediaria era la moglie Cinzia Rizzo a cui De Maio ha consegnato circa 100mila euro

Francesco Pecoraro e la sua famiglia si sentivano abbandonati e stavano attraversando un brutto momento economico dovuto al fatto che “i fratelli Bisogni, tenevano per se i guadagno derivanti dall’attività criminale”. Successivamente Sabino De Maio ha consegnato a Cinzia Rizzo quasi 100mila euro per il sostentamento della sua famiglia e del marito detenuto. Il ruolo di Cinzia Rizzo, moglie di Franco Pecoraro non era solo di intermediaria, spesso ha proposto idee successivamente concretizzate dai componenti il sodalizio. A raccontare retroscena e assetti del clan Pecoraro – Renna è il collaboratore di giustizia Sabino De Maio, che con dovizia di particolari ha delineato ruoli e vicende legate alle attività criminali. Da sempre legato ai Pecoraro, De Maio si è sempre adoperato anche per consentire alla famiglia del capoclan di non avere problemi di natura economica. E’ l’anno 2003 che segna l’inizio delle attività criminali di Sabino De Maio. Fin da subito lo fa come appartenente al Clan che dominava nella Piana del Sele e nei Picentini. “A quell’epoca i principali referenti del clan erano Sergio ed Enrico Bisogni e Roberto Benicchi, in particolare protagomista del traffico degli stupefacenti. Un primo momento di fibrillazione all’interno del gruppo vi fu nel 2006, quando fummo arrestati io, Biagio Parisi e Pierpaolo Magliano per una estorsione ai danni dei Vivai Sica di Battipaglia…… Quando poi tornai in libertà nel 2007… venni a sapere che Domenico Bruno detto “muzzico”, che la famiglia Pecoraro aveva grossi problemi economici, causati dal fatto che i gemelli Bisogni tenevano per se i guadagni derivanti dall’attività criminale. Per questo presi contatti attraverso Antonio Pecoraro, fratello di Francesco e Alfonso”. De Maio chiese a AntonioPecoraro di poter incontrare Cinzia Rizzo, L’incontro avvenne nel 2007, a Battipaglia. “In quella occasione la stessa mi confermò le difficoltà in cui la famiglia si trovava e mi esternò le problematiche ed i rancori del marito Francesco Pecoraro che si sentiva abbandonato. Per cui a quel punto decisi, assieme al mio gruppo, di ricominciare l’attività criminale per conto della famiglia Pecoraro…. Ricordo che in un mese e mezzo portammo a Cinzia Rizzo una somma pari a circa 50mila euro essenzialmente provento dell’attività estorsiva. In quel periodo, i fratelli Bisogni, anche su richiesta di Cinzia Rizzo erano stati di fatto emarginati per il comportamento tenuto”. Quindi secondo i racconti del collaboratore di giustizia, Cinzia Rizzo era “l’emissaria delle richieste e delle isruzioni che provenivano direttamente dal marito Francesco Pecoraro”. Intanto, i gemelli avrebbero continuati a portare avanti le loro attività forti della loro nomea criminale. Nel 2008 De Maio fu arrestato nuovamente e, in carcere incontrò Sergio Bisogni anche egli detenuto. Durante tale periodo di codetenzione furono riallacciati i rapporti e fu stabilito che una volta liberi avrebbero ridato vita ad un gruppo unito. Una volta libero De Maio comunicò a Cinzia Rizzo l’accordo stretto in carcere. Pare che la donna mostrò non poche perplessità. In particolare, temeva che anche De Maio potresse abbandonare la famiglia Pecoraro. Cosa che non avvenne, anzi il collaboratore contiuò a consegnare il denaro provento delle attività illecite alla moglie del capoclan. “Tra il 2010 ed il 2012, quando fui nuovamente arrestato, credo di aver portato alla Rizzo almeno 20/30mila euro”. Talvolta i soldi sono stati consegnati da Francesco Mogavero, di cui però pare che Cinzia Rizzo non si fidava. Mogaverò cerco di accreditarsi presso la donna in vari modi. “Tornando a Cinzia Rizzo, talvolta la stessa ci portava i progetti di natura criminale per come indicatole dal marito Francesco nel corso dei colloqui . Ricordo che una volta ci sollecitò a chiedere denaro all’imprenditore Nino…. titolare di una azienda agricola che a suo dire aveva fatto fortuna con i soldi dei Pecoraro, nonchè all’imprenditore Giovanni….: emtrambi furono avvicinati da me e pagarono denaro a titolo estorsivo pari a 10mila euro per uno. Ricordo che nel 28 fu proprio Cinzia Rizzo a suggerirci di cominciare ad entrare nel mercato dei trasporti dei prodotti ortofrutticoli creando un’agenzia. All’epoca non se ne fece niente pervhè nello stesso periodo Francesco Mogavero apriva la Atm, per cui decidemmo di agganciarci a lui”. Stando al racconto di De Maio sarebbe stata sempre la Rizzo, che all’epoca lavorava alla Bonduelle a suggerire a De Maio e company l’affare dei trasporti. Nel corso degli anni i rapporti con i Bisogni si sono raffreddati più volte. “Sino al momento del nostro arresto, i Pecoraro hanno continuato a ricevere denaro attraverso Cinzia Rizzo per Francesco Pecoraro, mentre la famiglia di Alfonso Pecoraro ha continuato, sino ad oggi, a ricevere denaro dagli imprenditori Gaetano Rocco e Marcello Maddalo, infine per quanto riguarda la famiglia Renna se ne sono sempre occupati Sergio ed Enrico Bisogno”