Le indagini proseguono: rilevate le impronte digitali

Erika Noschese

Continuano le indagini circa la lettera di minacce fatta recapitare all’ex candidata al consiglio comunale di Pellezzano, Biancamaria Siniscalco. Le forze dell’ordine stanno cercando di risalire al mittente della missiva e al momento il cerchio si sarebbe stretto intorno a tre persone, di cui una del territorio di Pellezzano. La Siniscalco, dopo l’esclusione della lista Cambia Pellezzano, con a capo Giuseppe Pisapia, aveva espresso la ferma volontà di sostenere il leader della lista civica Pellezzano Libera, Claudio Marchese, presenziando più volte ai comizi pubblici dell’allora candidato sindaco, oggi all’opposizione dopo la vittoria di Francesco Morra. Al termine di uno degli ultimi incontri pubblici, la Siniscalco aveva rinvenuto nella cassetta postale una lettera che recitava: «Continua a perseverare e a presentarti nelle piazze con il tuo nuovo candidato sindaco e una sera di queste senza che tu possa respirare ti sventriamo». A pochi giorni dalla denuncia sporta dalla donna, gli inquirenti hanno rilevato le impronte digitali presenti sul foglio ma al momento non sono state ancora rese note le generalità anche se uno dei tre responsabili dovrebbe essere un uomo adulto residente a Pellezzano.




“Se ti fai vedere con il tuo nuovo sindaco una di queste sere ti sventriamo”

Erika Noschese

“Continua a perseverare e a presentarti nelle piazze con il tuo nuovo candidato sindaco e una sera di queste senza che tu possa respirare ti sventriamo”. È il contenuto, palesemente minatorio, fatto recapitare ad un’ex candidata al Consiglio comunale, Biancamaria Siniscalco, della lista di Giuseppe Pisapia, escluso -dopo la sentenza del Consiglio di Stato – dalla tornata elettorale in seguito ad alcuni errori riscontrati all’atto della presentazione della lista. Dopo la decisione dei giudici, Pisapia e i suoi hanno deciso di sostenere la candidatura di Claudio Marchese, leader della lista Pellezzano Libero. Solo recentemente, infatti, Marchese in uno dei suoi comizi pubblici aveva ringraziato pubblicamente gli ex candidati presenti in piazza per il sostegno a lui e ai suoi concesso. Decisione che, evidentemente, non è stata gradita da qualcuno che ha ben pensato di utilizzare le minacce per esprimere il suo dissenso. “Stamattina (ieri per chi legge ndr) ho provveduto a sporgere regolare denuncia alle forze dell’ordine”, ha dichiarato la vittima, preoccupata per l’accaduto. Una denuncia contro ignoti su cui la questura di Salerno sta indagando per tentare di far luce. “Ho trovato questa lettera, anonima, nella cassetta delle poste di casa – ha raccontato ancora la ragazza – Non ho idea di chi possa essere stato a compiere tale gesto”. Intanto, sui social la notizia si è velocemente diffusa e sono in molti a chiedere che si indaghi a fondo per risalire al colpevole di un gesto tanto vile. Intanto, anche l’ex candidato sindaco si esprime in merito a quanto accaduto, rinnovando il suo invito ad un voto frutto di un’espressione libera della coscienza sociale. “Nonostante l’esclusione dalla competizione, vicenda che presenta ancora zone d’ombra su cui si potrà far luce presto, Cambia Pellezzano è e sarà presente nel dibattito, nel confronto, nell’espressione di opinioni, nella partecipazione. Nessuno potrà zittire la libera espressione. Si sta oltrepassando ogni limite. Esprimiamo piena solidarietà nei confronti di chi, proprio per libera espressione e partecipazione, subisce, addirittura, minacce. Non si è mai assistito a nulla del genere prima d’ora. Se qualcuno pensa che Cambia Pellezzano si rassegni di fronte a tutto questo, si sbaglia”, ha detto Pisapia.




