Napoli e De Luca ora sono sotto il tiro di comitati e operai

di Brigida Vicinanza

“Pace fatta” tra operai delle Fonderie Pisano e Comitati, o almeno per quanto riguarda l’obiettivo da raggiungere. Il silenzio delle istituzioni accomuna infatti entrambi gli schieramenti e ieri mattina, durante la prima seduta di consiglio comunale, c’è stata la prova. Entrambi, sotto Palazzo di Città, per rimarcare ancora una volta le loro ragioni, per portare ai nuovi consiglieri comunali le loro motivazioni. Da una parte la tutela dell’ambiente e della vita, il “no” all’inquinamento che comunque è stato provato, dall’altra la tutela occupazionale e i posti di lavoro per 150 operai che sono stati messi da parte, dopo il sequestro dello stabilimento di via deI Greci. Operai, membri del Comitato e cittadini chiedono ora che venga discussa la tragica situazione in sede di Consiglio comunale o che almeno, venga mantenuta la promessa fatta durante la campagna elettorale delle scorse elezioni amministrative da parte di tanti dei candidati poi eletti in Consiglio. Gli operai supportati dalla Fiom e dalla Cgil ieri mattina hanno consegnato un comunicato con alcune delle loro ragioni: “Gli attori principali di questa vicenda, azienda in primis e Istituzioni, hanno scelto spesso di non esprimersi con la dovuta determinazione – si legge nella richiesta presentata dai sindacati per un consiglio monotematico- è calato un silenzio assordante”, poi continuano: “Non si può più andare a un rimpallo di responsabilità. Abbiamo chiesto alla proprietà chiarezza e decisione. Ne chiediamo altrettanto alle istituzioni, a partire dal Consiglio comunale di questa città su cui opera da decenni questo opificio che forse è l’ultimo rimasto e che contribuisce a mantenerla viva, per l’indotto e l’economia che ha prodotto e che può ancora determinare. Per le ragioni esposte quindi chiediamo al Consiglio comunale, di fissare un ordine del giorno che, a partire dalla vertenza Fonderie, ponga al centro di un dibattito cittadino la questione del lavoro nell’industria a Salerno e le possibili traiettorie di sviluppo che possono essere programmate e definite”. Un faccia quello di ieri mattina, per la prima volta “pacifico” dove Forte e i suoi hanno potuto dialogare con gli operai e viceversa. Ma la bufera sul nuovo consiglio comunale non si fa attendere. Durante la prima seduta infatti nessuno (o quasi) ha preso anche solo in considerazione l’argomento, ma soprattutto Enzo Napoli, che nella sua relazione iniziale, dove sottolinea gli interventi futuri su Salerno, non cita nemmeno una volta le Fonderie Pisano. “Il suo comporta ci indigna e ci rattrista – ha rimarcato Forte – dimostra che è arrivato da facente funzione e probabilmente lo è ancora”. Poi il presidente del Comitato prosegue: “Ignorare operai e comitati (compresi i cittadini) e le loro emergenze, che nascono anche a causa dell’indifferenza delle Istituzioni, ci ha fatto male. Questo consiglio ha dato dimostrazione di non rappresentare realmente la città ed è cambiato tutto per non cambiare nulla a quanto pare perché sono più di 20 anni che questa situazione è in ballo”. Poi non risparmia i consiglieri: “Ringraziamo Lambiase per la richiesta, e ricordiamo a Zitarosa che per 20 anni non si è mai occupato della vicenda e che oggi ha voluto superficialmente trattare che non è questione solo di inquinamento per il traffico. Intanto tutti gli altri consiglieri hanno taciuto, come ad esempio Santoro e la Mazzotti che durante la campagna elettorale ha puntato sull’ambiente e ora non ha parlato”. La delusione di Forte e dei suoi porta all’invettiva verso tutti i consiglieri: “Stanno buttando tutti giù la maschera e sono lì solo per il potere. E Davvero verdi? In che senso sono “Verdi”? Hanno dimenticato tutti la questione, ignorando anche il dramma di 150 operai e di cittadini”. Il malcontento che “accomuna” le parti quindi, la cui voce si spera possa arrivare fino in Consiglio comunale.




