Omicidio Autuori, un pentito scagiona Bisogni

di Pina Ferro

“Bisogni non ha nulla a che fare con l’omicidio di Aldo Autori, il quale non sarebbe stato ucciso per ragioni legati al trasporto su gomma ma per fatti legati al traffico di sostanze stupefacenti”. E’ in sintesi quanto avrebbe dichiarato il collaboratore di giustizia Pompeo D’Auria, nato a Salerno ma residente a Montoro, arrestato nel 2018 per reati legati a delle truffe informatiche. In realtà Pompeo D’Auria a suo carico ha diversi capi d’imputazione. Dunque, si aprono nuovi scenari sull’omicidio di Aldo Autuori avvenuto a Pontecagnano la sera del 25 agosto del 2015. Pompeo D’auria sarebbe il secondo collaboratore di giustizia a parlare dell’esecuzione di Autori. Pompeo D’Auria, ora sottoposto al programma di protezione da parte del servizio centrale. Ovviamente, quanto affermato dallo stesso dovrà trovare riscontro da parte degli organi inquirenti. Quindi bisognerà stabilire l’attendibilità delle rivelazioni che ha fatto ai magistrati dell’anntimafia. Sembrerebbe che D’Auria, non legato a nessuna consorteria criminale, abbia appreso i dettagli rilevati durante la sua detenzione in carcere.

Per l’omicidio di Aldo Autuori, sono a processo: Francesco Mogavero di Pontecagnano ritenuto il mandante dell’esecuzione, Gennaro Trambarulo di Giuliano in Campania, ritenuto l’esecutore materiale; Luigi Di Martino alias o profeta, di Castellammare di Stabia,  che avrebbe avuto il ruolo di intermediario tra Francesco mallardo di Giuliano, Enrico Bisogni di Bellizzi e Stefano Cecere del clan Mallardo. Antonio Tesone alias l’uomo della masseria, anche egli a processo ma con altro rito.

La Procura dopo un’intensa attività investigativa aveva ricostruito l’intero scenario dell’omicidio, ora le rivelazioni del collaboratore di giustizia sembrerebbe che tutto si rimetta in discussione.

Secondo la ricostruzione operata dalla Dda i mandanti dell’omicidio Francesco Mogavero ed Enrico Bisogni, due elementi di spicco del clan Pecoraro-Renna operante nella Piana a Sud diSalerno, avrebbero decretato la morte di Autuori perchè , questi, uscito dal carcere, avrebbe intrapreso una serie di attività “di intralcio al predominio, sul territorio, del clan”, creando una ditta concorrente. Mogavero e Bisogni, al vertice del clan Pecoraro-Renna, si sarebbero rivolti a Luigi Di Martino, detto ‘o profeta, affiliato al clan Cesarano di Castellammare di Stabia, nel Napoletano, chiedendogli una “collaborazione per l’esecuzione materiale dell’omicidio”. Di Martino, a sua volta, avrebbe fatto da intermediario tra i mandanti e gli esecutori materiali del delitto rivolgendosi a Francesco Mal- lardo, capo indiscusso dell’omonimo clan di Giugliano in Campania, il quale avrebbe, poi, dato incarico di uccidere Autuori ad Antonio Tesone, alias ‘uomo della masseria’, e a Gennaro Trambarulo. Le risultanze investigative hanno rivelato come Francesco Mallardo, che all’epoca dei fatti era sotto posto al regime della libertà vigilata a Sulmona, sarebbe stato, più volte, contattato e raggiunto in Abruzzo da Luigi Di Martino, al quale avrebbe fornito la disponibilità dei suoi uomini a compiere il delitto.

Dalle investigazioni, emerse “il forte legame tra Francesco Mogavero ed Enrico Bisogni con Luigi Di Martino del clan Cesarano, tanto da consentire ai primi di chiedere l’aiuto al secondo per eseguire l’omicidio”.  I tre clan, i Mogavero di Pontecagnano, i Cesarano di Castellammare di Stabia e i Mallardo di Giugliano in Campania, “avevano allacciato strettissimi rapporti al fine di incrementare e consolidare il controllo sui rispettivi territori di competenza, scambiandosi reciproci favori, come nel caso dell’omicidio di Aldo Autori”




Il papà di Eugenio Siniscalchi:«Mio figlio è innocente»

Pina Ferro

«Mio figlio è innocente, confidiamo nell’accertamento della verità».

A sostenerlo è Gaetano Siniscalchi, papà di Eugenio, il 28enne che nei giorni scorsi è stato condannato, con il rito dell’abbreviato, ad una pena di trenta anni di reclusione per l’omicidio di Ciro D’Onofrio. Ad emettere la sentenza è stato il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Salerno, Alfonso Scermino, dopo che il pubblico ministero aveva chiesto la condanna all’ergastolo.