Severino rischia il rinvio a giudizio

Aveva dichiarato sia alla guardia di finanza che alla commissione del Ruggi di essere di essere stato minacciato dall’allora caposala e costretto a timbrare il badge di quest’ultima: in caso contrario, lei non gli avrebbe riconosciuto gli straordinario. Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Salerno Vincenzo Pellegrino ha chiesto l’imputazione coatta al pubblico Ministero Francesco Rotondi per Enrico Severeno, dipendente del Ruggi finito nell’inchiesta dei furbetti del cartellino. Le dichiarazioni molto gravi del dipendente sono state oggetto di querela per calunnia e diffamazione che l’ex caposala del reparto di otoralingoiatria del Ruggi, Carmela Di Paolo, ha presentato nei confronti di Enrico Severino. Per tale procedimento il pubblico ministero aveva chiesto l’archiviazione trovando l’opposizione dell’avvocato Gino Bove che difende la caposala. Accolta la richiesta di opposizione all’archiviazione il Gip ha disposto l’imputazione coatta. L’ex caposala Carmela Di Paolo ha denunciato il dipendente ospedaliero Enrico Severino che, sia nei verbali assunti durante le indagini sia nel procedimento disciplinare, dichiarò di essere stato minacciato dall’allora caposala e costretto a timbrarle il cartellino: in caso contrario, quest’ultima non gli avrebbe riconosciuto gli straordinari. Il dipendente ospedaliero, a parere della difesa della Di Paolo, per discolparsi ha accusato la donna di aver commesso il reato di minaccia. Una vera e propria menzogna, come si legge nell’opposizione alla richiesta di archiviazione, anche perché la «Di Paolo non avrebbe potuto influire o meno sugli straordinari fatti da un dipendente».




Minaccia la sorella per un tatuaggio: la folle storia

Una famiglia distrutta, probabilmente, dopo il gesto incomprensibile di un 23enne oplontino che ha tentato in tutti i modi di estorcere ben 50 euro dalla sorella. Il motivo? Semplice, voleva un tatuaggio. Niente droga, niente debiti ma semplicemente un tatuaggio che voleva fare a tutti i costi. Purtroppo, però, si è richiesto l’arrivo dei carabinieri della stazione di Torre Annunziata in quanto l’uomo, dopo il primo rifiuto della sorella, ha tentato di colpirla dopo averla minacciata più di una volta. Fortunatamente, le forze dell’ordine sono arrivate in tempo per salvare la donna dalla furia del fratello che voleva a tutti costi impadronirsi della somma di denaro per colorare ancora una volta il suo corpo. Se non fossero arrivati i carabinieri, probabilmente la situazione sarebbe peggiorata in brevissimo tempo a causa del 23enne, residente a Boscotrecase (dove si è sviluppata la storia), che non voleva per nessun motivo al mondo demordere nel suo intento principale. Fino a quando non sono arrivati i militari, la donna si è rinchiusa in casa senza aprire anche se comunque, preso dalla rabbia, il 23enne aveva già sradicato con rabbia l’anta della porta d’ingresso. I carabinieri giunti sul luogo hanno immediatamente bloccato l’uomo anche se con varie difficoltà cercando in tutti i modi di bloccare la sua avanzata e la sua rabbia nei confronti della donna che si era rinchiusa in stanza per paura. Attualmente è ai domiciliari con l’accusa di lesioni personali e attende il processo per direttissima che dovrebbe partire nei suoi confronti nel giro di qualche settimana. Una situazione paradossale che purtroppo ha dei precedenti nel territorio oplontino e nel suo comprensorio: sempre più persone vengono arrestate per aver provato a colpire o a estorcere del denaro con la forza ai propri familiari.