Fonderie, oggi il corteo degli operai M5S: «Tavolo interministeriale»

Il movimento 5 stelle chiede un tavolo interministeriale per la ricollocazione dei dipendenti delle Fonderie Pisano. “Non si può evitare di notare come ancora una volta, la magistratura sia stata l’unico e ultimo baluardo di legalità facendo emergere in maniera chiara le criticità ed i reati che da anni vengono perpetrati dalla Fonderia e mettendo a nudo una volta per tutte le responsabilità delle diverse istituzioni che con il loro complice silenzio hanno permesso l’esercizio di un’attività abusiva che ha contribuito in maniera decisiva all’inquinamento ambientale della Valle dell’Irno e di Salerno con potenziali gravi ripercussioni sulla salute dei cittadini.” Il Movimento 5 stelle continua a seguire così, da vicino, la situazione dell’opificio di Fratte. A dichiararlo infatti in una nota i parlamentari salernitani Andrea Cioffi, Silvia Giordano ed Angelo Tofalo insieme al consigliere regionale Michele Cammarano. “La salvaguardia dei posti di lavoro degli operai delle Fonderie Pisano è stato sempre un aspetto che il MoVimento 5 Stelle ha seguito con ansia e preoccupazione – continuano- dopo il sequestro dello stabilimento avvenuto il 24 Giugno 2016 che verosimilmente ha sancito la definitiva chiusura ci si augura adesso un intervento urgente ed efficace da parte dell’istituzioni, atto a garantire velocemente la risoluzione della problematica riguardante i lavoratori cosa già chiesta più volte anche in passato. A tal proposito il Movimento rinnova la richiesta dell’istituzione ad horas di un tavolo tecnico, composto dal Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero dell’Ambiente, Ministero della Sanità, Regione Campania e Comune di Salerno, teso al reinserimento delle maestranze in attività lavorative che sappiano sfruttare al meglio le capacità e la professionalità dei lavoratori, non escludendo il loro reimpiego in un’altra fonderia, la quale rispetti le vigenti normative ambientali e salvaguardi la salute dei cittadini e la sicurezza sul lavoro. Si ricorda che da dati ufficiali (bilancio Fonderia Pisano) si evince che il costo dell’operazione si aggira intorno a circa 5 milioni di euro, cifra che rappresenta un’inezia rispetto alla problematica in questione. Parallelamente al tale discorso ci si augura che venga affrontato in maniera tempestiva la questione della bonifica del sito, attraverso la riqualificazione e trasformazione in area a verde.” Ancora nessuna destinazione quindi per l’opificio di via dei Greci, ma nel frattempo la situazione degli operai diviene critica. Questa mattina si terrà un’assemblea infatti insieme ai sindacati, per cercare di chiarire la situazione e verificare se esistono possibili soluzioni per quanto riguarda gli stipendi.




Irno. Dalla Regione un milione di euro per gli operai idraulici forestali

di Carmine Pecoraro
CALVANICO. Finalmente una buona notizia per i 101 operai idraulico-forestali della comunità montana Irno-Solofrana. Dalla Regione arriva circa un milione di euro per pagare i primi cinque dei 17 stipendi arretrati dei lavoratori. E’ stato decisivo l’impegno continuo e costante degli operai e delle organizzazioni sindacali per sbloccare la vertenza. In particolare per l’esercizio finanziario 2014, capitolo 2509 pratica numero 4918, sono stati erogati da Palazzo Santa Lucia 804 mila euro. Inoltre si registra un saldo per l’anno 2014 dell’Aib, il servizio antincendio boschivo di circa 70 mila euro, altri 70 mila euro per lo stesso servizio come anticipo dell’anno 2015 ed altri trentamila euro come residuo di casa. Sono complessivamente 974 mila euro con le quali si potranno pagare ben cinque mensilità.
Il decreto è stato firmato ieri e si spera che gli uffici di Palazzo Santa Lucia possano accelerare le pratiche per avere i soldi entro ferragosto.
I lavoratori della comunità montana, in modo particolare quelli di Fisciano, tengono a ringraziare per il continuo impegno l’ex vicepresidente dell’ente montano Vincenzo Sessa ed il neo consigliere regionale Tommaso Amabile che sono stati sempre vicino ai lavoratori.
«E’ una bellissima notizia – dice il segretario della Flai Cgil Giovanna Basile- con questi soldi si potranno pagare ben cinque mensilità arretrate a lavoratori che hanno sempre mostrato una grande serietà professionale nonostante non percepivano lo stipendio da 17 mesi. Questa è una vertenza difficile in quanto ci troviamo difronte ad una delle comunità montane più disastrate della Campania in quanto alcuni uffici dell’Ente non fanno fino in fondo il proprio dovere».
L’arrivo di questi soldi non cambia la situazione dei vertici dell’Ente montano dove resta sempre a rischio la poltrona del presidente della Comunità Montana Irno-Solofrana Antonio Rescigno, che paga per i suoi tantissimi errori gestionali ma anche per le vicende interne del partito democratico. Per Rescigno dopo la poltrona di sindaco di Bracigliano, potrebbe essere sfiduciato a settembre dalla sua maggioranza ora è a rischio anche quella dell’Ente montano.




