Caso Casalnuovo, per la Cassazione il maresciallo Cunsolo è innocente: rigettato il ricorso

Di Erika Noschese

“Una mazzata”. Così Osvaldo Casalnuovo commenta la decisione della Cassazione dopo la morte di suo figlio Massimo. I giudici della Corte Suprema hanno rigettato il ricorso della parte civile, confermando in maniera definitiva l’innocenza del maresciallo dei carabinieri Giovanni Cunsolo.
Nella giornata di ieri, infatti, al termine della discussione, il Pubblico Ministero ha chiesto l’accoglimento del ricorso e l’annullamento della sentenza emessa dalla Corte di Salerno. Nella tarda serata di ieri la sentenza della Cassazione: la corte suprema ha deciso di rigettare la richiesta del pubblico ministero. “Non sappiamo cosa fare, abbiamo valutato l’ipotesi di ricorrere alla Corte dei diritti Umani ma non sappiamo, abbiamo tutti contro”, ha dichiarato papà Osvaldo, profondamente scosso dalla sentenza della Cassazione. Una decisione che nessuno si aspettava, che avrebbe potuto cambiare il percorso di un processo durato nove anni ma, ancora oggi, giustizia non è stata fatta e tra gli amici di Massimo esplode la rabbia. Il giovane Casalnuovo perse la vita nel 2011 a Buonabitacolo in seguito ad un incidente, dovuto ad un inseguimento per non essersi fermato ad un posto di blocco dei Carabinieri. Era a bordo del suo motorino, cadde e morì nell’impatto con l’asfalto. Per l’accusa il carabiniere avrebbe sferrato un calcio facendo cadere il giovane.




Statua in memoria di Massimo Casalnuovo a Buonabitacolo.  Assolti l’ex sindaco Elia Rinaldi e il papà Osvaldo

Dopo circa 5 anni e oltre 10 udienze, si è concluso, innanzi al Tribunale di Lagonegro, il processo intentato nei confronti dell’ex sindaco di Buonabitacolo, Elia Rinaldi, dell’allora assessore Carlo Bianco e di Osvaldo Casalnuovo. Il processo era sorto in seguito all’installazione della statua in memoria di Massimo Casalnuovo, il giovane deceduto a Buonabitacolo in seguito a un incidente stradale. La statua fu installata in sua memoria, nei pressi del luogo della tragedia. La procura di Lagonegro aveva rivolto nei confronti dei tre imputati diverse ipotesi di accuse: abuso di ufficio e abuso edilizio per aver installato l’opera senza le autorizzazioni previste dalle norme vigenti. Per tali motivi sono stati processati il padre di Massimo, Osvaldo Casalnuovo, tutelato dal legale Michele Capano, e alcuni componenti della giunta di Buonabitacolo che, a parere degli investigatori, diedero il consenso alla installazione del monumento: ovvero il sindaco, Elia Rinaldi, difeso dagli avvocati Nicola Pellegrino e Nicola Senatore, e l’assessore Carlo Bianco, difeso dall’avvocato Mariapia Spinelli. Il Tribunale ha assolto tutti con formula ampia perché il fatto non sussiste e per non aver commesso il fatto. L’ex Elia Rinaldi, sindaco all’epoca dei fatti del Comune di Buonabitacolo, soddisfatto: “Ho sempre creduto nella giustizia e ringrazio gli avvocati Nicola Pellegrino e Nicola Senatore, per l’impegno professionale profuso nella delicatissima questione che ha finalmente portato a fare definitiva chiarezza sulla delicata questione”.




Casalnuovo, la Corte di Cassazione rinvia e annulla la prescrizione

di Erika Noschese

Tutto rinviato al prossimo 30 settembre, con interruzione della prescrizione. La Corte di Cassazione, a fronte dell’emergenza coronavirus che sta colpendo il Paese, ha deciso di rinviare tutto a fine settembre. «E’ una situazione del tutto emergenziale ed era normale che la controparte chiedesse il rinvio, per legittimo impedito di uno dei due avvocati della controparte, notificato e la cosa non ci ha sorpreso», ha dichiarato l’avvocato Cristiano Sandri, difensore della famiglia Casalnuovo. Un rinvio che anche Osvaldo, il papà di Massimo si aspettava ma l’interruzione della prescrizione resta, ad oggi, una buona notizia perchè permetterà ai giudici dello Corte di Cassazione di valutare il caso e di esprimersi. Intanto, papà Osvaldo – proprio attraverso questa colonne – aveva annunciato di essere intenzionato ad andare in tutte le sedi opportune per avere giustizia, quella giustizia che aspetta ormai da nove anni. ««Io vado in tutte le sedi, non mi fermo a Roma e questo loro lo sanno. Io non mi fermo perché il quadro della situazione è chiaro. Se non lo vogliono condannare lo devono dire; è stata la Procura a mandarci avanti fino al terzo grado e non lo abbiamo fatto come parte civile perché la procura ha sostenuto sempre l’accusa», ha infatti dichiarato solo pochi giorni fa Osvaldo Casalnuovo. Attenzione massima sul caso anche da parte di Rossana Noris, responsabile del coordinamento spontaneo di “Sulla Pelle di Tutti”, lanciata ufficialmente a Salerno a dicembre 2018 e che, ormai da anni, sta attenzionando il processo.




“Giustizia per Massimo Casalnuovo”, domani la sentenza della Cassazione

di Erika Noschese

Dal tribunale di Potenza a quello di Salerno, nel nome della giustizia e della verità. Intanto, si mescolano le carte ma domani mattina la Corte di Cassazione potrà mettere la parola fine; potrà scegliere di annullare la sentenza di Salerno e di attenersi a quanto emerso durante il processo a Potenza dove sono stati ascoltati tutti i testi, nessuno escluso. «Nove anni senza Massimo non si possono raccontare, noi non ci arrendiamo, arriveremo in tutte le sedi opportune». A parlare così è Osvaldo Casalnuovo, papà di Massimo, il giovane di Buonabitacolo morto a soli 22 anni, per mano di un carabinieri, perché – dicono ancora oggi – non si è fermato ad un posto di blocco.