Paky Memoli:«Sono stata minacciata, c’è l’inchiesta»

di Brigida Vicinanza

Paky Memoli combatte la sua battaglia da sola. Nonostante il suo posto in maggioranza, la quota rosa di Campania Libera fa parte del gruppo dei “malpancisti” alla quale le scelte di Enzo Napoli proprio non vanno giù. E nel rispetto delle regole, con eleganza la consigliera esprime il suo dissenso, ravvivando la seduta del Consiglio comunale di ieri, che si stava lentamente trascinando tra ringraziamenti per l’elezione e consensi per il sindaco Enzo Napoli. Un intervento cominciato all’insegna di “io non ho paura e non taccio”, dopo aver sottolineato di essere stata vittima di minacce. Al centro di una querelle con l’attuale vertice cittadino, infatti la dottoressa ha raccontato di aver ricevuto delle missive direttamente nel suo studio che ora sono oggetto d’indagini da parte delle forze dell’ordine. “Il rispetto deve essere reciproco ed io non taccio. – ha affermato la Memoli – Nei giorni scorsi sono stata oggetto d’alcuni avvertimenti alla porta del mio studio professionale che è stata tappezzata di manifesti su cui era scritto di tutto. Ma anche lettere anonime e soprattutto una in cui mi si diceva di tacere”. Una affermazione che ha lasciato sgomento il Salone dei Marmi, con Paky Memoli che ha continuato. “Non taccio, ho chiamato la polizia che ha rilevato le eventuali impronte digitali e c’è un’indagine in corso. Si tratta di messaggi anonimi ma, forse, chi li ha realizzati potrebbe anche sedere in questa aula ora non lo so”. Clima d’accuse, proprio perché la Memoli aveva iniziato il suo intervento ribadendo la propria linea di dissenso nei confronti del sindaco Napoli. “Il sindaco Napoli nei giorni scorsi mi ha convocato per offrirmi una presidenza di una Commissione consiliare permanente. – ha rimarcato la dottoressa Memoli – ma io ho rifiutato. Rispetto la scelta del sindaco nell’individuare gli assessori ma di certo non la condivido”. Non è mancato comunque da parte della Memoli il sostegno che darà in ogni caso alla cittadinanza, la volontà di voler fare, soprattutto in “rosa”, lo stare accanto alle donne, rimarcando l’importanza al femminile dell’occupazione, del valore che la donna ricopre in società e soprattutto nella città di Salerno, da sempre alla base delle idee, proposte e azioni della consigliera comunale in tutti gli anni in cui è stata seduta in Consiglio, anche tra i banchi dell’opposizione. E nel segno del “rosa”, ma anche del malcontento, Paky Memori fa sapere che non mollerà comunque. Al suo fianco anche l’avvocato Antonio D’Alessio, ex presidente del Consiglio, che rientra nel gruppo di quei malcontenti dell’ultima tornata elettorale. “Ringrazio tutti i miei elettori che sono stati davvero tanti. – ha affermato – solo che a dire la verità attendevo la chiamata del sindaco Napoli. Ma a parte l’amarezza, questa non è una polemica. Napoli ha fatto le sue scelte ed io le rispetto”. Tra l’altro D’Alessio ha rifiutato in queste ore il ruolo di capigruppo della lista Campania Libera.