A seguito della sentenza ed in attesa del deposito delle motivazioni a supporto della decisione del giudice, il papà del ragazzo,  recluso nella casa circondariale di Fuorni da diversi mesi, ha commentato la decisione del giudice. Poche battute per sostenere l’innocenza del figlio.

«Ho preso atto della condanna di mio figlio – ha affermato Gaetano Siniscalchi – La ritengo ingiusta ed esagerata perché mio figlio è innocente come abbiamo sempre sostenuto e confidiamo affinché venga accertata la verità».  La famiglia del 28enne di SanMango Piemonte, difesa dall’avvocato Silverio Sica, non appena saranno depositate le motivazioni della sentenza ricorrerà ai giudici di Appello affinché venga fatta piena luce sulla vicenda. Si quella sera Eugenio Siniscalchi era a Pastena ma, come continua a ripetere non è stato lui a premere il grilletto contro il 36enne Ciro D’0nofrio. Questi fu freddato con tre colpi di pistola la sera del 30 luglio del 2017. Ad Eugenio Siniscalchi l’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di essere l’autore, in concorso con il fratello minore, della trucidazione del 36enne è stata notificata il 29 luglio del 2019. Eugenio Sinischalchi si è sempre dichiarato innocente, ha sempre respinto quelle gravissime accuse a suo carico.

Ora a sostegno del figlio e di quanto afferma è sceso in campo il papà che ha sempre creduto nelle parole del 28enne di San Mango Piemonte.




Per l’omicidio di Ciro D’Onofrio Inflitti 30 anni a Eugenio Siniscalichi

di Pina Ferro

Era la sera del 30 luglio 2017 quando il 36enne salernitano Ciro D’Onofrio fu trucidato a Pastena con tre colpi di pistola. Per quell’omicidio, ieri, il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Salerno, Alfonso Scermino, ha inflitto la pena di 30 anni al 28enne di San Mango Piemonte, Eugenio Siniscalchi. Il pubblico ministero Katia Cardillo, al termine della requisitoria, a carica dell’imputato aveva chiesto la condanna all’ergastolo. Eugenio Siniscalchi, difeso dagli avvocati Silverio Sica e Rosario Fiore, ha scelto di essere processato con il rito dell’abbreviato che gli ha consentito di beneficiare dello sconto di pena di un terzo. In aula erano presenti, in rappresentanza delle parti civili gli avvocati Anna Sassano, Stefania Villani e Domenico Fatano. Siniscalchi si è sempre dichiarato non colpevole. Anche ieri avrebbe ammesso di essere sul luogo dell’omicidio ma di non essere lui l’autore dell’omicidio. L’avvocato Silverio Sica dopo la lettura del verdetto ha dichiarato che proporrà in tempi brevi appello “per vedere ristabilita la verità del caso”. Era il 30 luglio del 2019, circa 2 anni dopo l’omicidio, quando ad Eugenio Siniscalchi fu notificata l’ordinanza di custodia cautelare in quanto ritenuto l’autore del delitto avvenuto a Pastena. L’ordinanza gli fu notificata in carcere dove era recluso per altri fatti. A suo carico vi era l’accusa di omicidio volontario aggravato da premeditazione in concorso (anche il fratello minore di Siniscalchi sarebbe coinvolto nel fatto di sangue e per il quale procede il tribunale per i minori), detenzione e porto illegale di una pistola calibro 9. Ad uccidere Ciro D’Onofrio fu il proiettile che si conficcò tra polmoni e cuore determinando delle lesioni molto gravi, un secondo proiettile attraversò la scapola e il terzo la coscia Eugenio Siniscalchi e il fratello minore, sottolinearono gli investigatori all’epoca dell’arresto di Siniscalchi, giunsero sulla scena del crimine a bordo di un ciclomotore di grosse dimensioni e armati di pistola. Dopo aver sparato contro D’Onofrio esplosero i colpi di arma da fuoco e poi si diedero alla fuga. L’omicidio, secondo la Procura , viene commesso in quel luogo, perchè è un posto estremamente familiare a Siniscalchi e nel quale avrebbe goduto e potuto giovarsi di una serie di “tutele”, di garanzie, dell’omertà delle persone che lo frequentavano, qualora fosse stato individuato. Le indagini, sull’esecuzione di Ciro D’Onofrio, furono affidate alla Squadra mobile di Salerno. Grazie ad intercettazione acquisite da altre inchieste dei carabinieri, è stato possibile accertare accertare come il 28enne, all’ora del delitto, si trovasse proprio in via John Fitzgerald Kennedy, zona Est di Salerno. Attraverso un’accurata analisi della scena del crimine, rilievi tecnici, sequestri dei mezzi e comparazione di reperti, acquisizione di immagini delle telecamere di videosorveglianza, analisi dei tabulati telefonici e intercettazioni e dalle dichiarazioni di persone informate dei fatti, fu possibile per gli inquirenti ricostruire quanto avvenuto quella sera. La vittima fu “convocata” sul luogo del delitto, tre minuti prima dell’esecuzione dello stesso. L’ultimo contatto telefonico che D’Onofrio ha prima di essere ucciso è con una utenza che risulta nella disponibilità di Eugenio Siniscalchi: era il telefono che utilizzava per lo spaccio di stupefacenti. Quel telefono, poi, verrà buttato. Furono le indagini sull’omicidio D’Onofrio, a portare alla luce la fiorente attività di spaccio ed i metodi intimidatori posti in atto dalla famiglia Siniscalchi. A seguito della morte di D’Onofrio furono poste in essere una serie di attività nei confronti di alcuni soggetti sospettati di essere i killer di Pastena. Si trattava di soggetti collegati a D’Onofrio che era sia assuntore che spacciatore di droga. E, proprio per tale motivo le indagini si sono mosse nell’ambito della contrapposizione violenta tra soggetti coinvolti nell’attività di spaccio al fine di conquistare la gestione delle varie piazze di spaccio presenti a Salerno. Tra le persone maggiormente sospettate del delitto vi è stato, fin da subito, Eugenio Siniscalchi. Per tale motivo le investigazioni sono state concentrate su di lui e su una serie di soggetti a lui collegati. Le indagini, hanno portato alla luce il traffico di droga posto in essere e le attività di illecita detenzione e porto di armi da parte di G.S. all’epoca dei fatti minore.




