Cerca di consegnare driga e cellulari a cliente detenuto, in manette avvocato

Dopo essere stato denunciato dalla Polizia Penitenziaria e ascoltato dagli inquirenti, la Procura di Salerno, nell’immediatezza dei fatti, ha disposto la misura cautelare del carcere nei confronti dell’avvocato Giuseppe Scandizzo, il 39/enne che nei giorni scorsi, nella sala colloqui riservata ai legali del carcere di Salerno, ha tentato di passare dieci cellulari (8 smartphone e 2 microcellulari) e droga (cocaina e hashish) a un detenuto suo cliente. Il professionista, sentito dal pubblico ministero Rinaldi, si è avvalso della facoltà di non risponedere. Al professionista la procura, coordinata dal capo Giuseppe Borrelli, contesta il reato di cessione di sostanze stupefacenti. Nessuna contestazione invece in merito al tentativo di introdurre i telefoni in carcere, per il quale non è contemplata alcuna fattispecie di reato. Nella giornata di ieri il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Salerno di Salerno si è pronunciato in merito alla vicenda. “La gravità dell’accaduto e la frequenza con cui si riscontrano tali analoghi episodi nelle carceri italiane – sostengono Giuseppe del Sorbo e Ciro Auricchio, rispettivamente segretario nazionale e regionale del sindacato di polizia penitenziaria Uspp – pensiamo che non sia più differibile una specifica fattispecie di reato per l’introduzione di telefonini in carcere, prevedendo la reclusione fino a 4 anni, così come avviene negli altri paesi della Unione Europea. S periamo che l’arresto dell’avvocato sia da monito per la classe politica affinchè siano introdotte misure più rigorose per arginare tali illeciti”. Il consiglio dell’ordine degli avvocati, presieduto da Silverio Sica ha trasmesso gli atti alla commissione disciplinare chiedendo l’attuazioni di provvedimenti urgenti. Il legale, potrebbe essere sospeso dall’attività. pieffe




Furti nelle gioiellerie chiesti 30 anni per la banda degli zingari

Pina Ferro

Furti nelle gioiellerie di tutta Italia e intimidazioni, chiesti 30 anni complessivi di carcere per
alcuni componenti del clan degli zingari. Ieri pomeriggio, presso il tribunale di Vallo della Lucania il Pubblico Ministero Palumbo, al termine della requisitoria ha chiesto la condanna a: 8 anni per Antonio Dolce alias Capone e per Gerardo Marotta; 5 anni per Donato Marotta alias Papesce e per Anna Petrilli; 4 anni e sei mesi per Carmine Dolce alias Maruzziello.

Dopo la requisitoria hanno discusso gli avvocati del collegio difensivo Giuseppe Della Monica, Leopoldo Catena e Mario Pastorino. Successivamente la corte presieduta dal giudice Tringali si è ritirata in Camera di consiglio. Tutti attendevano la
sentenza, invece, quando il collegio giudicante è rientrato in aula ha disposto di rimettere il
procedimento su ruolo per sentire un altro teste. L’udienza è stata aggiornata al prossimo 5 marzo. Gli arresti scattarono
nel novembre del 2018 da parte dei carabinieri del comando provinciale di Salerno e della
compagnia di Agropoli. I 25 appartenenti al sodalizio erano tutti accusati di di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di delitti contro il patrimonio e contro la persona, violenza privata ed estorsione . Il clan degli zingari metteva a segno furti con destrezza presso gioiellerie presenti su tutto il territorio nazionale, l’esecuzione di furti all’interno di auto ed il riciclaggio dei proventi ottenuti, l’illecita introduzione nei circuiti bancari finalizzata all’accredito fraudolento di somme di denaro. Nel corso delle indagini gli investigatori hanno anche accertato che gli indagati, forti della notoria appartenenza al gruppo particolarmente numeroso e coeso, si erano resi responsabili anche di gravi atti minatori ed intimidatori, anche con minacce di morte, ai danni del coordinatore unico del cantiere di Agropoli della società operante nel settore della raccolta dei rifiuti solidi urbani della città, al fine di essere assunti nelle vesti di dipendenti stagionali, di essere adibiti a mansioni
gradite e di non essere sanzionati per le continue assenze ed i costanti inadempimenti commessi nell’esercizio dell’attività lavorativa.




