Aliberti “prelevato” a casa di un amico a Pagani

Pina Ferro

Ha trascorso la notte a casa di un amico a Pagani ed è stato lì che gli uomini della Direzione investigativa antimafia lo hanno rintracciato. Probabilmente Pasquale Aliberti per stemperare la tensione della lunga notte di attesa ha preferito non restare nella sua abitazione di Scafati. E, quando è stato informato dell’esito negativo del ricorso presentato in Cassazione, avverso all’ordine di custodia cautelare, stava cercando di fare il punto della situazione e valutare insieme all’amico Franco Marrazzo che lo aveva ospitato e ai legali la strategia da seguire, ovvero dove costituirsi. Erano da poco trascorso le 8 di ieri quando, gli uomini della Dia, hanno bussato alla porta di Marrazzo a Pagani per eseguire il provvedimento di custodia cautelare in carcere emesso dal Tribunale del Riesame di Salerno. Provvedimento eseguito a seguito del pronunciamento dei giudici della Cassazione che hanno rigettato il ricorso presentato dai legali dell’ex sindaco e di Luigi e Gennaro Ridosso, entrambi pregiudicati per associazione di tipo mafioso, omicidio, estorsione e reati in materia di armi, attualmente detenuti, ed elementi di vertice dell’omonimo clan di camorra operante a Scafati e comuni limitrofi. Quando gli uomini del colonnello Pini non hanno trovato Aliberti a casa hanno impiegato davvero pochi minuti a rintracciarlo e raggiungerlo. Pasquale Aliberti, Gennaro e Luigi Ridosso sono ritenuti gravemente indiziati di scambio elettorale politico-mafioso, in relazione alle consultazioni elettorali del 2013 per il rinnovo del Consiglio Comunale di Scafati. L’ordinanza eseguita ieri mattina scaturisce da una complessa attività investigativa condotta dalla Sezione operativa della Dia di Salerno (operazione “Sarastra”), diretta e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della locale. L’indagine Sarastra è stata avviata a seguito di un attentato dinamitardo registratosi, nell’ottobre del 2014, ai danni di un componente di minoranza del Consiglio comunale di Scafati. L’atto intimidatorio in questione, fu ritenuto, sin da subito, collegato alla significativa opposizione che il Consigliere, comunale destinatario dell’intimidazione, aveva più volte manifestato, contro alcuni appalti e affidamenti di servizi, per la realizzazione di opere pubbliche, conferiti dall’Amministrazione comunale. Le relative indagini hanno consentito di raccogliere elementi utili all’emissione, nel 2015, di un decreto di perquisizione (esteso anche agli uffici del Comune di Scafati) e contestuale sequestro di documentazione nei confronti di 5 indagati (tra i quali anche Pasquale Aliberti – sindaco pro tempore di quel Comune e la moglie Monica Paolino, attuale Consigliere regionale), ritenuti a vario titolo responsabili di associazione di tipo mafioso finalizzata allo scambio elettorale politico-mafioso, abuso d’ufficio, concussione e corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, tutto in relazione alla gestione di numerose gare di appalto per la realizzazione di opere pubbliche (tra le quali, quella per la realizzazione del polo scolastico di Scafati) ed a numerosi affidamenti diretti concessi dallo stesso Ente pubblico. L’analisi, da parte degli investigatori, della documentazione acquisita (gare d’appalto, gestione delle società partecipate del Comune di Scafati, delibere di Consiglio e Giunta comunale, affidamento di servizi), le risultanze delle conseguenti attività tecniche e l’esito positivo di molteplici attività di perquisizione hanno portato gli inquirenti a: documentare significative cointeressenze tra alcuni amministratori del Comune di Scafati e i vertici del clan camorristico “Loreto-Ridosso”, operante in modo egemone a Scafati e Comuni limitrofi; di riscontare le dichiarazioni fornite, al riguardo, da collaboratori e testimoni di giustizia; di accertare l’attuale operatività della citata consorteria criminale, mediante riscontri che portavano, nel luglio 2016, all’emissione di un provvedimento di fermo di indiziato di delitto nei confronti di 4 soggetti noti alle forze dell’ordine, affini al clan “Loreto-Ridosso”, ritenuti responsabili di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Al termine dell’attività investigativa e sulla scorta delle significative evidenze raccolte, nel settembre del 2017, la sezione del Riesame del Tribunale di Salerno, accolse l’appello del pubblico ministero Vincenzo Montemurro ed emise l’ordinanza cautelare divenuta esecutiva, ieri, a seguito del rigetto del ri- corso proposto degli ai difensori degli indagati. Al termine delle operazioni di rito, Aliberti Angelo Pasqualino è stato associato presso la Casa Circondariale di Salerno-Fuorni, mentre Ri- dosso Luigi e Ridosso Gennaro sono stati confermati presso i rispettivi istituti penitenziari, poiché già detenuti per altra causa. Successivamente, a seguito dell’attività investigativa posta in essere dalla Procura di Salerno, il 21 marzo del 2016 il Prefetto di Salerno – su delega del Ministro dell’interno – nominò una Commissione con il compito di svolgere mirati accertamenti diretti a verificare eventuali, possibili condizionamenti e infiltrazioni della criminalità nell’ambito dell’attività gestionale ed amministrativa del Comune di Scafati. Le risultanze emerse nella relazione conclusiva redatta dalla Commissione furono inviate dal Prefetto di Salerno, per le determinazioni di competenza, al Ministro dell’interno. Era il 27 gennaio del 2017 quando su conforme proposta del Ministro dell’interno, il Consiglio dei Ministri deliberò lo scioglimento per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata del Consiglio comunale di Scafati; a seguito di ciò, in il 30 gennaio 2017 il Presidente della Repubblica nominà la Com- missione Straordinaria per il Comune di Scafati, che tuttora amministra l’Ente.