Prostituta uccisa in via Dei Carrari Chiesti 20 anni per Ferrante

di Pina Ferro

Avrebbe ucciso Mariana Szekeres, la prostituta romena di appena 19 anni, trovata senza vita, nel 2016, in un terreno incolto tra via San Leonardo e via Dei Carrari, a Salerno. Ieri mattina, il pubblico ministero al termine della requisitoria ha chiesto la condanna a 20 anni di reclusione a carico del 40enne muratore di Vietri sul Mare, Carmine Ferrante, già condannato alla stessa pena in primo grado per l’omicidio di un’altra prostituta: la 37enne bulgara Nikolova Temenuzhka uccisa nella notte tra il 12 e il 13 agosto 2016 a Pagani, il corpo senza vita fu trascinato in via Leopardi, alle spalle del cimitero. Ieri, Ferrante è comparso dinanzi al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Salerno. L’uomo ha scelto il rito dell’abbreviato. Per l’omicidio di Mariana Szekeres ad incastrare Ferrante è stato l’esame del Dna . In particolare l’analisi dello sperma ritrovato sulla salma della vittima sarebbe risultato compatibile con il dna del muratore vietrese. Il corpo della giovane venne ritrovato in una zona abbandonata nella zona industriale di Salerno, solo due settimane dopo essere stata brutalmente uccisa. L’esame entomologico (necessario per stabilire il periodo esatto del decesso) svolto a seguito del ritrovamento del cadavere, ha confermato l’ipotesi che Mariana sarebbe stata uccisa il 30 aprile 2016, due settimane prima che il cadavere fosse ritrovato e nel giorno stesso in cui avrebbe avuto con Ferrante il suo ultimo rapporto sessuale. Dopo la richiesta di condanna avanzata dal pubblico ministero vi saranno le discussioni degli avvocati e sucessivamente la sentenza fissata per febbraio.




Delitto delle Fornelle, assolta la figlia del carrozziere ucciso

di Pina Ferro

Assolta per non aver commesso il fatto e atti in procura che deve procedere per favoreggiamento personale. Alla leura della senenza Daniela Tura de Marco scoppiata in un pianto liberatorio. La ragazza era accusata di concorso morale nell’omicidio del padre Eugenio ura De Marco, ucciso il 20 febbraio del 2016 da Luca Genile, all’epoca fidanzato di Daniela Tura De Marco e condannato a 16 anni e 8 mesi dalla Corte di Appello; sentenza già confermata dalla Cassazione. Daniela Tura De Marco ha affrontato il processo, difesa da Anonietta Cennamo e da Francesco Saverio D’ambrosio, dinanzi ai giudici della Corte di Assise di Salerno. Durante il lungo processo la giovane ragazza ha ripercorso la sua via, la sua relazione con Luca Gentile e gli ultimi giorni di vita del padre. A carico della ragazza il pubblico ministero, Elena Guarino, nello scorso mese di maggio aveva chieso la condanna a 21 anni di reclusione. Durante la requisitoria il magistrato Elena Guarino titolare dell’inchiesta ha ripercorso la vita di Daniela Tura De Marco, il suo doloroso vissuto fatto di abusi, maltrattamenti, violenze fisiche e sessuali poste in atto da coloro di cui maggiormente si fidava: i genitori. Esperienze negative che hanno profondamente segnato la ragazza che secondo il Pm avrebbe poi istigato in qualche modo Luca Gentile ad uccidere il geniore. “Forte e fragile, tenera e terribile”. Così il pubblico minisero aveva definito l’inputata Eugenio Tura De Marco, carrozziere sessantenne fu trovato senza vita nella sua abitazione in Piazza D’Aiello. Ad ammazzarlo, come egli sesso confesserà, dopo l’ennesima lite, Luca Gentile, 21 anni, che lavora per una ditta di traslochi. Fu Daniela, figlia (all’epoca 23enne) della vittima, a chiamare, il giorno dopo il delitto il 112 perché, pur essendo le luci accese in casa, il padre non rispondeva né al citofono né ai diversi messaggi su whatsapp. I carabinieri del Nucleo Radiomobile hanno trovato l’uomo a terra privo di vita, vicino alla porta di ingresso del soggiorno. Luca Gentile aveva ucciso il suocero con una coltellata al fianco, subio dopo aveva lasciato l’abitazione disfacendosi del coltello da cucina uilizzato. Per il magisrato titolare dell’inchiesa i messaggi che la coppia si sarebbero scambiati dopo il delitto erano la prova che la ragazza avesse in qualche modo concorso all’omicidio del padre istigando il fidanzato.