Pony express della droga, la stangata del Pm

di Pina Ferro

Call center della droga con consegna a domicilio attraverso dei pony express: pugno duro del pubblico ministero Elena Guarino che ha chiesto complessivamente 181 anni di carcere per i pusher del rione Calcedonia e Petrosino coinvolti nel blitz dello scorso mese di settembre. Dodici gli indagati che, ieri mattina, sono comparsi dinanzi al Giudice per le udienze preliminari del tribunale di Salerno, Vincenzo Pellegrino, dinanzi al quale si sta celebrando il rito dell’abbreviato. Nel dettaglio il Pubblico ministero al termine della requisitoria ha chiesto la condanna a 20 anni per Gerardo Pastore, considerato il vertice del sodalizio. Quindici anni e sei mesi ciascuno, sono stati chiesti per: Marco Russomando, Rosario Santoro, Vincenzo Senatore, Laura Napoletano, Alessandro Maiorano (di Baronissi), Vincenzo Copino (di Sant’Antimo, provincia di Napoli), Vincenzo Pisapia, Virginia Fortunato, Guido Errico (di Nocera Superiore) e Massimo Di Domenico. Sei anni di pena è la richiesta formulata per Libroia. Le intercettazioni e le immagini acquisite dagli uomini della mobile consentirono di sgominare due organizzazioni criminali, composte anche da nuclei familiari. Lo spaccio, oltre che a domicilio attraverso un sistema di pony express artigianale spesso servito da motorini e scooter rubati per l’occasione, avveniva anche davanti al cinema “Apollo”, il liceo classico “Torquato Tasso”, la scuola “Calcedonia” e luoghi di aggregazione come gli spiazzi antistanti il vecchio stadio “Donato Vestuti”. Durante l’attività investigativa, coordinate dal sostituto procuratore Elena Guarino, sono stati contati circa 50mila contatti con l’utenza telefonica.




Inchiesta Tsunami, per Carleo la prescrizione «E’ stata ingiusta»

di Adriano Rescigno

Una prescrizione che non rende giustizia all’ex assessore ai lavori pubblici Alfonso Carleo, che nel novembre 2012 venne arrestato, travolto dall’inchiesta Tsunami, in quanto secondo la direzione distrettuale antimafia di Salerno si era reso protagonista di favoritismi in termini di applati assegnati verso la ditta, la “Cooperativa Libera” che in campagna elettorale gli aveva affisso i manifesti. «Voglio specificare che per me la politica è morta. E’ un discorso finito, finito male ma finito, quindi l’incontro non è propedeutico ad un qualsiasi discorso politico o ricandidatura», inizia così l’ex assessore. «Sono stato per 7 anni in religioso silenzio, ora, alla fine di questo percorso giudiziario mi ritrovo con una sentenza di prescrizione pur avendo chiesto una archiviazione in quanto credo che non vi siano presupposti per nessun capo di imputazione che mi sono stati contestati. C’è da chiarire un’unica verità – tuona – questa indagine su di me parte da un lavoro fatto fare senza una preventiva gara di appalto . Niente di più falso. Esistono gli atti che provano una gara d’appalto fatta 5 mesi prima dello svolgimento dei lavori e quei lavori erano lavori di somma urgenza – un muro pericolante di 3 mentri d’altezza rischiava di collassare su strada pubblica – e quindi si poteva fare direttamente un appalto diretto. Io, invece, decisi di far bandire l’appalto tra le 5 ditte di fiducia del Comune – continua – e la ditta che lo vinse, già prima che io diventassi assessore ai lavori pubblici, realizzò dei lavori proprio a Palazzo di Città. I lavori quindi sono iniziati nel periodo di perfezionamento della gara d’appalto e la gara non è stata perfezionata, si, probabilmente perché davo troppo lavoro agli uffici. Ho fatto realizzare lavori in via Romano, Cuomo, a Santa Lucia, i ponti della ferrovia demoliti per favorire il trincerone. Tutto si basa su concetti sbagliati. La gara d’appalto c’era, ho trascorso 10 giorni ai domiciliari, ho subito 7 anni, e forse grazie anche alla Procura che ha mischiato inchieste e non ho capito perché, mi sono trovato sui giornali con personaggi che con me hanno ben poco a che fare. Voglio chiudere questo argomento. Io non ho fatto assolutamente nulla, e valuteremo richieste di danni». Sulla gara perfezionata, nello specifico è poi intervenuto l’avvocato Alfredo Messina: «Abbiamo poi dimostrato che la gara era stata espletata regolarmente, mancava solo il contratto finale, ma l’appalto si intende affidato quando finisce la gara. Il contratto ha solo natura dichiarativa. Cosa è successo dopo con le carte? Non è un problema “nostro”, ma degli uffici che dovevano intervenire».

Annunziata: «Non rispettati i tempi di un processo giusto»

Nel mirino dell’avvocato Annunziata di Salerno, altro difensore di Carleo, i tempi di un processo giusto. «In questo processo l’avviso di conclusione indagini preliminari è arrivato a settembre 2018 – quando il tempo di conclusione indagini è 2 anni – l’arresto è avvenuto a novembre 2012, quindi se si arriva ad un arresto c’è stata già una istruzione. Un processo giusto – incalza Annunziata – si sarebbe dovuto svolgere nel 2014 non indagini concluse dopo 6 anni. Per anni non succede nulla, la Dda si è concentrata su altri arresti e l’udienza preliminare è a maggio 2019 dove non risulta nemmeno fatta la notifica ad uno dei difensori, a me». «Bisogna comprendere – continua – che i tempi lunghi sono dovuti anche ad una cattiva gestione delle indagini o delle cancellerie. Arriviamo alla nostra prescrizione: per il nostro caso non c’è un’udienza di primo grado, una versione investigativa del pubblico ministero, trasfusa in attività dibattimentale. Noi ci troviamo ad una udienza preliminare, dove il giudice ha emesso una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione. Il giudice avrebbe potuto prosciogliere nel merito senza prescrizione. Avremmo potuto rinunciare alla prescrizione andando incontro ad un altro processo lungo 10 anni, a favore di cosa? Il problema sono le procure. Processi entro 2 anni usando poco gli strumenti coercitivi perché condizionano la vita amministrativa dei Comuni», conclude.