Porta Ovest, in 45 vanno a casa

di Marta Naddei

Scavi in parte fermi, operai in cassa integrazione e alcuni casi di incidenti sul lavoro a causa, presumibilmente, dei ferratissimi turni. Sembra proprio che qualcosa non stia andando per il verso giusto al cantiere di Porta Ovest. Anche in questo caso, c’è un’autorizzazione “ballerina”: quella relativa al piano di riutilizzo dei materiali che provengono dagli scavi delle gallerie della mega opera di via Ligea. Insomma non si sa chi e come debba rilasciarla. In sostanza – allo stato – sarebbe concessa dall’Autorità portuale – ente committente – ma non dalla Regione Campania, organo che invece avrebbe la competenza per il rilascio del documento dal momento che Porta Ovest è un’opera finanziata con Fondi europei. Lo stop a parte dei lavori di scavo sarebbe così arrivato dalla stessa Autorità portuale di Andrea Annunziata ed avrebbe causato il fermo dei lavori di scavo esclusivamente delle gallerie di via Ligea e di via Cernicchiara. Una decisione che ha messo in difficoltà la ditta subappaltatrice – la Ssi srl – che si è trovata a dover ricorrere alla cassa integrazione per 45 su 51 dei suoi dipendenti tra impiegati ed operai. L’azienda, nella giornata di lunedì, ha firmato un accordo con le tre organizzazioni sindacali di categoria (Feneal Uil con Patrizia Spinelli, Filca Cisl con Giuseppe Vicinanza e Fillea Cgil con Luigi Adinolfi) al fine di avviare le procedure per l’attivazione degli ammortizzatori sociali. «Dopo gli annunci di opere avanguardistiche, ancora una volta la burocrazia frena gli entusiasmi» – scrivono i tre rappresentanti sindacali in una nota. Dito puntato contro Autorità portuale e Tecnis, ditta vincitrice dell’appalto. Già, perché i sindacati sostengono che «L’Autorità Portuale – scrivono – non ha mai fornito chiarimenti né ha risposto alle numerose richieste di incontro avanzate dalle parti sociali in merito non solo allo specifico caso, ma anche per discutere delle tante problematiche presenti nel cantiere. L’impresa appaltatrice, Tecnis, è sempre stata restia ad un dialogo collaborativo, facendo effettuare turni di lavoro massacranti, arrivati sino a 12 ore giornaliere». E proprio il grande carico di lavoro per gli operai impiegati nel cantiere di Porta Ovest sarebbe uno dei grandi problemi riscontrati dalle parti sociali che segnalano anche alcuni incidenti occorsi ad alcuni lavoratori del cantiere. I massacranti turni da 12 ore, infatti, andrebbero anche contro quanto sottoscritto da Tecnis e sindacati in un protocollo d’intesa, nel quale «si prevedeva la costituzione del quarto turno di lavoro. Anche questo ha determinato numerosi incidenti sul lavoro: un operaio ha perso le dita di una mano e qualcun altro è stato colpito da infarto». Questi ultimi casi, però, sottolineano ancora i rappresentanti sindacali «non è chiaro se siano avvenuti dentro o fuori il cantiere». Insomma, qualche problema pare proprio esserci e rischia anche di compromettere la realizzazione dell’opera dal momento che, entro il 2015, dovrà essere ultimata per non perdere i finanziamenti europei. «Ecco perché le organizzazioni sindacali – termina la nota – hanno già chiesto alla Prefettura un urgente incontro per far sì che non resti l’ennesima opera incompiuta, come purtroppo il territorio salernitano da troppo tempo è abituato».