Giustizia mediatica da Tangentopoli ad Aliberti di Tommaso d’Angelo

Sulla controversa vicenda dell’ex sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti, la giurisdizione ha ingaggiato una battaglia anche mediatica che non rende onore alla giustizia. Si è trattato di un arresto tardivo dal punto di vista logico, nonostante il sigillo della Cassazione, arresto peraltro ottenuto in seguito ad una puntigliosa e reiterata richiesta della Procura. Salvo che non ci siano ulteriori elementi allo stato attuale sconosciuti, come le nuove rivelazioni dei collaboratori di giustizia che però non entravano in questa discussione davanti alla Cassazione. Con fotografi e telecamere appostati al posto giusto al momento giusto. In generale l’accusa di mediatizzare le fasi giudiziarie dei processi, che di solito investe gli organi di informazione, è ricaduta chiaramente sugli operatori del diritto, che sono – è emerso anche questa volta – all’origine dell’amplificazione giornalistica abnorme delle vicende di giustizia. D’altra parte, come potremmo noi giornalisti fornire informazioni e immagini dei veri o presunti rei se le stesse non ci fossero offerte talvolta con cinica disinvoltura? Serviva Aliberti in carcere, era necessaria questa prima “condanna” preventiva, per poter dimostrare urbi et orbi di aver visto giusto? Occorreva che l’ex sindaco fosse osservato mentre mestamente si avviava verso il carcere? Gli uomini che amministrano la giustizia, in questa storia così controversa, ancora tutta da leggere e dagli esiti imprevedibili, hanno avuto bisogno di quel foro mediatico e alternativo che è, poi, la negazione della giurisdizione. Il processo, infatti, non è ancora iniziato e soltanto in aula si potranno sottoporre al vaglio critico indizi e prove finora raccolti e, puntualmente, neutralizzati dalla decisa quanto inefficace attività della difesa. Il processo ha modalità e logiche accusatorie, quello mediatico è rimasto palesemente “inquisitorio” perché viene alimentato dall’emotività, dall’apparenza, dai convincimenti collettivi, laddove il primo invece conosce specifiche regole di inclusione, criteri rigorosi di valutazione, agiti da professionisti deputati a queste funzioni. Da tangentopoli in poi funziona così. Una bruttissima pagina, che ha determinato, nei minuti della “passerella” di Aliberti, poi caricato dal furgone, la morte della giustizia. In attesa dei tempi geologici del processo, occorreva la sigla dello spettacolo finale, il do di petto necessario per far passare nell’opinione pubblica, come maestosa ed esemplare, l’ordinaria esecuzione di un provvedimento cautelare che, in sé, non significa molto né aggiunge elementi probatori alla ricostruzione di fatti. La prima “pena”, quella dell’inutile esposizione mediatica inflitta all’ex sindaco prima del giudizio, è stata eseguita. Speriamo che non si sia creato un altro martire del quale proprio non avevamo bisogno.

L’intervista: «Credo nell’innocenza di mio marito. Non auguro a nessuno il nostro dolore»

“Credo fortemente nell’innocenza di mio marito. Sono basita da una sentenza del genere. Ma continuo ad avere fiducia nella giustizia”. Monica Paolino, moglie dell’ex sindaco di Scafati Pasquale Aliberti ha vissuto l’intero calvario dell’attesa insieme al marito. Nel tardo pomeriggio di ieri, contattata telefonicamente, ha espresso incredulità per la decisione assunta dagli ermellini.