Alfredo Messina: «Il Pm che diceva ai giornali di aver eliminato la camorra da Cava non ha avuto il coraggio di archiviare la posizione di Alfonso Carleo pur sapendolo innocente»

Accanto all’ex assessore Carleo c’era anche l’avvocato Alfredo Messina. Proprio Messina dunque è stato il puù duro verso la procura salernitana. «Ci troviamo in una prescrizione predibattimentale, il che vuol dire che i fatti contestati non sono assolutamente reati. Noi già durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip, dimostrammo che i fatti contestati erano campati in aria». «Il Pm, quando si è reso conto di aver preso una cantonata enorme non ha avuto più interesse a fare indagini tant’è che agli atti indagine dal 2012 al 2018 non è stato aggiunto nulla. Nel 2018, tenendo conto che il pm che rinvia a giudizio un indagato per un reato che prescrive risponde disciplinarmente, e forse è il nostro caso, per non diventare responsabile chiedendo il rinvio a giudizio di chi sapeva innocente, ha dato la “sfogliatella” al gup, il quale, senza carte, senza fatti, ha prescritto».« Il pubblico ministero – conclude Alfredo Messina, già sindaco di Cava de’ Tirreni – che non aveva il coraggio di archiviare, visto che riferiva ai giornali che aveva fatto pulizia della camorra a Cava, ha aspettato sei anni per poi passare le carte al giudice per l’udienza preliminare»




Assenteisti, dipendenti prosciolti

Pina Ferro

Nessuna truffa è stata posta in essere dai dipendenti dell’ospedale “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno finiti sul registro degli indagati per assenteismo. L’aver dato mandato a colleghi per la timbratura del car- tellino era solo, probabilmente, una prassi per accelerare i tempi di inizio dell’ attività lavorativa e, non perchè gli stessi fossero assenti. La loro regolare presenza è stata anche dimostrata dalle indagini difensive. Ieri mattina, il Giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Salerno, Pietro Indinnimeo, ha prosciolto da tutte le accuse cinquanta dipendenti del Ruggi. Stessa sentenza sarà pronunciata anche per tutti gli altri indagati (circa 400) per i quali non vi è alcuna conte- stazione del reato di truffa. Il pubblico ministero Francesco Rotondi agli indagati aveva contestato unicamente il reato di cui all’articolo 55 quinques del decreto legislativo 165/2001(attestazione di presenza attraverso l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza), meglio nota come Legge Brunetta, non ritenendo esistenti elementi  idonei a configurare il delitto di truffa aggravata. Elementi, che invece, sono stati ritenuti sussustenti in altri procedimenti collegati sempre all’inchiesta sull’assenteismo e che hanno portato sia a dei rinvii a giudizio che alla condanna, con il rito dell’abbreviato di un dipendente. Il giudice per le udienze preliminari nelle motivazioni della sentenza ha ritenuto, anche alla luce del capo d’imputazione formulato dal Pm, che “gli scambi compiuti dagli imputati non hanno determinato (e quindi certamente non erano finalizzati a ciò) alcuna assenza dal servizio da parte degli stessi, neanche per un minuto, nel senso cioè che costoro, pur non timbrando perso- nalmente il cartellino, sono stati sempre sul luogo di lavoro. dal primo minuto della richiesta pre- stazione lavorativa, fino all’ultimo”. Il Giudice per le udienze preliminari ha anche specificato che a seguito dello scambio di badges non si è creato nessun disservizio all’interno dell’ospedale di via San Leonardo nè sotto il profilo organizzativo nè per l’utenza. In pratica, è stato precisato e riscontrato che i degenti non hanno mai sofferto illeciti vuoti di organico in nessun momento da parte degli indagati. In caso contrario ci si sarebbero trovati di fronte al reato di truffa. Invece, questo non è accaduto come è stato anche accertato dalle successive indagini. Per quanto concerne la violazione della legge Brunetta, questa ha una valenza solo per il datore di lavoro che potrebbe assumere provvedimenti disciplinari a carico del dipendente che ha alterato il sistema di rilevamento della presenza. La decisione del Gup potrebbe essere la stessa anche per tutti gli altri dipendenti del Ruggi che hanno le stesse contestazioni e non la truffa.




Si avvale della facoltà di non rispondere I Pm rinunciano a sentire D’Agostino

Pina Ferro

I Pm rinunciano a sentire D’AgostinoSi è avvalso della facoltà di non rispondere Ciro D’Agostino, 43 anni, arrestato la scorsa settimana perchè ritenuto al vertice di un sodalizio che gestiva lo spaccio di droga in città.  Il 43enne era già stato sottoposto ad interrogatorio di garanzia da parte dei magistrati che avevano richiesto l’ordine di custodia cautelare al Gip.  In tale occasione, questi aveva reso solo una dichiarazione spontanea negando di conoscere, fatta eccezione per i familiari, i destinatari delle misure cautelari.  A distanza di qualche giorno, i magistrati Fittipaldi e Rocco Alfano della direzione distrettuale antimafia avevano comunicato al 43enne, attraverso i propri difensori di volerlo sentire nuovamente.  L’interrogatorio era stato fissato per ieri alle 15. Interrogatorio che è stato annullato a seguito della manifestata volontà di Ciro D’Agostino, attraverso i legali di fiducia Carmine Giovine e Luigi Gargiulo, di avvalersi della facoltà di non rispondere .