Essentra, mezzogiorno di fuoco

di Marta Naddei

Sarà un mezzogiorno di fuoco per gli operai dell’Essentra. Per le 12 di oggi, infatti, dovranno comunicare la loro decisione in merito alla sottoscrizione dell’ipotesi di accordo siglata ieri dai sindacati con l’azienda dinanzi all’Ormel di Napoli. Una decisione difficile perché da mettere d’accordo ci sono 81 persone, ognuna delle quali con la propria testa, con le proprie esigenze. Venticinque mila euro: questa la proposta di buonuscita che il direttore dello stabilimento salernitano Valerio Muto – in rappresentanza dell’Essentra plc – ha portato sul tavolo dell’organo di conciliazione regionale ai rappresentanti sindacali. Una somma di cui, però, gli ex dipendenti della multinazionale britannica produttrice di filtri per sigarette godrebbero solo a partire dal prossimo mese di novembre. Già, perché fino ad allora saranno concessi loro sette mesi di cassa integrazione straordinaria: sette mesi e non i canonici 12 che loro spetterebbero per via dell’applicazione dell’Aspi. I lavoratori, riuniti in assemblea dal primo pomeriggio di ieri, stanno vagliando tutte le ipotesi possibili, avvalendosi anche della consulenza di avvocati: c’è chi vorrebbe la liquidazione dei 25 mila euro in maniera immediata, chi proprio non ci sta a vedersi catapultato fuori dal circuito produttivo in questo modo e chi vorrebbe accettare e porre fine ad uno stillicidio che va avanti da tre mesi. Ma la cosa importante è una: che siano tutti d’accordo e remino nella stessa direzione. Anche un solo no farebbe venire meno l’accordo. Dunque, in tarda mattinata si torna nuovamente a Napoli dove o si sottoscriverà l’accordo o salterà tutto. Contestualmente, nella giornata di oggi si dovrebbe procedere anche allo sgombero dello stabilimento produttivo di via De Luca, la cui attività è ormai ferma dallo scorso 31 gennaio. Oggi, scadono infatti i famosi 75 giorni e la struttura dovrà essere liberata dal presidio permanente dei lavoratori, avviato immediatamente dopo la comunicazione della chiusura dell’attività da parte del manager inglese John Scolen. Anche ieri si sono registrati attimi di tensione con l’ennesima chiamata – da parte del servizio di vigilanza dell’azienda alla centrale della questura di Salerno. Presso la sede dell’Essentra sono nuovamente intervenuti gli agenti della Digos che – come capitato in altre occasioni – sono poi in breve tempo andati via. Insomma, comunque vada oggi si scriverà la parola fine alla storia della ex Filtrona e, paradossalmente, il fardello più grande – quello della scelta, dopo il licenziamento giunto di punto in bianco – spetta proprio agli ex dipendenti della holding inglese. Saranno loro a scrivere il proprio destino decidendo se accettare o meno la proposta avanzata dall’azienda – e avallata dai sindacati – oppure se continuare con il braccio di ferro. Quel che resterà è, comunque, un altro pezzo di storia industriale salernitana che se ne va, che soccombe alle decisioni di una proprietà straniera e alle presunte logiche di un mercato che non sorride più. In primo piano, 81 uomini, tutti di un’età media di circa 40 anni e con famiglie a carico. Il dramma, ancora una volta, è il loro.