Consigliere, come avete accolto la decisione dei giudici della Suprema Corte?
«Sono rimasta basita da una sentenza del genere e molto amareggiata. Non aggiungo molto. Mi riservo di farlo successivamente perchè in questo momento devo metabolizzare. Forte era la fiducia nell’Organo della Cazzazione che ritengo sia un Organo super partes. Dopo la sentenza a dire il vero, mi è cascato il mondo addosso. Mi sento abbattuta, ma nonostante ciò dico: bisogna continuare ad essere forti. Noi non ci fermeremo sicuramente qua. Credo fortemente nell’innocenza di mio marito e quindi sono sicura che lui riuscirà a dimostrare nelle sedi opportune, quindi nelle aule del Tribunale la sua completa innocenza. Pasquale è mio marito. Il padre dei miei figli, l’uomo che amo. Sono amareggiata, è vero. Desideravo che mio marito affrontasse il processo da uomo libero, era un suo diritto! Pur rispettando le decisioni dei giudici, provo un profondo sconforto per questa ennesima umiliazione della misura cautelare, una ferita che sarà difficile da rimarginare».

Le reazioni/ Matrone: «Non c’è da esultare perché a perdere è Scafati»

Grimaldi: «Ci restano solo le macerie della sua gestione».

Non si sono fatte attendere le reazioni politiche a seguito della diffusione dell’arresto dell’ex sindaco di Scafati Pasquale Aliberti. «Ci interessa il processo politico non quello dei tribunali. – affermano i componenti di Scafati in Movimento – Ci interessa se verrà condannato per danno erariale dalla Corte dei conti non dalla Cassazione. Guardiamo al futuro, progettiamo Scafati sugli errori politici di Aliberti non sulle sue ipotesi di reato. Ripetiamo da sempre che nessun tribunale o giudice potrà mai assolvere Aliberti &co dai fallimenti politici della sua amministrazione (Pip, Polo Scolastico, ExCop- mes, debiti etc.etc). Con lui del disastro scafatese sono responsabili tutti quelli che lo hanno sostenuto, dalla composizione delle sue liste alle sue nomine». Per Angelo Matrone ex consigliere comunale ed esponente di Fratelli d’Italia:«La decisione della Cassazione va letta per quello che è. Non c’è da festeggiare o esultare, perché a perdere in questi mesi è stata Scafati. Lo dimostra le condizioni in cui i commissari straordinari sono costretti a operare”. «Per formazione politica e culturale non commento le sentenze della magistratura, che vanno sempre rispettate. Per formazione politica e culturale, penso anche che ogni cittadino, anche l’avversario più feroce e violento, è innocente fino al terzo grado di giudizio. -Ha precisato Michele Grimaldi del Pd – Lo scrivo, perché anche se la sentenza della Suprema Corte che decreta l’arresto per l’ex Sindaco di Scafati fosse stata di senso opposto, oggi direi le stesse cose. Stesse cose che abbiamo ripetuto per otto anni, anche quando molti hanno preferito un comodo silenzio: il dottore Aliberti è colpevole di aver distrutto economicamente e socialmente la nostra Scafati, di aver provato a piegare la nostra città al suo arrivismo personale e agli interessi di famiglia, di aver usato la macchina pubblica in maniera privata e dispotica, di aver aperto le porte di Palazzo Mayer a clientele, familismo, malavita organizzata. È colpevole dello scioglimento per camorra e dell’arrivo della Triade commissariale, di aver lasciato debiti ed inefficienza, di aver provocato un buco di bilancio di oltre trenta milioni di euro, di aver assistito in silenzio e accompagnato consciamente la chiusura dell’ospedale, del deficit strutturale e funzionale dell’Acse e del ciclo di raccolta dei rifiuti, delle strade buie e dissestate, dell’assenza di una rete fognaria e degli allagamenti ad ogni pioggia, del decadimento della Villa comunale, dello sperpero dei fondi europei, della mancata riqualificazione del centro storico, del fallimento del Pip, delle case popolari occupate da pregiudicati e tolte alla povera gente. Le sue vicende giudiziarie sono un suo fatto privato, quel che resta a noi scafatesi sono le macerie dalle quali e sulle quali siamo chiamati a ricostruire: senza ripetere, tutti noi, gli errori del passato. Anche per questo, per rendere effettivamente possibile la rinascita e il cambiamento, come abbiamo già proposto a tutte le forze politiche ed ai movimenti della nostra Scafati, è oggi più che mai necessario un patto d’onore dinanzi alla città: un patto di legalità, per liste pulite e metodi trasparenti, affinché mai più nessun soggetto politico possa consentire all’illegalità diffusa e alla criminalità organizzata di poter mettere piede e radici nella Casa comunale».