Pizzo sui patentini: in 6 a giudizio. Per Salimbene e altri il 6 marzo si apre il processo. Solo Rizzo patteggia la pena

Pina ferro
Tangenti per il rilascio dei “patentini” per la vendita di tabacchi: sei rinvii a giudizio ed un patteggiamento. Si aprirà il prossimo sei marzo il processo a carico di  Antonio Salimbene 53 anni, di Battipaglia, fino a circa un anno fa in servizio all’ufficio Dogane e Monopoli di Salerno ed ex consigliere comunale di Battipaglia, Alfonso Califfato, Luciano Moscatello, Giuseppe Perrino, Damiano Panico e Dario Ginetti. Tutti rinviati a giudizio dal Gup (giudice per le udienze preliminari) Mariella Zambrano. Ha invece deciso di patteggiare la pena Vincenzo Rizzo.
Nel collegio difensivo tra gli altri, gli avvocati Costantino Cardiello, Franco Cardiello e Vocca.
L’inchiesta prende piede a fine agosto del 2016 quando ai finanzieri del nucleo di Eboli, viene presentato un esposto da un tabaccaio del luogo al quale era stata revocata l’autorizzazione per una rivendita speciale. Alla naturale scadenza della licenza, gli era stato negato il rinnovo per presunte irregolarità fiscali e tributarie. A suo giudizio ingiustamente. È allora che l’uomo denuncia il caso sospetto del rilascio di un “patentino” ad un esercente, suo vicino, comunque entro i duecento metri di distanza. A suo avviso la procedura di rilascio era irregolare. Le intercettazioni ambientali (telecamere nell’ufficio di Salim- bene) e telefoniche svelano il sistema delle tangenti. Gli inquirenti ricostruiscono l’intero scenario ed il tariffario. La cifra richiesta oscillava dai 10 ai 15mila euro mentre a coloro che erano già in possesso dei permessi, ma scaduti di validità e pertanto non più rinnovabili, la cifra chiesta era di 5mila euro. Le mazzette per far passare le pratiche venivano consegnate nell’ufficio di Salimbene a Salerno. Sei i casi accertati dai finanzieri e riguardano esercenti operanti a Eboli, Battipaglia e Capaccio. Il funzionario indagato, secondo l’accusa, avrebbe esercitato pressione sulle vittime dalle quali si faceva promettere denaro per ottenere l’autorizzazione alla vendita di tabacchi. Gli operatori commerciali venivano avvicinati dai due intermediari. Uno di questi è Vincenzo Rizzo, di Eboli. Nella sua abitazione i finanzieri sequestrarono documenti ritenuti utili alle indagini che dimostrerebbe il ruolo che avrebbe avuto nel meccanismo per il rilascio dei “patentini”.



La Rada si aggiudica l’appalto

Andrea Pellegrino

Sarà ascoltato questa mattina – dai pm titolari dell’inchiesta – Giuseppe Cavaliere, direttore del Consorzio “La Rada”, finito ai domiciliari insieme a Biagio Napolano, componente dello stesso consorzio salernitano. Cavaliere, assistito dall’avvocato Paolo Carbone, sarà presente stamattina, alle 12,00, alla Procura di Santa Maria Capua Vetere per l’interrogatorio di garanzia. Cavaliere, a quanto pare, è il fulcro dell’inchiesta che ha portato in manette anche l’ex sindaco di Santa Maria Capua Vetere. Al centro alcuni appalti, i rapporti con i politici ed un servizio di “Ludobus” aggiudicato proprio a “La Rada” ma mai realizzato, secondo quanto si legge dall’ordinanza del Gip. E sempre la Rada, finita anche al centro di polemiche politiche, ieri si è aggiudicata l’appalto per l’affidamento della gestione integrata degli asili nido comunali per tre anni a Salerno città. In una movimentata seduta di gara, presieduta da Alberto Di Lorenzo, il consorzio (presente con la rappresentante Elena Silvestri) ha avuto la meglio su “Nasce un sorriso” di Potenza. Sulla gara c’è la richiesta di accesso agli atti del rappresentante del consorzio lucano, Nicola Becce, che aveva chiesto anche chiarimenti rispetto all’inchiesta e al coinvolgimento de “La Rada”. «Presenteremo ricorso – dice Becce – ci sono ventidue punti di differenza (mai capitato, dice) sull’offerta tecnica. Questi sono punteggi che attribuisce la commissione. Noi chiediamo trasparenza, anche alla luce di ciò che leggiamo sulla stampa». Richiesta che nelle ultime ore era stata avanzata anche dal consigliere comunale di Forza Italia Roberto Celano che ha chiesto anche la convocazione di una seduta della commissione trasparenza. Ancora, giungono da più parti le richieste di chiarimento sugli appalti vinti dal consorzio “La Rada” a Salerno città ed in provincia. Anche la Cgil chiede un approfondimento: «L’eventuale utilizzo fraudolento di fondi pubblici, se confermato dalla Magistratura, sarebbe un fatto gravissimo – spiega Arturo Sessa – Le politiche sociali, il terzo settore e soprattutto l’utenza, fatta di persone in carne ed ossa bisognose di assistenza, ne uscirebbero pesantemente umiliate e danneggiate. I fondi, che hanno già subito negli ultimi anni ingenti tagli, devono essere utilizzati al meglio. Bisogna individuare le buone pratiche, quelle solide, in grado di moltiplicare e non di distrarre le risorse pubbliche e di conseguenza scartare i progetti scadenti, inutili, utilizzati al solo scopo di asservire logiche clientelari e per avvantaggiare il sistema politico compiacente. E’ utile e necessario fare chiarezza anche per difendere la storia di quel terzo settore, fatto di Cooperative e di imprenditori che da anni svolgono seriamente il loro lavoro e che hanno saputo costruire realtà solide e sane, al solo scopo di erogare servizi di qualità alla comunità. Sarà indispensabile, già dalle prossime fasi di concertazione territoriale in sede di convocazione da parte dei Piani di Zona, lavorare in una logica di sistema con tutti gli attori coinvolti, dalle istituzioni, al terzo settore alle organizzazioni sindacali. L’obiettivo non deve essere quello di assegnare i fondi a questa o quella cooperativa, ma individuare i progetti migliori che rispondano ai reali bisogni dei cittadini e nel modo migliore possibile. La Cgil di Salerno – prosegue Sessa – nel rispetto delle indagini della Magistratura chiede che si verifichi la possibilità e l’opportunità di escludere tale Consorzio dalle gare in essere, salvaguardando i livelli occupazionali al fine di tutelare utenza e servizi, esaminando con attenzione la corretta e concreta attuazione dei servizi diretti e indiretti già affidati in precedenza»