Scafati. Santocchio: “intimidito dal fratello del sindaco”. Scatta la querela

Di Adriano Falanga

Il “colpo di scena” di ieri sera non è però arrivato alla fine, come in genere accade nei film, bensì ad inizio seduta. “Sto subendo intimidazioni dal fratello del sindaco, Nello Aliberti. Persone che parlano in un modo ed agiscono in un altro – dirà Mario Santocchio – Aliberti con un tale poco raccomandabile (Il consigliere comunale pronuncia il nome, ndr) è andato dal notaio chiedendo gli atti da me prodotti dal 1991 ad oggi, pubblicandoli su Facebook. Sono intimidazioni che subisco come consigliere comunale – poi preannunciando querela – se mi succede qualcosa è lui il mandante”. Macigni, accuse pesantissime, che Santocchio intende mettere a verbale, assumendosene le responsabilità. Il post in questione è stato pubblicato da Aliberti junior ieri pomeriggio. “Una parte degli atti acquisiti presso uno delle decine di notai che hanno stipulato , ci consentono di essere a conoscenza che un noto avvocato, politico di integerrima moralità, possiede un patrimonio immobiliare di decine e decine di milioni di euro – scrive, pubblicando due faldoni con tanto di timbro notarile, Nello Aliberti – E’ lo stesso che in questi anni, con denunce in Procura, ha massacrato me e la mia famiglia per la ristrutturazione di una villetta, unica mia proprietà, ereditata dai miei genitori”. Non cita Santocchio, ma la conferma arriva dallo stesso primo cittadino, che in serata replica. “Ancora una volta io e la mia famiglia siamo costretti a subire da una certa opposizione minacce, dichiarazioni mendaci e offensive che dimostrano in pieno il clima di violenza creato da una certa opposizione. Il consigliere Santocchio ha affermato in Consiglio che mio fratello Nello si sarebbe presentato assieme ad alcune persone, come lui lascia intendere poco raccomandabili, sullo studio di un notaio e fatto pressioni sullo stesso per ottenere documenti sulle proprietà dello stesso consigliere. Successivamente Santocchio afferma, riferendosi a mio fratello Nello <<se mi accade qualcosa riterrò lui il mandante>>. Ebbene – spiega il sindaco, ribaltando le accuse – preoccupato per tali violenti e feroci dichiarazioni ho chiamato il notaio in questione che con testuali parole ha sbugiardato Mario Santocchio: <<Nello Aliberti, da solo, è venuto da me e personalmente ho consegnato le carte richieste perché poteva averle. Ha chiesto di pagare il servizio. Mi dispiace per quanto sia stato dichiarato dall’avvocato Santocchio, assolutamente la vicenda non è andata come raccontata in Consiglio. Io lavoro con le verità tutti i giorni, per questo sono rammaricato. Se Nello Aliberti mi avesse minacciato non avrebbe ottenuto gli atti>>“. Il virgolettato del notaio è riportato nello stesso comunicato diramato da Palazzo Mayer. “Mario Santocchio continua a minacciare la mia famiglia e il motivo è il Centro Commerciale che non abbiamo mai voluto si realizzasse per tutte le conseguenze negative che avrebbe comportato nel settore commercio”, conclude Aliberti.




Battipaglia. Catarozzo aveva già testimoniato: il rebus delle minacce all’imprenditore