Asia batte tutti sul tempo Alle 2,45 il suo primo vagito

Adriano Rescigno

E’ Nocera Inferiore la città che si aggiudica la prima nascita del 2018. Asia Aurisschio, una bimba di 3 chili ed 800 grammi, è venuta alla luce alle 2.45 del 1 gennaio, presso il reparto di ginecologia dell’ospedale Umberto I. Mamma Mariella Matrone e papà Cesare, entrambi di Scafati, sono felici e ringraziano il dottor Francesco Gallo e l’ostetrica Valentina Apicella. Venuta al mondo in perfetta salute, Asia è cittadina di Scafati ed il fiocco rosa verrà affisso anche dinanzi Pa- lazzo di Città, in quanto la creatura è da poche ore la nipotina più giovane del consigliere comunale Angelo Matrone. Inizia nel migliore dei modi quindi il nuovo anno per il personale della ginecologia nocerina, felici di assistere al primo pianto di Asia, il primo del 2018, che va ad aggiungersi a quello degli altri neonati, 1600, venuti alla luce nel 2017. Poco più di 10 minuti dopo, a Sarno, è nata la piccola Aurora di San Giuseppe Vesuviano.

Al Curto di Polla è nata Rita di Montesano sulla Marcellana

E’ venuta alla luce alle 10.30 del mattino la bellissima Rita. La piccola, figlia di Eugenia Rubino e Angelo Abbatemarco coppia di Montesano sulla Marcellana, è nata nel reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale “Luigi Curto” di Polla. Ad aiutare la madre a mettere al mondo la piccola l’equipe del dottore Francesco De Laurentiis. Rita pesa 3,120 kg.

E’ Flavio Vincenzo Caolo il primo nato nel 2018 a Salerno di Aniello Palumbo

Si chiama Flavio Vincenzo Caolo il primo nato del 2018 a Salerno. Alle 8 di ieri ha emesso il primo vagito, nel reparto di ostetricia della clinica “Villa del Sole” di Salerno, facendo trepidare i cuori dei suoi genitori: del 43enne avvocato amministrativista salernitano Antonio Caolo e di Elena Nigro, specialista in Otorinolaringoiatria, che lavora come me- dico convenzionato esterno all’Inps di Salerno e come medico competente presso i vigili del fuoco di Salerno. Flavio è nato, con parto cesareo, grazie alla ginecologa, Iole Patrizia Vuolo, alla dottoressa Francesca Costantino, all’ostetrica Da- niela D’Ambrosio, all’anestesista Bruno Avallone e alle infermiere professionali Maria Moscatiello, ed Emma Autuori. Ad accogliere al nido il piccolo Flavio c’erano la dottoressa Daiana Piccirillo e l’infermiera Antonietta Mancuso. Flavio è nato con un peso di 3,100 kg. ed una lunghezza di 49,5 centimetri. “Lo abbiamo chiamato Flavio Vincenzo perché ci piaceva il nome Flavio e Vincenzo che è il nome di mio padre” ha raccontato l’avvocato Caolo. Felicissimi anche gli altri nonni di Flavio: la nonna paterna Maria Rosaria Orlando e la nonna materna  Elisa Laudati. La signora Elena ha avuto appena il tempo di brindare al nuovo anno che le contrazioni sono aumentate: dopo qualche ora ha deciso, con il marito, di mettersi in macchina per arrivare alla Villa del Sole:” E’ stato un Capodanno movimentato. Un’emozione unica, il dono più bello che potessimo ricevere in questo 2018”, hanno raccontato emozionati i genitori. Flavio è il secondo figlio della coppia: “La prima figlia Giorgia Maria ha 5 anni. Con Flavio abbiamo fatto la coppia anche se per noi non era importante il sesso ma che fosse sano” ha raccontato l’avvocato Caolo. Giorgia è contentissima: ci chiedeva da tempo di avere un fratellino, anche perché appena possibile vuole portarlo con noi in piscina”. I genitori di Flavio e Giorgia, come tutti i genitori sognano un futuro radioso per i loro figli: ” Ci auguriamo che stiano bene, che lavorino, che riescano un giorno a raggiungere quelli che saranno i loro obiettivi, i loro sogni e che siano felici”. Tra qualche giorno Elena tornerà a casa:” Ci siamo trasferiti da poco nella nuova casa in Piazzetta Filangieri. Abbiamo tante cose da fare. Dobbiamo anche finire di preparare la cameretta per Giorgia e Flavio”. La dottoressa Nigro ha lodato l’operato della ginecologa, la dottoressa Vuolo, e di tutto il team che ha contribuito a rendere tranquillo il parto:” Sono stati tutti bravi, estremamente efficienti e professionali. Anche la struttura è perfetta. Sembra di stare in un albergo: tutto è estremamente pulito e organizzato e tutti sono educati e gentilissimi. Li sento molto vicini per ogni necessità e i controlli sono continui”. A chiudere l’anno 2017 sempre alla “Villa del Sole” di Via Belvedere è stato Francesco Gallo che è nato alle 22,11 del 31 dicembre con un peso di 3,900 chilogrammi. I genitori Sonia Pastore, centralinista, e il papà Alfonso Gallo, che è un Personal Trainer, all’una di notte, dopo i fuochi di Capodanno sono partiti da Pastena per raggiungere in auto la Villa del Sole:” Ho avvertito delle forti contrazioni, ho chiamato la Ginecologa, la dottoressa Iole Vuolo, che mi ha seguito per tutti i nove mesi, che ha immediatamente lasciato gli amici e i parenti con i quali stava festeggiando il Capodanno per arrivare in tempo in Sala Parto”. Per i coniugi Gallo, Francesco è il secondo figlio: ” Abbiamo un altro figlio di otto anni, Alfonso, che non vede l’ora di conoscere Francesco”. Felicissimi i nonni paterni: Ni- cola Pastore e Silvia Corrente e la nonna materna Matilde Pierro. Alla Villa del Sole, nel 2017, sono nati tantissimi bambini:” L’ultimo nato del 2017 è stato Mattia Postiglione con parto spontaneo, alle 21,45 del 31 dicembre con il peso di 3,300 Kg. e 47 centimetri di lunghezza. Emozionati i genitori: la mamma, la 20enne Erminia Falcone, che dopo un travaglio durato sette ore ha dato alla luce il suo primo bambino, e il papà, il 33enne Sabato Postiglione, che ha anche assistito al parto”. “Ho vissuto un’emozione indescrivibile, soprattutto quando mi hanno poggiato Mattia sulla pancia: è stata una gioia immensa” ha raccontato Erminia che è stata seguita dal ginecologo Raffaele Petta. Mattia è il primo bambino della coppia che abita a Giovi dove i nonni materni, Teresa Di Giacomo e Graziano Falcone, e quelli paterni, Clorinda Parisi e Stefano Postiglione, aspetta il ritorno a casa dei figli per organizzare una grande festa a Mattia. Erminia a causa del lungo travaglio e dei forti dolori ha più volte chiesto di poter fare il taglio cesareo:” Non ce la facevo più. Sono stata aiutata molto da tutto il personale dell’Ospedale che con pazienza mi ha sostenuto e consentito di partorire con il parto spontaneo”. Anche all’Ospedale di Salerno, dove sono nati 1848 bambini, sono aumentati i parti spontanei di quasi il 30 %.