Sentenza viziata per alcuni imputati

Pina Ferro

Crac Amato: la Procura impugna la sentenza e chiede che la stessa venga riformata dalla Corte d’Appello di Salerno. In 117 pagine il pubblico ministero Vincenzo Senatore ha illustrato i motivi per i quali non ritiene appropriato il giudizio emesso a carico degli imputati. Per Paolo Del Mese il magistrato ha chiesto una sanzione “più proporzionata rispetto alla gravità dei fatti contestati”. Il pubblico Ministero, ha limitato l’appello solamente per le posizioni di Paolo De Mese, Marcello Mascolo, Alfredo Delehaye, Pietro Vassena, Claudio Siciliotti, Roberto D’Imperio, Maurizio Pilone, Enrico Esposito, Massimo Menna, Giovanni Giudice, Emanuela Troiero, Michela Cignolini, Luciano Vignes, Antonio Esposito, Pasquale Attanasio, Paola Bisogno. Non è stata impugnata la posizione di Antonio Anastasio. Quasi tutti assolti dai reati a loro ascritti. Secondo quanto evidenziato dal Pm Vincenzo Senatore la sentenza emessa relativamente alle posizioni evidenziate sarebbe stata “viziata da una lettura parziale degli atti con riferimento alla ritenuta in- sussistenza del dolo. Viziata da errore sulla interpretazione della normativa sostanziale quanto alla ritenuta riqualificazione del fatto ascritto a Marcello Mascolo e Alfredo Delehaye da concorso in bancarotta fraudolenta a concorso in bancarotta semplice ed al conseguente ridimensionamento del trattamento sanzionatorio. Viziata da errore sulla interpretazione della normativa sostanziale e processuale quanto al trattamento sanzionatorio riservato a Paolo Del Mese”. Per il Pm la motivazione assolutoria, sia per le ritenute assenze di dolo che per le residuali ritenute insussistenze è da ritenersi carente perchè non da conto in alcun modo degli elementi a carico degli imputati valorizzati dall’accusa, “al punto che, in definitiva, non è dato comprendere quale sia stato il percorso logico seguito dal collegio nel giungere alla neutralizzazione degli argomenti”. Per questo il Pm ha riproposto ai giudici di Appello i contenuti redatti in forma scritta in occasione della discussione in aula prima della sentenza di primo grado.

Dipendenti in stato di agitazione

”Lo stato di agitazione del personale dell’Ispettorato territoriale del Lavoro di Salerno proseguirà ad oltranza”. A comunicarlo sono Emma Calvanese e Filomena Genoino. Le due dirigenti sindacali della Federazione provinciale Usb, hanno partecipato ieri mattina al sit-in di protesta del personale dinanzi alla prefettura. I lavoratori hanno chiesto le dimissioni del Ministro Poletti e del Capo dell’Ispettorato nazionale del lavoro Pennesi. Insieme alle altre sigle sindacali, si è deciso di proseguire l’azione di protesta per tenere alta l’attenzione sulla riforma dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro che ha solo peggiorato le condizioni di lavoro dei dipendenti dell’ente salernitano che, tra ispettori e personale amministrativo, conta più di 100 lavoratori. Tutti questi lavoratori sono al limite della sopportazione perché continuano a svolgere la loro mansione per etica professionale ma senza tutele nè risorse. “La creazione dell’Inl, a costo zero smantellando sul territorio il Ministero del Lavoro, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso perché ha bloccato l’operatività dell’ente e aggravato una situazione in cui le risorse strumentali non sono adeguate per svolgere il ruolo istituzionale”. Le criticità denunciate sono molteplici come il “salario accessorio maturato e non percepito, la mancata attuazione delle nuove progressioni economiche, l’inesistente e inidonea formazione del personale, la carenza di strumenti informatici e di banche dati, la forte sperequazione contrattuale e retributiva del personale anche ispettivo, la mancanza del dovuto nuovo contratto integrativo per tutto il personale, la poca sicurezza nello svolgimento dell’attività ispettiva e la carenza di personale sia amministrativo che ispettivo”. Una delegazione sindacale ha portato le problematiche sulla scrivania del Prefetto. I lavoratori chiedono risposte logistico-funzionali alle criticità evidenziate, tra cui la riorganizzazione degli uffici, la definizione delle diverse funzioni e l’applicazione dei nuovi contratti.