Filtrona, soltanto parole E la mobilità si avvicina

di Marta Naddei

Ancora parole, mentre i giorni passano inesorabili per gli operai della ex Filtrona di Salerno. Si punta anche all’idea autogestione da parte dei lavoratori, ipotesi messa a verbale ieri mattina in Prefettura, nonostante la titubanza dei sindacati. Prima di qualsiasi azione, però, si attenderà l’esito dell’incontro del prossimo 8 aprile che, si auspica, possa produrre risultati più concreti del vertice prefettizio. Un vertice durante il quale l’unica proposta concreta è arrivata da parte del Comune di Salerno – rappresentato al tavolo dall’assessore Luca Cascone – che ha presentato un piano di agevolazione fiscale, mettendo a disposizione 100mila euro per far fronte al pagamento dei tributi, prima sostenuto dall’azienda. Per il resto da funzionari della Regione Campania e della Provincia di Salerno, tabula rasa. Anzi, pare che coloro che hanno partecipato alla riunione – a cui era presente il direttore dello stabilimento salernitano, Valerio Muto, ed una nutrita delegazione di dipendenti, accompagnati dai rappresentanti sindacali – non avessero alcun potere decisionale. Insomma, almeno per quanto attiene due istituzioni su tre, si è trattato di una comparsata. Tanto che, ad un certo punto, gli operai presenti – intorno alle 11.30 – hanno deciso di abbandonare il tavolo. E mentre nelle stanze di palazzo di Governo si discuteva, in piazza Amendola gli altri operai e alcuni lavoratori della Paif – altro stabilimento salernitano ormai dal destino segnato – tenevano il loro pacifico presidio in attesa di buone nuove. Una protesta supportata anche da un gruppo di cittadini che, fin dal principio, ha dato manforte ai lavoratori in protesta, addirittura fornendo loro viveri e generi di prima necessità per affrontare il presidio permanente che dalla fine del mese di gennaio è in atto nello stabilimento della zona industriale. Ma, ormai, gli animi degli operai Essentra sono esasperati: l’incertezza sul loro futuro occupazionale, sul loro destino dentro o fuori da quella fabbrica che fino a due mesi fa produceva filtri per sigarette, sta giocando un ruolo fondamentale sulla tenuta della loro pazienza. I 75 giorni prima della mobilità e del “liberi tutti” stanno per scadere e, a quel punto, anche sotto l’aspetto economico, i problemi si moltiplicheranno. Per questo è in procinto di nascere un Comitato autonomo degli operai della ex Filtrona, il quale avrà il compito di stilare richieste, di carattere prettamente economico, da portare ai tavoli di concertazione, insieme alle proposte dei sindacati che invece attengono all’aspetto strettamente occupazionale della vertenza. Ad esempio, infatti, una ipotesi vagliabile in questo senso, sarebbe l’applicazione della cassa di solidarietà a cui gli operai Essentra hanno aderito in passato per dar manforte a colleghi di altre fabbriche in difficoltà: in sostanza, i lavoratori di altre aziende potrebbero – in uno spirito solidale – rinunciare al compenso relativo ad un certo numero di ore lavorative al giorno e devolverlo ai colleghi della Essentra. Le strade, insomma, ci sarebbero. Non resta che intraprenderle.




«Nel nostro cantiere lavorano 92 salernitani»

di Francesco Carriero

All’interno del cantiere di traforazione per la realizzazione di Porta Ovest, il 46,70% dei lavoratori è proveniente da Salerno e provincia. Sono i freddi dati presentati dal direttore di commessa della Tecnis, l’ingegnere Giuseppe Miceli, e dal direttore dei lavori Giuseppe Cavallaro che mettono un freno definitivo alle polemiche tra l’azienda catanese e le organizzazioni sindacali salernitane, che lamentavano scarsa presenza di operai provenienti dal nostro territorio all’interno del cantiere. «Ero a Roma – spiega Miceli – quando ho letto una serie di articoli in cui si parlava di promesse non mantenute e prese in giro fatte dalla Tecnis dai sindacati sulla questione assunzioni. Queste illazioni sono prive di fondamento. Basta guardare il report sui nostri uomini e mezzi che per il protocollo di legalità inviamo settimanalmente alle forze dell’ordine, per rendersi conto di come è composta la nostra forza lavoro». L’ultimo rapporto, infatti, evidenzia come, all’interno del cantiere per il traforo su un totale di 197 lavoratori, tra operai ed amministrativi, 92 siano provenienti da Salerno e provincia, 162 più genericamente dalla Campania, 23 dalla Calabria e solo 3 dalla Sicilia. Delle 8 imprese che lavorano all’appalto, esclusa la Tecnis che ha sede a Catania ed un’altra con sede a Nola, il resto sono tutte localizzate nel territorio della provincia di Salerno. Alla luce di questi numeri rimane il dubbio sul perché questa polemica, con tanto di manifestazioni ed incontri dal Prefetto, sia stata innescata. L’ingegner Miceli da una sua spiegazione: «Tutta questa polemica – continua – è nata non da una mozione di un’organizzazione sindacale, ma da qualche singolo, forse deluso di non aver avuto riscontro alle proprie segnalazioni. Questo è un cantiere difficile, all’interno del quale si opera con macchinari ad alta tecnologia e quindi non c’è spazio per ex barbieri, ex pizzaioli ed ex ciabattini, se ne comprometterebbe la sicurezza. Pretendere che ci siano ancora le quote sindacali, inoltre, è anacronistico. La metà dei nostri lavoratori è presa a Salerno e provincia anche perché trovarli altrove sarebbe economicamente sconveniente». Polemiche a parte, i lavori di Porta Ovest procedono spediti ed in orario sulla tabella di marcia: la settimana scorsa è stato ultimato il primo chilometro di traforo dei 5 previsti. «Se si considera – conclude Miceli – che per la realizzazione dei primi mille metri abbiamo impiegato 4 mesi, stiamo rispettando precisamente i tempi di completamento, previsto per il settembre del 2015».