 




Scafati. Comune sciolto per camorra. I primi 8 articoli

 

—- Il Comune infiltrato dalla camorra

Finisce nel peggiore dei modi l’era del sindaco Aliberti: il consiglio comunale era sotto scacco della criminalità organizzata

Lo scioglimento delle assise cittadine deciso ieri dal Consiglio dei ministri  su relazione del responsabile  dell’Intero

Scafati_TheEnd

 
Di Adriano Falanga

“The End”. Termina nel peggiore dei modi la seconda amministrazione Aliberti. Non sono bastate le dimissioni, perché l’iter amministrativo legato alla relazione della commissione d’accesso è andato avanti, fino a determinare il drammatico epilogo. “Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno Marco Minniti, ha deliberato lo scioglimento per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata del Consiglio comunale di Scafati”. Così il comunicato ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a margine dell’ultima riunione, cominciata alle 9 e conclusa dopo poco più di un’ora, ieri mattina. L’argomento era già all’ordine del giorno dallo scorso dicembre, poi rinviato per le note e tristi vicende nazionali, quali emergenza gelo e terremoto. Scafati ripiomba così nel baratro totale, a quasi 24 anni dal primo scioglimento, decretato l’11 marzo 1993. Ieri come oggi sullo sfondo i rapporti tra le Istituzioni locali e la criminalità organizzata, ieri come oggi un nome comune: Loreto. Nel 1993 al vertice della camorra scafatese Pasquale Loreto, sullo sfondo le concessioni edilizie che hanno trasformato la città in un enorme dormitorio, relegandola a cenerentola dell’agro quanto a servizi e vivibilità. Oggi il Loreto che incastra l’amministrazione Aliberti è il figlio Alfonso. Entrambi pentiti, entrambi hanno confermato e raccontato gli intrecci tra il Palazzo e l’organizzazione criminale. Arriva così l’epilogo a seguito dell’inchiesta partita nel settembre 2015 che aveva portato avvisi di garanzia all’ex sindaco Pasquale Aliberti, a suo fratello Nello, la moglie consigliere regionale di Fi Monica Paolino, la segretaria comunale Immacolata Di Saia e lo staffista del sindaco Giovanni Cozzolino per i presunti legami con il clan Ridosso Loreto. Sul registro degli indagati una ventina di nomi, tra cui anche quello dell’ex consigliere comunale Roberto Barchiesi, dell’ex vice presidente Acse Ciro Petrucci, dei dirigenti comunali Maria Gabriella Camera (poi dimessa) e di Giacomo Cacchione, ancora in organico al settore finanziario. Fatale è stata la lunga relazione depositata dalla commissione d’accesso prefettizia, presente a Palazzo Mayer per sei mesi, dal marzo al settembre 2016. Un lungo dossier in cui sono stati riscontrati decine di atti amministrativi, concessioni, incarichi, appalti, nomine, che hanno convinto i commissari a chiedere lo scioglimento. A Dicembre l’insediamento del commissario prefettizio Prefetto Vittorio Saladino, a seguito delle dimissioni del sindaco Pasquale Aliberti. Dimissioni “forzate” dopo che il tribunale del Riesame di Salerno aveva confermato la richiesta di arresto a suo carico avanzata dalla Procura antimafia di Salerno. Entro il sette marzo si attende la definitiva pronuncia della Cassazione, anche se, venendo meno la reiterazione del reato non essendo più sindaco, Aliberti potrebbe affrontare il processo in libertà. Si attende adesso di conoscere la triade di commissari che si insedierà a Palazzo Mayer, traghettando l’ente in gestione straordinaria fino alle elezioni previste per la primavera del 2019. Non è certa la riconferma di Vittorio Saladino a presidente, mentre potrebbe restare la dottoressa De Angelis a cui si affiancherà un vice prefetto con competenze finanziarie. A breve sarà pubblicata la relazione del Prefetto di Salerno Salvatore Malfi, in cui sono note le dinamiche che hanno convinto il Ministero degli Interni ad assumere la decisione di sciogliere. La città piomba nel buio.