Scafati. La perquisizione a casa di Aliberti e Paolino. Gli otto articoli di le Cronache sul caso

—-VOTO E CAMORA / Un atto irripetibile effettuato su licenza forense . AL centro dell’inchiesta le elezioni ed eventuali collegamenti con La Regina

I profili social nel mirino della Dda

Acquisite le pagine di Aliberti e della Paolino alla presenza di un esperto informatico

Elezioni comunali del 2013 e re- gionali del 2015 ed eventuali ri- scontri ai risultati investigativi che hanno portato, alcune settimane fa, all’arresto, tra gli altri di Gu- glielmo La Regina. Ruota intorno a questi tre punti il motivo alla base della perquisizione effettuata ieri mattina dagli uomini della Di- rezione investigativa Antimafia di Salerno agli ordini del colonnello Giulio Pini e del capitano Iannaccone. Una decina di militari all’alba, hanno bussato all’uscio dell’abita- zione di via D’Aquino a Scafati dove risiedono Pasquale Aliberti, ex sindaco di Scafati e la moglie Monica Paolino, consigliere regionale. Oltre ai militari della Dia erano presenti il Sostituto Procuratore della Dda di Salerno Vincenzo Montemurro ed un ingegnere informatico napoletano. Il magistrato sta indagando su presunti affari tra politica e camorra che stavano per portare in carcere l’ex sindaco. Aliberti e sua moglie sono coinvolti in un’ indagine che vede coinvolti imprenditori politici, clan e professionisti: una ventina in tutto gli indagati fino ad oggi per reati che vanno dall’associazione a delinquere al voto di scambio politico mafioso passando per l’ abuso d’ufficio, concussione e violenza privata, tutti con l’aggravante mafiosa. L’indagine è iniziata il 18 settembre 2015 ed ha visto la Dda Salernitana nel giugno 2016 chiedere gli arresti poi respinti dal gip Mancini per Pasquale e Nello Aliberti, e due espo- nenti della famiglia Ridosso

La perquisizione di ieri, mirava a prelevare tutto il materiale infor-matico presente presso l’abitazione della coppia, dalla memoria dei pc, ai tablet fino ai cellulari. In particolare è stata effettuata una copia forense della bacheca facebook di entrambi. Si tratta di un atto irri- petibile effettuato dietro autorizzazione dell’ufficio legale internazionale (California) del noto social network e dopo notifica dell’atto agli interessati ed ai legali degli stessi che ieri mattina non erano presenti.

L’intera bacheca, dunque conver- sazioni e post pubblicati anche nel passato da parte di Aliberti e Paolillo sono stati acquisiti dagli investigatori su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia. Ovviamente sotto la lente della Dda vi sono le pubblicazioni relative ad uno specifico lasso di tempo ed in particolare quelle ef-fettuate in concomitanza con la campagna elettorale sia per l’ele- zione del sindaco di Scafati (2013) che per le Regionali (2015). La presenza dell’esperto, nominato dalla Procura, era necessaria pro- prio per effettuare la copia forense delle pagine personali aperte sul social network e gestite da Paolillo e Aliberti. Ovviamente ora occor- rerà visionarle e recuperare tutti i messaggi ed i post meno recenti per poter avere un quadro della situazione. Questo compito spetterà all’esperto informatico.
Pina Ferro

—- L’INCHIESTA / Le indagini della Dda di Salerno s’intrecciano con quelle dei colleghi napoletani e un primo punto di contatto è il Polo Scolastico