Parco Scientifico, rischio liquidazione

di Marta Naddei

Il destino del Parco Scientifico e Tecnologico di Salerno in un solo pomeriggio. Il pomeriggio sarà quello di giovedì, quando alle 15 dovrebbe tenersi (il condizionale è d’obbligo alla luce dell’ultima seduta andata deserta, ndr) l’assemblea dei soci al cui ordine del giorno dovrebbe addirittura esserci l’ipotesi di messa in liquidazione della società. Una ipotesi drammatica a cui i dipendenti ed i sindacati stanno tentando, da mesi, di rimediare, nell’assordante silenzio delle istituzioni, proprietarie del Parco scientifico di Salerno. Così, ieri mattina, i lavoratori ed i loro rappresentanti sindacali Francesca D’Elia della Fiom Cgil e Vincenzo Ferrara della Fim Cisl hanno presidiato il porticato del Comune di Salerno nella speranza, vana, di ottenere un incontro con il sindaco Vincenzo De Luca. Un colloquio che non c’è stato ma che potrebbe essere convocato nelle prossime ore. Ma lo sconforto cresce per i 19 dipendenti che sono in cassa integrazione e che da sette mesi non percepiscono lo stipendio. «Tutte le nostre richieste – spiega D’Elia – sono rimaste lettera morta. Il Parco Scientifico e Tecnologico è una risorsa ventennale e il nostro presidio è qui al Comune di Salerno perché può rappresentare una vera e propria risorsa in primo luogo per questa città. Siamo sconfortati perché il rischio è che un domani, su temi così importanti, rischiamo di dover ricominciare tutto da capo». Nei giorni scorsi, il presidente del Pst Panza ha indirizzato una lettera al presidente della Regione Stefano Caldoro ma – spiegano i sindacati – «noi abbiamo bisogno di atti concreti, di fatti amministrativi. Questa azienda ha tutte le carte in regola per essere una eccellenza campana e rischiamo di metterla in liquidazione». «Bisognerebbe chiedere – afferma Ferrara – agli amministratori locali cosa intendono loro per innovazione. Ebbene, siamo certi che risponderanno elencando tutte le caratteristiche proprie del Parco Scientifico. Allora perché non intervengono ricapitalizzando la società». Domande a cui, al momento, non è stata data alcuna risposta. L’auspicio è che giovedì, l’assemblea dei soci non vada deserta. I dipendenti e i sindacati saranno lì, dinanzi la sede di Confindustria (sede del Pst) a tenere le dita incrociate per non dire addio al proprio futuro lavorativo.




Arti Grafiche: 48 dipendenti in mobilità

di Francesco Carriero

Arti Grafiche Boccia mette in mobilità 48 maestranze aprendo una nuova, l’ennesima, vertenza lavorativa sul territorio della provincia di Salerno. Dopo i casi Eldo e Filtrona, arriva un nuovo schiaffo per l’occupazione locale. Una delle realtà più solide del nostro territorio, sotto la guida di Vincenzo Boccia già vicepresidente di Confindustria, che aveva ereditato l’impresa costruita dal padre Orazio, rischia di rimanere inghiottita nella palude della crisi dell’editoria, che da 2 anni sta iniziando a falciare, inesorabilmente, anche le aziende con solide fondamenta. Adesso, nello stabilimento di via Tiberio Claudio Felice, dove circa 230 maestranze sono impegnate nella stampa di quotidiani, opuscoli, volantini per la grande distribuzione ed etichette, si respira un aria pesante, dopo che la dirigenza si è vista costretta ad avviare le procedure di mobilità per oltre il 20% degli impiegati. Di fronte a tale provvedimento le organizzazioni sindacali non sono rimaste inermi, ma hanno intrapreso un fronte di trattative serrato con i vertici dell’impresa, in particolare con l’amministratore delegato Vincenzo Boccia. Si è tenuto, infatti, nei giorni scorsi un tavolo tecnico nelle sede salernitana di Confindustria, nel corso del quale il manager ha giustificato il provvedimento con la riduzione di commesse ricevute per l’anno in corso. Arti Grafiche, come molti altri stabilimenti di stampa sparsi per la Penisola, risente del forte calo di introiti del settore editoriale, scaricato proprio sui costi fissi (stampa e carta per l’appunto), che costringono anche i grandi gruppi a limitare le tirature. E proprio il venir meno del “miglior cliente” dell’impianto ha aggravato la conclamata crisi: dal prossimo 1 marzo, infatti, il gruppo Espresso stamperà altrove “La Repubblica”. Una lavorazione talmente importante da comportare l’acquisto di una rotativa appositamente pensata per stampare quotidiani “full color”, unica nel suo genere nel nostro Paese, che dalla prossima settimana rischia di rimanere ferma, con un conseguente gravissimo danno economico per l’azienda nostrana. Di qui la decisione di mettere in mobilità 48 dipendenti. Eppure, proprio per contrastare la crisi dell’editoria tradizionale, i vertici aziendali si erano mossi per tempo investendo in tecnologie digitali, verso le quali si spostano sempre maggiori quantità di introiti, dimostrando l’ottimo stato di salute di cui godeva l’impresa. la stessa famiglia Boccia definisce la situazione attuale particolarmente delicata, ma superabile, grazie ad oculatezza e buon senso. La crisi economica miete vittime sempre “più illustri” nel circuito industriale cittadino, facendo calare drasticamente il livello occupazionale, costringendo a netti ridimensionamenti anche realtà che fino ieri si distinguevano per efficienza.