BATTIPAGLIA. Una testa di suino. E un messaggio che lascia attoniti. E migliaia di ragionevoli dubbi. In città non si parla d’altro. Il macabro ritrovamento delle scorse ore, dinanzi alla porta d’un appartamento ubicato in una zona nevralgica di Battipaglia, è divenuto rapidamente argomento di discussione ovunque. «Chest è a fin ch fai»: un’espressione dialettale, impressa con la bomboletta spray rossa sulla porta e la parete esterna d’un alloggio di via Fratelli Rosselli, a corredo d’una testa di maiale lasciata a terra, proprio all’ingresso dell’abitazione. “Finirai decapitato”, insomma. Roba da Gomorra. Tanto più a pensare che, all’interno di quell’appartamento, fino a due anni fa, ci viveva Antonio Catarozzo, imprenditore battipagliese che, finito vittima dell’usura, denunciò i suoi estorsori.
Si trattava di Renato Piano e Gerardo Nigro (appartenente alla famiglia dei Garibaldi), due uomini considerati molto vicini al clan camorristico De Feo di Bellizzi, che, nel 2010, furono arrestati dai carabinieri della Compagnia di Battipaglia, diretta dal maggiore, all’epoca dei fatti capitano, Giuseppe Costa.
Sull’esempio di Catarozzo, altri commercianti presero coraggio e denunciarono, e così, in manette, finirono altre sette persone. Ora, la lunga saga s’arricchisce d’un mesto capitolo, quello del disgustoso ritrovamento in seguito al quale i militari dell’Arma, agli ordini del capitano Erich Fasolino, hanno avviato le indagini.
Eppure c’è qualcosa che non torna.
Alle 7 di venerdì mattina, giorno in cui è stata ritrovata la testa del suino, sul pianerottolo non c’era nulla; alle 8:15, poi, il macabro rinvenimento: in altre parole, chi ha agito sarebbe riuscito, alla luce del sole, in orari in cui, in un condominio, gira un bel po’ di gente, a varcare il portone del palazzo portando con sé una testa di suino. Il tutto a via Rosselli, strada centralissima, che conduce al municipio, in una zona dove sono installate numerosissime videocamere di sorveglianza.
E non è l’unica stranezza: s’è detto, infatti, che domani Catarozzo avrebbe dovuto deporre dinanzi ai giudici del Tribunale di Salerno, e s’è parlato del gesto come d’un atto di intimidazione per terrorizzare l’imprenditore battipagliese che avrebbe dovuto varcare la soglia di Palazzo di Giustizia.  In realtà, non è così. Il processo, a seguito dell’inchiesta condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno e coordinata dal sostituto procuratore Valleverdina Cassaniello, ebbe inizio nel 2011. E proprio tra il 2011 e il 2013, la corte ha ascoltato la parte offesa, per cui, in qualità di testimone, Catarozzo è già stato udito in quegli anni, e ora non può più ritrattare. Domani, al contrario, saranno ascoltati due marescialli dell’Arma dei Carabinieri, dal momento che, in Tribunale, è tempo delle audizioni degli ufficiali di polizia giudiziaria che sono intervenuti in prima persona in una spinosa vicenda, che, tra gli aguzzini, Vede pure notabili famiglie di commercianti e imprenditori. Il testimone, insomma, ha già testimoniato.  Inoltre, nella casa di via Rosselli, Catarozzo non ci viveva più, giacché l’immobile è sottoposto a procedura esecutiva fallimentare.  Nel 2006, infatti, la società d’idraulica di cui, insieme al fratello Giuseppe, Antonio Catarozzo era il titolare, fallì. Il tribunale, però, ha determinato la bancarotta fraudolenta.
L’imprenditore, ad ogni modo, non potrà beneficiare d’un mutuo dal Fondo di solidarietà per le vittime dell’usura. Nel 2012, infatti, sono stati applicati due nuovi commi all’articolo 14 della legge 108 del 1996: in una delle aggiunte, si specifica che «il mutuo non è concedibile all’imprenditore indagato, imputato o  condannato per bancarotta semplice e fraudolenta».                        Carmine Landi




Pagani. Estorsioni e minacce: chiesti complessivamente 12 anni di reclsuione per “Tore ‘o Niro”, “Pisiello” e Buonocore

PAGANI. Non fu tentato omicidio ma minacce. Il pm Vincenzo Montemurro, della Dda di Salerno chiede la derubricazione del reato imputato a  Salvatore De Maio (“Tore ‘o niro”) e Vincenzo Buonocore di Pagani e Vincenzo Pepe (detto “Pisiello”) di Nocera Inferiore, da tentato omicidio a carico del paganese Giuseppe Passariello a minacce. A De Maio sono imputati anche due tentativi di estorsione (uno a un noleggiatore di videogiochi di Pagani e un altro a un bar di Sant’Egidio del Monte Albino), uno dei quali in concorso con Pepe. Tutti i reati sono aggravarti dal cosiddetto articolo sette ossia l’aver agito per favorire un clan camorristico.  Il pm Montemurro ha chiesto la condanna a sei anni di reclusione di De Maio, a quattro di Pepe e a due anni di Buonocore.  Il presunto tentato omicidio sarebbe avvenuto nel dicembre 2010 a Pagani, quando un’auto avrebbe tentato di investire Passariello in quanto aveva denunciato per sequestro di persona alcuni presunti esponenti del clan Fezza-D’Auria Petrosino. Va ricordato che per questo sequestro di persona, gli imputati sono stati assolti, anche in appello, tant’è che l’avvocato  Giovanni Pantangelo, legale di De Maio, ha prodotto  la relativa sentenza per dimostrare l’inattendibilità di Passariello.  Il processo prosegue il 16 luglio prossimo.