A caccia di “carte” sugli appalti
La perquisizione a casa dei coniugi Aliberti anche per trovare documenti scottanti
SCAFATI. Ancora una sveglia da parte dell’antimafia per i coniugi Aliberti-Paolino. Erano circa le 6:30 di ieri mattina quando gli uomini del capitano Fausto Iannaccone, su ordine del pm Vincenzo Montemurro, si sono presentati nell’abitazione di via D’Aquino per una perquisizione. Gli inquirenti sarebbero stati a caccia di documenti relativi ad appalti, in particolare sono stati acquisiti tutti i dati telematici dai supporti elettronici in uso agli indagati.
L’indagine è quella “Sarastra” sui rapporti tra politica e camorra a Scafati e nei comuni limitrofi e che ha avuto come conseguenza lo scioglimento del consiglio comunale di Scafati per infiltrazioni della criminalità organizzata. Nell’ambito di questa inchiesta la “coppia politica” formata dall’ex sindaco Pasquale Aliberti e dalla consigliera regionale di Forza Italia Monica Paolino è indagata per scambio elettorale politico mafioso, voti in cambio di benefici per i clan e gli imprenditori loro vicini.
Un’indagine che vede coinvolte una ventina di persone, tra politici, collaboratori, dirigenti e funzionari comunali.
Contestati a vario titolo l’associazione per delinquere, voto di scambio politico, abuso d’ufficio, concussione, corruzione e violenza privata, tutti con l’aggravante mafiosa. Qualche giorno fa la perquisizione ad Andrea Vaiano, interessato alla gestione della “Tyche”, azienda impegnata nella costruzione del Polo Scolastico, progettata da Guglielmo La Regina della Archicons srl, lo stesso del “sistema La Regina” che ha messo nei guai (e anche agli arresti) professori universitari, dirigenti e funzionari pubblici e politici pure del calibro dell’ex assessore regionale e attuale consigliere alla Regione Pasquale Sommese.
Se il “Sistema La Regina” si intrecci con quello “Aliberti-Di Saia” è l’obiettivo sul quale indagano oggi la Dda napoletana con i colleghi salernitani.

Adriano Falanga

 

—- La telefonata che lega i sistemi  “La Regina” e “Aliberti”
SCAFATI. «Per offerta migliorativa parlo di una cosa diversa, come quella che abbiamo fatto a Scafati, ha funzionato, nell’interesse dell’amministrazione». Così parlava Guglielmo La Regina, considerato dagli inquirenti deux et machina del “sistema La Regina”, che a Scafati è entrato in molti appalti banditi dall’amministrazione sciolta per infiltrazioni mafiose.La Regina a telefono cita “Scafati”, spiegando quella che è la sua visione di progettazione e gestione gare per la realizzazione di opere pubbliche. Al suo interlocutore racconta dell’incapacità dei comuni che non hanno in sede competenze e capacità professionali per fare le cose e pertanto si arriva al paradosso di perdere i finanziamenti perché non vengono presentati i progetti. «Per l’accelerazione di spesa loro avrebbero bisogno di una grande mano, di una buona struttura di supporto al Rup» aggiunge La Regina al telefono. Elementi che hanno comportato la settimana scorsa l’acquisizione di documenti nella sede legale della Tyche e l’iscrizione sul registro degli indagati di Andrea Vaiano.  Ieri la nuova perquisizione a Pasquale Aliberti e Monica Paolino.                  (a.f.)SCAFATI. «Per offerta migliorativa parlo di una cosa diversa, come quella che abbiamo fatto a Scafati, ha funzionato, nell’interesse dell’amministrazione». Così parlava Guglielmo La Regina, considerato dagli inquirenti deux et machina del “sistema La Regina”, che a Scafati è entrato in molti appalti banditi dall’amministrazione sciolta per infiltrazioni mafiose.La Regina a telefono cita “Scafati”, spiegando quella che è la sua visione di progettazione e gestione gare per la realizzazione di opere pubbliche. Al suo interlocutore racconta dell’incapacità dei comuni che non hanno in sede competenze e capacità professionali per fare le cose e pertanto si arriva al paradosso di perdere i finanziamenti perché non vengono presentati i progetti. «Per l’accelerazione di spesa loro avrebbero bisogno di una grande mano, di una buona struttura di supporto al Rup» aggiunge La Regina al telefono. Elementi che hanno comportato la settimana scorsa l’acquisizione di documenti nella sede legale della Tyche e l’iscrizione sul registro degli indagati di Andrea Vaiano.  Ieri la nuova perquisizione a Pasquale Aliberti e Monica Paolino.                  (a.f.)

—- LA CRONISTORIA / Dal 18 settembre l’ex sindaco e la moglie sono sott’inchiesta
I due anni di indagine su politica e diversi clan 

SCAFATI. Era l’alba del 18 settembre 2015, quando gli uomini della Dia bussarono alle due villette della famiglia Aliberti. Furono notificati gli avvisi di garanzia all’allora sindaco Pasquale Aliberti, alla moglie consigliere regionale Monica Paolino, al fratello imprenditore Nello Maurizio, allo staffista Giovanni Cozzolino, alla segretaria comunale Immacolata Di Saia. Il 22 marzo 2016 arriva a Palazzo Mayer la commissione d’accesso prefettizia. Resterà sull’Ente per sei mesi, fino al 22 settembre 2016. Nel mese di giungo 2016 il pm Montemurro chiede la misura restrittiva e cautelare degli arresti per i fratelli Aliberti. Il Gip Donatella Mancini respinge, derubricando il reato di voto di scambio a corruzione elettorale, che non prevede gli arresti. La Procura Antimafia ricorre in Appello, il Tribunale del Riesame di Salerno si pronuncerà il 25 novembre 2016. La triade di giudici non solo accoglierà la richiesta dell’antimafia, ma restituirà un profilo giudiziario più grave di quello redatto dagli inquirenti. Alla sentenza del riesame il collegio difensivo degli Aliberti annuncia il ricorso in Cassazione. Il primo cittadino si dimette, il 20 dicembre arriva il prefetto Vittorio Saladino per guidare l’ente come commissario ordinario. Il 27 gennaio 2017 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella firmerà il decreto di scioglimento per infiltrazioni criminali. Arriva la triade commissariale per la gestione straordinaria dell’ente. Un incarico previsto nella durata di 18 mesi, e affidato al Prefetto Gerardina Basilicata, al vice prefetto Maria De Angelis e al funzionario ministeriale Augusto Polito. Il 7 marzo 2017 la Corte di Cassazione nega gli arresti accogliendo parzialmente il ricorso del collegio difensivo. Il caso ritorna al riesame, dovrà motivare il perché si ritiene necessaria la misura degli arresti in carcere, piuttosto che un’altra misura restrittiva, come il braccialetto elettronico. Confermato però l’impianto accusatorio, ritenendo significativo il quadro probatorio del voto di scambio politico mafioso.                      (a.f.)