Una coltellata al cuore stronca la vita di Ciccio

di Adriano Rescigno

Dagli spintoni alle coltellate, poi tutto nero, interrotto solo dalle luci blu dell’ambulanza. Così Francesco De Santi, per tutti “Ciccio”, è stato ucciso a pochi passi dal bar Buddha in località “Torre di Mare” di Capaccio – Paestum alle 4.00 di domenica mattina. Francesco, pizzaiolo ma all’occorrenza anche imbianchino di trentatrè anni, ha perso la vita a causa di cinque coltellate, di cui una mortale al torace, per mano di “Enzo ‘o brasiliano”, Vincenzo Galdoporpora, venticinque anni con precedenti penali, già noto alle forze dell’ordine per rissa e spaccio di droga. Vincenzo e Francesco già avevano discusso animatamente circa un mese fa e domenica mattina sembrava l’occasione giusta per chiarirsi, ma dal tu per tu si è passati agli spintoni, parole grosse, poi le coltellate, fendenti in rapida successione di cui due ai fianchi ed uno al torace, che non hanno lasciato scampo al pizzaiolo tra l’incredulità di tutti i presenti, amici sia della vittima che dell’assassino. Dopo aver stroncato la vita di Francesco, “Enzo ‘o brasiliano” ha cercato riparo presso casa di un amico, ora indagato per favoreggiamento, dove aveva lasciato anche l’arma del delitto, un coltello a serramanico dalla lama di nove centimetri. Dinanzi al bar Buddha con Francesco ormai esanime sul selciato, morto sul colpo, sono giunti i carabinieri della stazione di Capaccio – Paestum e della compagnia di Agropoli insieme ai sanitari del 118 mentre nei locali della stazione compariva proprio il venticinquenne per costituirsi e confessare il delitto, accompagnato dal suo avvocato Giuseppe Scandizzo. E’ stata ritrovata anche l’arma del delitto a casa dell’amico a seguito della perquisizione domiciliare scattata dopo il racconto di Vincenzo. Trovati anche pochi grammi di droga. Dopo la confessione ai carabinieri c’è stato anche un secondo interrogatorio per mano del sostituto procuratore della Procura della Repubblica di Salerno, Mariella Guglielmotti, che ne ha disposto il trasferimento presso la casa circondariale di Fuorni. Su di lui grava la pesantissima accusa di omicidio volontario. Questa mattina sarà conferito l’incarico al medico legale per l’autopsia. La salma di “Ciccio”, originario di Cicerale, è sstata trasferita presso l’ospedale di Eboli, questa mattina verrà effettuata l’autopsia per poi liberare la salma e procedere ai funerali. Interrogati dai carabinieri anche gli amici dei due, presenti dinanzi alla cornetteria, tra i quali anche il titolare, Luigi Volpe, caro amico di “Ciccio” che sotto choc successivamente è stato portato in ospedale. Pare che avesse anche il braccio ingessato Vincenzo ma nulla ha potuto fermarlo dal folle gesto. Francesco De Santi era un giovane conosciuto e benvoluto da tutti nella comunità capaccese, dove come pizzaiolo nell’agriturismo e d’estate come gestore del parco giochi, aiutava i genitori nelle attività di famiglia. Straziante la scena di papà Pasquale e mamma Elvira: allertati dai carabinieri, sono giunti disperati sul luogo del delitto, per poi abbandonarsi ad un pianto incessante, abbracciati l’uno all’altra, davanti al cadavere del figliolo, avvolti da alcune coperte per proteggersi dal freddo. Lacrime di dolore anche per le sue sorelle, Alessia e Sofia, sconvolte per la perdita del ratello.