Il latte resterà il Nostro

di Marta Naddei

Non c’era la busta di Newlat, non c’era qulla della cordata di imprenditori locali. La Centrale del Latte di Salerno si salva dalla privatizzazione per il rotto della cuffia. Non perché l’iter sia stato bruscamente interrotto da un passo indietro dell’amministrazione comunale, ma perché nessuna delle due aziende rimaste in corsa per l’acquisizione delle quote della storica municipalizzata del Comune di Salerno, dopo le rinunce delle scorse settimane dei tre colossi Parmalat, Granarolo e Yma, ha inteso presentare la propria offerta con relativo piano economico-industriale. Insomma, un vero e proprio ko per la procedura di vendita indetta dal Comune di Salerno che da questa operazione avrebbe voluto incassare una cifra minima di 12 milioni e 700 mila euro, ovvero quella posta a base d’asta. Ed è stato, probabilmente, il costo a inibire Mastrolia e Morretta dal proseguire; così come anche la battaglia intrapresa dai lavoratori e dai sindacati che avrebbero voluto, innanzitutto, garanzie in merito ai livelli occupazionali così come certezze sulla mancata delocalizzazione della produzione. Paletti che, presumibilmente, le aziende interessate non avrebbero potuto rispettare. La notizia della mancata presentazione delle offerte è giunta pochi minuti dopo la conclusione della assemblea che i dipendenti della Centrale, ieri mattina, hanno tenuto con i rappresentanti sindacali per mettere a punto nuove strategie per tentare di osteggiare la prosecuzione della vendita. Ma ora non è più necessario. Ora l’attenzione è tutta rivolta al futuro: quali saranno i prossimi passi del Comune dal momento che, proprio il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, aveva puntato tutto sulla cessione della municipalizzata del latte, ribadendo la ferma posizione di volerla vendere? A quanto pare, le carte in tavola potrebbero ben presto cambiare. Non è escluso, infatti, che il Comune di Salerno possa a questo punto decidere di lasciare le cose esattamente come stanno: ovvero con la Centrale del Latte pubblica. Sì, è probabile che non verrà indetto alcun nuovo bando perché se effettivamente il prezzo di vendita ha rappresentato il principale ostacolo alla presentazione delle offerte di Newlat e cordata di imprenditori locali del settore lattiero-caseario capeggiata dalla coop Latte Sele, la prossima procedura di gara dovrebbe avere a base d’asta una cifra ancor minore rispetto a quella dell’iter appena conclusosi e che già a molti sembrava essere fin troppo bassa per una azienda come la Centrale del Latte. Insomma, significherebbe regalarla. Dunque, secondo i bene informati, potrebbe essere lo stesso Ente di via Roma a lasciare tutto così com’è. Per quel che concerne, invece, la somma che il Comune aveva inserito nell’assestamento di bilancio lo scorso mese di dicembre da palazzo di Città affermano: «Erano somme extra: accantonate ma non impegnate. Nel previsionale non ci saranno».