 

— «La Paolino ha fatto poco danneggiando la città»

I CINQUE STELLE /Il nome di Scafati accostate sempre ad indagini politico giudiziarie
SCAFATI. La città non ne può più di essere continuamente accostata a fatti di criminalità organizzata per le vicende giudiziarie del consigliere regionale Monica Paolino di Forza Italia. Questa in sintesi la posizione del Movimenti Cinque stelle di Scafati.
Scrivono da Sim, Scafati in Movimento usando toni molto duri: «Il nome della città di Scafati dovrebbe essere accostato a una politica per le azioni a favore del territorio e non per le indagini di riferimento e al consigliere regionale Monica Paolino che poco ha fatto per la sua città ma che in termini di cronaca giudiziaria l’ha resa famosa».
I pentastellati aggiungono anche una più ampa riflessione politica: «Ci dispiace per il nome della città che viene accostato sempre ad indagini politico giudiziarie, avvenimenti che non vogliamo facciano passare in secondo piano le vere colpe politiche del Sindaco Aliberti e dei suoi fallimenti che sono sotto gli occhi di tutti. Un sindaco che aveva una maggioranza schiacciante con 16 consiglieri e che è stato capace di perderne la maggior parte passando numericamente in minoranza. Questa è stata la sua più grande sconfitta e va ricordata».

 

—- «Un abbraccio forte a chi ci vuole davvero bene»

SCAFATI. Intonro alle 15 di ieri il primo post su Facebook di Pasquale Aliberti, l’ex sindaco la cui casa è stata perquisita ieri mattina. Tace la moglie Monica Paolino. Scrive l’ex primo cittadino sul social media:   «Le persone belle. Ho imparato che le persone #belle non arrivano dal nulla ma hanno sempre compiuto un percorso nella vita. Che hanno conosciuto la sconfitta, la sofferenza e le delusioni con #dignita’. Che hanno una sensibilità per le cose della vita che riempie le loro azioni di un #amore profondo. Io le ho conosciute: sono le più #semplici e le più comuni. Un #abbraccio forte a chi ci vuole davvero bene».

—- MONICA PAOLINO / La precisazione del consigliere regionale agli investigatori
«E’ un addetto stampa ad occuparsi del mio profilo»

Il consigliere regionale e ex presi- dente della commissione Antimafia Monica Paolino agli investigatori ha spiegato che il suo profilo Facebook non è gestito direttamente da lei ma dal suo addetto stampa. Dunque, è una persona sua fiducia, nominata in concomitanza con l’e- lezione a consigliere regionale che quotidianamente si occupa di ag- giornare la bakeka ed interagire con il nutrito gruppi di “amici” presenti sul profilo. Ovviamente su questo sarà l’esperto informatico a doversi esprimere dopo aver preso visione di post e conversazioni anche private degli indagati.
Non è la prima volta che Pasquale Aliberti e Monica Paolino vengono sottoposti a delle perquisizioni dal- l’apertura del fascicolo a loro carico con l’accusa di voto di scambio.

p.f.

 

«L’avvocato mi aveva detto di non utilizzare facebook»

“Il mio avvocato mi aveva detto che era meglio non utilizzare la pa-gina facebook”. E’ la frase pronunciata dall’ex sindaco di Scafati Pasquale Aliberti quando gli uomini della Dia (direzione investigativa antimafia) agli ordini del colonello Giulio Pini hanno spiegato all’indagato che dovevano procedere alla copia della bacheca perso- nale del social sua e della moglie Monica Paolino.

I coniugi Aliberti nel corso della perquisizioni da parte degli uomini della Dia sono apparsi tranquilli e non hanno voluto la presenza dei legali di fiducia. p.f.

Il consigliere regionale e ex presi- dente della commissione Antimafia Monica Paolino agli investigatori ha spiegato che il suo profilo Facebook non è gestito direttamente da lei ma dal suo addetto stampa. Dunque, è una persona sua fiducia, nominata in concomitanza con l’elezione a consigliere regionale che quotidianamente si occupa di ag- giornare la bakeka ed interagire con il nutrito gruppi di “amici” presenti sul profilo.
Ovviamente su questo sarà l’esperto informatico a doversi esprimere dopo aver preso visione di post e conversazioni anche private degli indagati.
Non è la prima volta che Pasquale Aliberti e Monica Paolino vengono sottoposti a delle perquisizioni dal- l’apertura del fascicolo a loro carico con l’accusa di voto di scambio.

p.f.

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