 

—-«Valuteremo ricorso al Tar»

“Apprendo con profondo dolore la notizia dello scioglimento del consiglio comunale di Scafati, dopo una indagine di lunghi mesi. Non sono più Sindaco ma sono certo della legittimità degli atti prodotti e della camorra che sempre abbiamo tenuto a distanza, adottando anche atti forti”. Così Pasquale Aliberti, sulla sua pagina Facebook. “Leggeremo le motivazioni e insieme agli avvocati valuteremo, da subito, un eventuale ricorso al Tar. È giusto che paghi chi ha commesso errori, non è giusto penalizzare una comunità se non ci sono chiari e validi elementi di condizionamento. È una battaglia di giustizia nei confronti degli scafatesi tutti perché sono certo che il sindaco e i loro rappresentanti istituzionali li hanno scelti sempre in libertà e nella democrazia”. Bocche cucite tra le fila della sua ex maggioranza, nessun ex assessore o fedelissimo proferisce parola, ma affidano a Mimmo Casciello la pubblicazione di una nota stampa congiunta. “Con profondo rammarico, apprendiamo della decisione del Consiglio dei Ministri di sciogliere il comune per infiltrazione camorristica. Attendiamo fiduciosi le motivazioni che hanno indotto a tale decisione. Scioglimento a cui è possibile presentare ricorso avendo in noi consapevolezza nell’ aver visto agire in ogni occasione questa amministrazione con trasparenza e correttezza. Non in modo solo formale ma sostanziale. Alla luce di tale certezza, difenderemo sempre questa esperienza politica e amministrativa con la speranza di far valere la verità”. Forse sarà per distrazione, ma mancano alcuni “like”, piuttosto rilevanti. La nota è firmata dai “Consiglieri e Assessori che hanno fatto parte della Maggioranza”.
(a.f.)

 

—-Addio ai Cda di Acse e Scafati sviluppo e incandidabilita degli eletti

Un azzeramento di un’intera classe politico-amministrativa per anni dominante in città

In base alla legge, lo scioglimento è disposto con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell’Interno, previa deliberazione del consiglio dei ministri, al termine di un complesso procedimento di accertamento, effettuato dal prefetto competente per territorio attraverso un’apposta commissione di indagine. Condizione dello scioglimento è l’esistenza di elementi “concreti, univoci e rilevanti” su collegamenti con la criminalità organizzata di tipo mafioso degli amministratori locali, ovvero su forme di condizionamento degli stessi, tali da incidere negativamente sulla funzionalità degli organi elettivi. Per giungere allo scioglimento non è necessario che siano stati commessi reati perseguibili penalmente oppure che possano essere disposte misure di prevenzione, essendo sufficiente che emerga una possibile soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata. Gli indizi raccolti devono essere documentati, concordanti tra loro e davvero indicativi dell’influenza della criminalità organizzata sull’amministrazione, anche a prescindere dalla prova rigorosa dell’accertata volontà degli amministratori di assecondare le richieste della criminalità. “I dati acquisiti evidenziano come, pur di accaparrarsi voti e vincere le competizioni elettorali, l’Aliberti non si fa scrupolo di entrare in contatto ed in accordo con il tessuto criminale del momento”, così i giudici del riesame, accogliendo la richiesta di arresto disposta dal pm antimafia Vincenzo Montemurro. Il decreto di scioglimento, con validità dai 12 ai 18 mesi (prorogabili a 24 mesi) determina la cessazione dalla carica di tutti i titolari di cariche elettive nonché la risoluzione di tutti gli incarichi ai dirigenti e consulenti nominati dagli organi sciolti. Addio quindi anche ai cda di Acse e Scafati Sviluppo.
Per le “prime elezioni” che si tengono dopo lo scioglimento nella regione nel cui territorio si trova l’ente interessato, non sono candidabili gli amministratori che “hanno dato causa” allo scioglimento stesso, previa tempestiva dichiarazione del tribunale civile, cui il Ministro dell’interno trasmette la proposta di scioglimento. Determinante saranno i nomi indicati nel decreto, ritenuti “corresponsabili” assieme al primo cittadino. Giunta e fedelissimi rischiano un procedimento giudiziario parallelo, oltre a non potersi ricandidare nel 2019.                (a.f.)