Alfieri: «Una morte assurda, siamo sgomenti» Antelmo: «Il commissariato di polizia è necessario»

Ad essere sconvolti ed addolorati dalla morte di Francesco anche i sindaci Franco Alfieri, di Capaccio – Paestum e Gerardo Antelmo, primo cittadino di Cicerale, città in cui sia i genitori sia Francesco lavoravano per portare avanti un agriturismo. «Non ci sono parole per la terribile notizia che ha svegliato l’intero Cilento costiero. Francesco era un bravissimo giovane, instancabile lavoratore, figlio di persone per bene che proprio a Cicerale hanno realizzato e gestiscono un agriturismo bellissimo nel quale anche Francesco spesso lavorava. In un quadro socialmente difficile e complesso, e questa vicenda ne è la prova, è giusto che la politica faccia la sua parte. Un’area così popolata e importante, con realtà come Agropoli e Paestum, non può restare a lungo priva di un commissariato di polizia che, coordinandosi con le altre forze di polizia già presenti, potrebbe assicurare ulteriori interventi di monitoraggio e repressione dei fenomeni di microcriminalità. Se dovesse essere necessario – specifica il sindaco – il mio Comune dispone di una struttura idonea allo scopo. A Pasquale ed Elvira e alle sorelle di Francesco, va il cordoglio e l’affetto della comunità di Cicerale». Anche Alfieri, sindaco di Capaccio si unisce al dolore della famiglia De Santi: «La tragedia avvenuta a Torre di Mare ci lascia sgomenti. Una morte assurda che ci addolora profondamente. Alla famiglia della vittima va il più sentito cordoglio da parte dell’amministrazione comunale». Una tragedia che dunque lascia attonite le due comunità e spegne ormai qualsiasi ombra di dubbio sul fatto che la zona di Capaccio – Paestum abbia bisogno anche di un commissariato di polizia per contrastare una microcriminalità che ormai allarma sempre di più.

Vincenzo fu arrestato nel blitz contro il clan Rossi

social, Vincenzo Galdoporpora, venticinque anni, assassino di “Ciccio” De Santi. Un’ostentazione continua di atteggiamenti malavitosi, spocchiosi, di chi deve avere sempre l’aria da duro per riuscire ad incutere rispetto. Eppure Vincenzo portava con se un dolore, quello della separazione dalla madre, fintamente celato, come testimoniato da quella bandiera del Brasile, nazione in cui adesso si trova la madre, accompagnata dalla discalia “saudade”, in italiano: malinconia. Una malinconia con tanta voglia di emergere quella di “Enzo ‘o brasiliano” tanto – come riportato anche dalla sorella in una missiva alla famiglia della vittima – da fare diverse volte promesse di un futuro di successo lontano dal Cilento, lontano dai guai, ma Vincenzo, lontano dai guai proprio non ci sapeva stare. Il venticinquenne era già noto alle forze dell’ordine, tanto da essere destinatario di un obbligo di dimora dopo una rissa avvenuta un mese fa per la quale cadde l’accusa di tentato omicidio visto che l’altro astante finì in ospedale avendo riportatto varie fratture. Non solo aggressioni fisiche però, infatti Vincenzo già nel 2017 era finito agli arresti dopo un’operazione antidroga rivolta contro il clan Rossi, guidato dall’ex cutoliano Umberto ‘o napolitano operante nella zona del Cilento. Una fama da bad boy tra gli amici che dunque non aveva timore di ostentare, come non aveva scrupolo di ostentare il suo carattere da duro, quasi senza amore, provato da quelle vicende familiari, cresciuto con una figura paterna vacua ed una madre che sei anni fa l’ha lasciato, che hanno scavato così a fondo l’animo del ragazzo tanto da darsi il nickname di “Enzo_Nolove” su Instagram, dove oltre a foto di pistole, orologi, pose da duro con rigorosa catena d’oro al collo di ordinanza, scriveva anche: «Molti nemici molto onore». Adesso Enzo è in cella, presso il carcere di Fuorni e chissà quanto tempo avrà per pensare al Brasile, a quei sogni di gloria spezzati dal suo folle gesto in un sabato di fine ottobre e chissà se penserà a “Ciccio”, che di onore ne aveva per davvero da vendere, sudato, lavorato, forse anche troppo taciuto, senza lo sfarzo ostentato da sbruffone.