Osvaldo, domani cosa succederà?

«Venerdì la Corte di Cassazione può attenersi a quelli che sono i fatti reali ma può fare di tutto: revocare la sentenza di Salerno e ripristinare quella di Potenza dove sono stati ascoltati tutti i testi».

Cosa si aspetta?

«Mi aspetto che venga fatta giustizia perché ci sono fatti certi, chiari. Ci sono testimonianze che a Salerno non sono state prese proprio in considerazione».

Crede ci sia stata negligenza da parte dei magistrati?

«Io non voglio dire negligenza, preferisco dire che c’è stata un po’ di inosservanza, per non dire altro. La negligenza non esiste per la giustizia italiana, nonostante sia stato detto in più occasioni, sia verbalmente sia scritto dai miei legali. Il tutto è stato fatto da pubblici ministeri; le cose scritte nel fascicolo sono state redatte dai pubblici ministeri, non l’abbiamo fatta noi».

E’ una battaglia che va avanti da nove anni, cosa è accaduto fino ad ora?

«Praticamente, primo grado di giudizio il giudice monocratico anziché andarsi a vedere tutte le carte se ne è uscito con l’assoluzione con formula dubitativa; successivamente noi, come parte civile, abbiamo fatto ricorso con la procura generale di Salerno. Siamo arrivati così a Potenza dove c’è stata una condanna, sono stati ascoltati tutti i testi, facendo il contraddittorio e mettendo in evidenza le testimonianze dei carabinieri che non sono risultate attendibili mentre lì hanno dovuto dire la verità. Siamo andati così in Cassazione: tutto ci aspettavamo fuorchè venisse sospesa la sentenza ma non il secondo grado di giudizio per una verifica della prova scientifica pur sapendo che era irripetibile ed era scritto su tutti i verbali. E’ già una cosa eccezionale: questo passaggio solitamente non si fa, dopo il terzo grado di giudizio è finita ma con un appiglio ci mandano a Salerno dove è successo l’inverosimile e le motivazioni non hanno peso, si sono affidati al verbale di servizio redatto dal carabiniere ma che in secondo grado è stato scoperto non essere un vero verbale di servizio ma era stato fatto per “aiutare” l’imputato e non è stato fatto il nome di chi ha imposto di scrivere il verbale in quel modo».

Se non dovesse andare come lei si aspetta?

«Io vado in tutte le sedi, non mi fermo a Roma e questo loro lo sanno. Io non mi fermo perché il quadro della situazione è chiaro. Se non lo vogliono condannare lo devono dire; è stata la Procura a mandarci avanti fino al terzo grado e non lo abbiamo fatto come parte civile perché la procura ha sostenuto sempre l’accusa».

Intanto, 9 anni senza Massimo…

«Questi nove anni senza Massimo non si possono spiegare. In casa non si vive, abbiamo ricordi ovunque perché con quei ricordi cerchiamo di tenerlo sempre in mezzo a noi ma poi la verità è un’altra».

LA RICOSTRUZIONE DEL PROCESSO: Nel 2013 l’assoluzione con formula “dubitativa” per il maresciallo Giovanni Cunsolo Da Potenza il processo si trasferisce a Salerno: la Corte d’Appello respinge le accuse

Il 29 agosto 2011 Massimo Casalnuovo era a bordo del suo motociclo, per recarsi presso l’officina di proprietà del padre. Stava percorrendo la via principale del paese quando, in un tratto di strada buio, ci sono gli uomini della municipale e dei carabinieri, in appostamento. Questi ultimi in particolare intimano a Massimo di fermarsi. Ma lui non può vederli, a giocare questo tiro mancino, infatti, la curva e la scarsa luminosità. Parte da qui l’inseguimento da parte dei carabinieri agli ordini del maresciallo Giovanni Cunsolo. Qualche secondo dopo Massimo è a terra, ha sbattuto il petto sullo spigolo di un muretto. Morirá in ambulanza poco dopo. Due le versioni portate in tribunale: quella dell’Arma dei carabinieri secondo cui Massimo è caduto dopo aver cercato di investire il maresciallo ferendolo ad un piede, e quella invece di alcuni testimoni secondo cui Massimo ha sbandato a causa del calcio sferrato allo scooter dal maresciallo Cunsolo. Il 5 luglio 2013 il giudice Enrichetta Cioffi del tribunale di Sala Consilina assolve il maresciallo dei carabiniere Giovanni Cunsolo con formula dubitativa dall’accusa di omicidio preterintenzionale perchè “il fatto non sussiste”. Il 4 dicembre 2017 invece la Cassazione annulla con rinvio sentenza di condanna emessa dalla Corte di Assise di Appello di Potenza. Parte coì un processo bis secondo cui “la prova scientifica, fondata sulla micro traccia di vernice blu rinvenuta sotto la scarpa dell’imputata non è risultata in alcun modo risolutiva: l’accertamento chimico sulla corrispondenza tra la micro particella e la vernice della scossa del motorino si è conclusa in modo negativo”, come si evince poi dalle motivazioni della Corte d’Appello di Salerno che respinge le accuse e conferma la sentenza di appello bis che assolve il carabiniere con la formula del “fatto non sussiste”. Domani ci sarà la sentenza della Corte di Cassazione che potrebbe mettere definitivamente la parola fine ad un processo durato, forse, anche troppo.