 

—- «Un giorno brutto per la storia della città. Non ci sono alibi, la camorra era nelle istituzioni»

Da Fdi al Pd, dai reppubblicani agli ex alibertiani, e da M5s un coro unanime contro la gesione del sindaco Aliberti

“Un giorno brutto per la nostra Scafati, generato dalla politica amorale e familistica del peggior Sindaco di Scafati” lapidario Mario Santocchio. Fa eco il collega di Fdi Cristoforo Salvati: “è una notizia che crea rammarico anche in chi ha fortemente rappresentato il dissenso politico a questa amministrazione con impegno ed attenzione costante, perché’ la caduta di immagine della città non giova a nessuno.  Bisogna ripartire dal ripristino delle regole e da una morale politica che liberi la citta” dai condizionamenti della criminalità”. Per Angelo Matrone: “Quanto successo oggi ci sia da lezione per i prossimi anni. Abbiamo regalato alla comunità una delle più brutte pagine di storia. Adesso si riparta da zero, dando vita anche a una rivoluzione interna in Municipio”. Impietosa la posizione di Marco Cucurachi, Pd: “Ora è ufficiale, la camorra era nelle Istituzioni e ha condizionato la vita amministrativa della nostra città, facendola tornare indietro di trent’anni. Non ci sono alibi, non ci sono scuse, chi ha governato in questi otto anni, accusando l’opposizione vera di tutto e di più, ha la responsabilità delle estreme e nefaste conseguenze del fallimento politico”. Non è da meno il collega Michele Grimaldi: “La camorra era entrata a Palazzo Mayer, ne condizionava le scelte, trasformava i diritti in favori, corrompeva, minacciava, strozzava vite, opportunità, sviluppo: negava come un cancro la possibilità dei cittadini di decidere in maniera libera e consapevole, del proprio futuro e di quello dei proprio figli. Rubava, sprecava e dissipava risorse, sottraeva spazi di democrazia e di economia a noi tutti, oscurava con la propria ombra le nostra strade, i nostri progetti, tutto ciò che di bello e di buono veniva piantato. E la nostra Scafati appassiva, tra campagne elettorali, ricatti, decadenze, balletti, colpevoli connivenze, vergognosi silenzi, un ex sindaco che si dimetteva per scongiurare il pericolo di arresto per camorra”. Margherita Rinaldi, segretaria cittadina dei democratici: “Scafati ha tante energie positive e belle che possiamo e dobbiamo recuperare. Sono convinta che ripartendo da quelle si può lavorare ad una stagione nuova che faccia dimenticare presto questa”. Ex alibertiano di Pasquale Coppola, Pasquale Vitiello chiede scusa alla città: “Pur non essendo addentro a queste dinamiche, pur avendo sempre esternato il dissenso rispetto a tematiche e processi che non condividevo. Le scuse di chi, motivato dal senso di appartenenza a questa comunità aveva deciso di dedicarle con impegno il suo tempo credendo in un sogno”. Giustizialista Raffaele De Luca, dei Repubblicani: “Quando si parlerà di aspiranti primi cittadini i primi che escluderemo sono chi per anni è stato con il sindaco dimissionario e di chi no, non bastano due anni per riciclarsi da politico senza macchia”. Dal M5S: “Ora si potrà far luce sulle tante ombre che hanno avvolto questa amministrazione comunale, la sua gestione e i suoi interpreti. Ci dispiace per la città, questa è un’onta per tutti i cittadini scafatesi e per il buon nome della città di Scafati, per i suoi imprenditori e per i suoi commercianti. Ci auguriamo che questo lungo periodo di commissariamento possa risollevare la città per poi andare al voto alla prima data possibile”.             (a.f.)