LA LETTERA DELLA SORELLA DELL’ASSASSINO ALLA FAMIGLIA DI “CICCIO”: «NON COLPEVOLIZZATEMI»

«Con Francesco è morto anche mio fratello Vincenzo»

«Ora è morto un ragazzo e per me è morto anche Vincenzo». Parole che non lasciano scampo e tracciano un destino inevitabile per la famigla di “Enzo ‘o brasiliano”. A stringersi al dolore della famiglia di “Ciccio”, la sorella di Vincenzo, anch’essa amica di Francesco De Santi. Tanta rabbia e dolore nelle comunità di Capaccio e Cicerale, tanto da portare la sorella dell’assassino, Vincenzo Galdoporpora di venticinque anni, a ricevere gravi minacce come lei stessa riporta. «Francesco era anche amico mio… sono chiusa nel mio dolore perché, a certe tragedie, non ci sono commenti». Così I.S.P nella lettera inviata alla redazione di “Stile Tv” ieri pomeriggio. La giovane racconta della vita del fratello, abbandonato come lei dalla madre, ma che a differenza sua non ha saputo reagire al dolore se non con il cacciarsi nei guai, ma dai comportamenti del fratello ne prende bene le distanze: «La mia famiglia non ha colpe». «Purtroppo, io e Vincenzo siamo stati abbandonati da nostra madre 8 anni fa, trovandoci soli all’improvviso… Lui, Vincenzo, di più: è rimasto per strada tra una casa e l’altra, mentre io, da lì a poco, mi sono creata la mia famiglia. Vincenzo questo abbandono non l’ha mai accettato e così, dentro di lui, ha covato rabbia e fallimenti. Mio fratello ha vissuto per strada, io non potevo aiutarlo per vari motivi, ma c’ero sempre. Lui era la mia forza, la mia ancora, mi ha sempre detto che, un giorno, avrebbe fatto fortuna e mi avrebbe portata via di qua. Ora è morto un ragazzo e per me è morto anche lui, perché sono distrutta, sono tragedie che non dovrebbero mai succedere». «Chiedo umilmente di non essere colpevolizzata – dice la giovane spaventata da quello che sta succedendo nella sua vita – ero a casa con i miei due bimbi, la più piccola di appena cinque mesi. E voglio far sapere, visto che sono stata minacciata, che sono disposta a qualsiasi confronto, io non ho colpe, la mia famiglia non ha colpe», conclude la giovane




Tragedia a Capaccio, Francesco ucciso da un coetaneo

Dramma a Capaccio Paestum dove, all’alba di oggi, Francesco De Santi, 33enne incensurato, è stato ucciso a coltellate davanti ad un bar in località Torre di Mare a Capaccio Paestum. A darne notizia il sito Stiletv.it. L’episodio è avvenuto intorno alle ore 4 di stamane. Poco dopo, presso la Stazione dei carabinieri di Capaccio Scalo, accompagnato dal proprio avvocato di fiducia, l’assassino si è costituito spontaneamente alle forze dell’ordine. Si tratta di  Vincenzo Galdoporpora, 25 anni, noto pregiudicato capaccese con precedenti penali per droga.Conosciuto negli ambienti della criminalità locale come Enzo ‘o brasiliano, ha confessato ai militari dell’Arma di aver ucciso De Santi a coltellate davanti al bar dopo aver perso la testa al culmine di una lite per motivi legati ad una precedente discussione con un’altra persona, avvenuta mesi prima.Una versione dei fatti che sarebbe stata confermata anche da alcuni testimoni oculari, condotti in caserma per essere interrogati dagli inquirenti.De Santi ha ricevuto 4 o 5 fendenti ed è morto sul colpo.Era un giovane conosciuto e benvoluto da tutti nella comunità capaccese, dove come pizzaiolo nell’agriturismo e d’estate come gestore del parco giochi, aiutava i genitori nelle attività di famiglia.




Preso il killer di Ciro D’Onofrio E’ il 28enne Eugenio Siniscalchi

di Pina Ferro

Fu trucidato la sera del 30 luglio del 2017 con tre colpi di pistola. Alla vigilia del secondo anniversario della morte di Ciro D’Onofrio si chiude, finalmente, il cerchio intorno all’omicidio del 36enne salernitano. Ad impugnare la pistola puntata contro Ciro D’Onofrio sarebe stato Eugenio Siniscalchi, 28 anni, residente a A San Mango Piemonte e già detenuto per reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Il suo arresto, insieme a quello dei suoi familiari risale a giugno dello scorso anno. E, già allora nell’ordinanza si faceva qualche cenno all’omicidio. Alla base dell’esecuzione, secondo la pubblica accusa vi sarebbe un regolamento di conti determinato da una partita di droga non pagata o da uno screzio. A carico del 28enne, ieri mattina, è stata eseguita un’ordinanza di custoda cautelare. Il provvedimento gli è stato notificato nella casa circondariale di Salerno. Ad Eugenio Siniscalchi viene contestata l’accusa di omicidio volontario aggravato da premeditazione in concorso, detenzione e porto illegale di una pistola calibro 9. Ad uccidere Ciro D’Onofrio, come ha sottolineato, ieri mattina, il procuratore facente funzioni Luca Masini, «è stato compiuto da due persone. Eugenio Sinscalchi aveva un complice, il fratello minorenne all’epoca dei fatti, nei confronti del quale procede un’altra autorità giudiziaria». Ad uccidere D’Onofrio fu il proiettile che si conficcò tra polmoni e cuore determinando delle lesioni a polmoni e a cuore, un secondo proiettile attraversò la scapola e il terzo la coscia. «E’ un omicidio premeditato perchè gli autori giungono sulla scena del crimine a bordo di un ciclomotore di grosse dimensioni armati di pistola, esplodono i colpi di arma da fuoco e poi si danno alla fuga», ha spiegato Luca Masini. Gli autori dell’omicidio avrebbero dato appuntamento alla vittima poco prima dell’agguato. «L’omicidio viene commesso lì – chiarisce Marco Colamonici, uno dei due magistrati titolari del fascicolo insieme con Katia Cardillo – perchè è un posto estremamente familiare a Siniscalchi e nel quale avrebbe goduto e potuto giovarsi di una serie di “tutele”, di garanzie, dell’omertà delle persone che lo frequentavano, qualora fosse stato individuato». Le indagini, affidate alla Squadra mobile di Salerno e con intercettazione acquisite da altre inchieste dei carabinieri, hanno permesso di accertare come il 28enne, all’ora del delitto, si trovasse proprio in via John Fitzgerald Kennedy, zona Est di Salerno. Attraverso un’accurata analisi della scena del crimine, rilievi tecnici, sequestri dei mezzi e comparazione di reperti, acquisizione di immagini delle telecamere di videosorveglianza, analisi dei tabulati telefonici e intercettazioni e dalle dichiarazioni di persone informate dei fatti, è stato possibile per gli inquirenti ricostruire quanto avvenuto quella sera. La vittima viene «convocata sul luogo del delitto, tre minuti prima dell’esecuzione dello stesso. L’ultimo contatto telefonico che D’Onofrio ha prima di essere ucciso è con una utenza che nell’assoluta disponibilità di Eugenio Siniscalchi perchè era il telefono che utilizzava per lo spaccio di stupefacenti. Quel telefono, poi, verrà buttato», dice Colamonici. Masini, inoltre, rileva come «la vittima conoscesse almeno uno dei due aggressori, cioè Eugenio Siniscalchi». Un dato che sarebbe confermato “dalle analisi dei tabulati telefonici e dalle altre fonti di prova acquisite”. Il movente sarebbe riconducibile ad “un debito per pregresse forniture di sostanze stupefacenti, perchè, qualche istante prima, Ciro D’Onofrio è preoccupato per un debito che ha contratto e che non è in grado di onorare”; “certamente, possono esserci anche altri moventi perchè basti ricordare che, poco tempo prima, il 30 maggio dello stesso anno, Ciro D’Onofrio ha subito un attentato, l’esplosione di colpi d’arma da sparo sul serramento della finestra di casa sua. Lui, a distanza di poco tempo, cambia abitazione. Questo e’ lo scenario entro il quale si puo’ inserire uno screzio personale per una condotta tenuta dalla vittima nei confronti di una lontana parente dello stesso Siniscalchi”.

Cercavano il killer, trovarono una famiglia di spacciatori

Sono state le indagini sull’omicidio D’Onofrio, a portare alla luce la fiorente attività di spaccio ed i metodi intimidatori posti in atto dalla famiglia Siniscalchi. A seguito della morte di D’Onofrio furono poste in essere una serie di attività nei confronti di alcuni soggetti sospettati di essere i killer di Pastena. Si trattava di soggetti collegati a D’Onofrio che era sia assuntore che spacciatore di droga. E, proprio per tale motivo le indagini si sono mosse nell’ambito della contrapposizione violenta tra soggetti coinvolti nell’attività di spaccio al fine di conquistare la gestione delle varie piazze di spaccio presenti a Salerno. Tra le persone maggiormente sospettate del delitto vi è stato, fin da subito, Eugenio Siniscalchi. Per tale motivo le investigazioni sono state concentrate su di lui e su una serie di soggetti a lui collegati. Le indagini, hanno portato alla luce il traffico di droga posto in essere e le attività di illecita detenzione e porto di armi da parte di G.S. all’epoca dei fatti minore.

L’affronto del nipote di Ciro D’Onofrio al fratello minore

L’utilizzo delle armi veniva paventato anche per “lavare” degli sgarbi subiti. Ad esempio in una delle intercettazioni nella cucina dell’abitazione della famigtlia Siniscalchi, (intercettazioni annesse alle indagini che poi hanno portato al blitz del giugno del 2018) viene manifestata la chiara intenzione di utilizzare armi da fuoco per dirimere delle questioni da parte di Eugenio e del fratello minore. Il riferimento è ad una presunta minaccia della quale il minore G.S. rivoltagli da Vincenzo Ventura, nipote di Ciro D’Onofrio (figlio della sorella). Eugenio conversando con i familiari dice che con una mazza da baseball “lo deve spezzare mani e cosce”. “Doveva fare una cosa a mio fratello !! io l’uccidevo…proprio l’uccidevo”. Poi aggiunge “incominciamo a minacciare il padre… poi incominciamo a vedere perché stasera gli sparo”. La madre intervenendo esorta il figlio maggiore a stare fermo perchè deve essere il minore, colui che ha ricevuto le minacce a “vedersela”. Successivamente Eugenio in preda alla rabbia aggiunge: “La metto io mi mano la pistola a mio fratello questa sera… la metto io, io. Ma lo deve andare a sparare davanti alla pizzeria a Matierno….”. Durante una partita a poker presso la propria abitazione, Eugenio Siniscalchi, sempre riferendosi al suo possesso di armi in particolare di una calibro 6,35, affermò anche di avere una seconda pistola e di averla utilizzata: “sparando ad una persona” e commentando “non si muove proprio”

 




Omicidio Ciro D’Onofrio, pronte le richieste di custodia

di Pina Ferro

I killer di Ciro D’Onofrio hanno le ore contate. Gli investigatori avrebbero individuato già da tempo gli autori dell’agguato al 36enne salernitano, ucciso a colpi di pistola il 30 luglio 2017 dinanzi alla sede dell’ Asl di Pastena. Massimo riserbo sull’identità di sicari e mandanti dell’esecuzione. Un riserbo che dovrebbe essere mantenuto ancora per poco, il tempo necessario all’iter burocratico di concretizzarsi e quindi da consentire al giudice per le udienze preliminari di firmare le ordinanze di custodia cautelari che pare siano già state richieste dai magistrati titolari dell’inchiesta. Dunque, dopo due anni, finalmente avranno un nome ed un volto coloro che quella sera di luglio, erano circa le 23, a bordo di un ciclomotore, hanno più volte premuto il grilletto in direzione di Ciro D’Onofrio. Un breve riferimento all’omicidio d’Onofrio era già comparso diversi mesi fa in un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Salerno nei confronti di alcuni pusher. Poi il nulla. I familiari del 36enne, assistiti dall’avvocato Anna Sassano, da due anni sono in attesa di conoscere il nome del killer o dei killer del congiunto e di sapere i motivi alla base della spietata esecuzione. Probabilmente quella sera Ciro D’Onofrio aveva appuntamento con i killer. Appena giunto in viale Kennedy, a bordo del suo motorino, Ciro D’Onofrio non ebbe neppure il tempo di sfilarsi il casco. Secondo la ricostruzione operata, D’Onofrio si sarebbe subito accorto dell’agguato ma non avrebbe fatto in tempo a mettere in moto il suo Piaggio Free e fuggire. Così, dopo aver corso per pochi metri, sarebbe stato raggiunto dai proiettili, proprio mentre cercava aiuto ai presenti dinnanzi al chiosco




Il feto durante il travaglio è da considerarsi una persona Condannata ostetrica della clinica “Villa del Sole” per omicidio colposo

Affrontando un caso di malasanità avvenuto nella sala parto della clinica Villa del Sole Salerno, la Cassazione ha deciso di ampliare la tutela dei bimbi che stanno per venire al mondo e ha stabilito che il feto, nel momento in cui transita nel canale uterino, nello sforzo di arrivare alla luce, deve essere considerato non più un feto ma un “uomo”. Con la conseguenza che il personale sanitario che assiste le donne in travaglio, ase commette errori fatali per negligenza, imperizia, o disattenzione, verrà condannato per omicidio colposo e non per aborto colposo, reato meno grave. E dunque, ad avviso degli ermellini, l’ostetrica negligente che provoca la morte del feto per non aver correttamente monitorato il battito cardiaco risponde di omicidio colposo e non di aborto colposo. E non può nemmeno invocare la responsabilita’ del ginecologo e quella del medico anestesista perche’ il monitoraggio del battito e’ un suo specifico compito. Sulla base di queste considerazioni la presidente Patrizia Piccialli – ha confermato la condanna per omicidio colposo a un anno e nove mesi di reclusione, pena sospesa, nei confronti di una ostetrica. La donna, Filomena G. di 44 anni, non aveva adeguatamente monitorato il battito cardiaco di un feto mentre la madre era in travaglio e le era stata somministrata l’ossitocina per aumentare le contrazioni. L’ostetrica – che pretendeva una condanna piu’ mite, per aborto colposo – continuava a rassicurare il ginecologo di turno a ‘Villa del Sole’ che tutto procedeva regolarmente. Invece il bimbo fu estratto dall’utero già morto, per asfissia, e i periti stabilirono che la congestione degli organi e lo stato di sofferenza fetale “non si era determinata in pochi minuti” ma in almeno mezz’ora. Se il monitoraggio fosse stato adeguato il bambino, che era perfettamente sano, poteva essere salvato ricorrendo al cesareo.