 

—-Una bocciatura del sistema Aliberti

Alle 10,10 di ieri, La presidenza del Consiglio dei ministri pone fine la gestione del potere sotto il controllo del sindaco con un marchio infamante

Dirigenti nominati e sott’occhio del sindaco, assunzioni dirette, affidamenti sospetti, tutto finito nelle carte della dda e della commissione d’accesso

 

tutti a casa

Nel giorno della memoria, ritornano tutti gli orrori del passato a Scafati: come nel 1993, arriva lo scioglimento del comune per camorra. Non più solo una croce al valore civile e militare, non solo una città simbolo della Resistenza: piegata in due dall’asse tra politica e camorra, la città di Scafati ne esce sconfitta e commissariata. C’è lo scioglimento. Sono le 13:54 quando finalmente arriva la comunicazione ufficiale da parte del Consiglio dei Ministri che non lascia più adito a dubbi o a ipotesi complottiste: l’amministrazione comunale di Angelo Pasqualino Aliberti è stata sciolta per infiltrazione camorristica e si tratta di uno scioglimento per i legami tra i vertici politici e le organizzazioni criminali che durerà almeno 2 anni e soprattutto si tratta di un provvedimento arrivato su richiesta della Commissione d’Accesso a seguito di un pressing messo in campo dall’antimafia di Salerno e da più parti politiche. Il Comune di Scafati è stato sciolto per infiltrazione camorristica: di mattina la decisione nel consiglio dei ministri iniziato alle 9 e finito alle 10,10. Il ministro degli interni Marco Minniti ha messo la sua firma, confermata dalla presidenza della Repubblica, sullo scioglimento, annunciato oramai da mesi. Nel mirino della commissione d’accesso arrivata al comune di Scafati lo scorso 21 marzo, ci sono appalti, convenzioni, parentele tra assunti con famosi pregiudicati, ma anche la presenza di elementi vicini ai clan nelle gare d’appalto di palazzo di città, negli affidamenti, nelle nomine ed assunzioni. Tutto coordinato dalla regia di Angelo Pasqualino Aliberti e della sua gestione personalistica del potere. Dirigenti nominati direttamente e sotto il suo controllo, assunzioni dirette e affidamenti sospetti: un atteggiamento che la commissione d’accesso ha letto negli atti e vissuto nelle camere del potere di Palazzo Meyer. Il pool guidato dal viceprefetto Vincenzo Amendola, non lascia dubbi: Pasquale Aliberti e la sua squadra, erano finiti nelle grinfie del potere del clan e lo stesso sindaco, insieme a suo fratello Nello Aliberti, al fido staffista Giovanni Cozzolino ed alla segretaria comunale Immacolata di Saia, avevano creato un sistema di potere alleato della criminalità organizzata e del clan Sorrentino (i Campagnuoli) e anche con il clan Ridosso Loreto. Nella relazione del pool, citati come “alleati”, personaggi vicini anche al clan Matrone. Una realtà già messa in mostra dall’inchiesta Sarastra, coordinata dalla procura antimafia di Salerno e dal pm Vincenzo Montemurro per cui pende l’arresto al sindaco uscente e a Luigi e Gennaro Ridosso, due capi dell’organizzazione criminale. Un’inchiesta che si fonda anche sulle dichiarazioni del pentito Alfonso Loreto, figlio dell’ex ras Pasquale, e di Romolo Ridosso. La Commissione di Accesso presieduta dal vice Prefetto Vincenzo Amendola, dal maggiore dei Carabinieri Carmine Apicella e dal super consulente del Provveditorato alle Opere Pubbliche, Giuseppe Rocco, lavorava in città a stretto contatto con la Direzione Distrettuale Antimafia, con gli uomini della Dia coordinati dal Capitano Fausto Iannaccone, oltre che con un pool di tecnici esperti della Guardia di Finanza e funzionari prefettizi come la dottoressa Desiree D’Ovidio, non si è fatta sfuggire la gestione allegra e “sotto lo schiaffo” anche delle partecipate comunali e dello stesso piano di zona in cui erano stati assunti amici di amici e parenti di consiglieri e assessori comunali. Stesso discorso per alcune società che lavoravano con il comune e per le partecipate dove sembra ancora più forte la presenza delle mani del clan Ridosso Loreto. La decisione di inviare gli ispettori a Palazzo Meyer era stata presa di comune accordo dal Prefetto di Salerno, Antonio Malfi, dal Comitato Provinciale per l’ordine e la sicurezza, di concerto con il Procuratore Capo Corrado Lembo ed avallata dal Ministero degli Interni, Marco Minniti. Ora è tempo di attendere la relazione e di leggere cosa sia successo per davvero nelle mura di Palazzo Meyer negli ultimi 8 anni. Sullo scioglimento intanto si attende la pubblicazione ufficiale della relazione.

 

—-Già al via il toto commissari

E’ già toto nomi a Palazzo Meyer per l’arrivo della triade commissariale che gestirà il municipio per i prossimi 2 anni per “ripristinare la legalità” in ogni settore della vita pubblica ed amministrativa del Comune. In pole c’è la possibilità che resti il commissario prefettizio Vittorio Saladino arrivato dopo le dimissioni, lo scorso novembre, del primo cittadino. Possibile anche il ritorno di Desireè d’Ovidio e dello stesso consulente del Provveditorato alle Opere Pubbliche, Giuseppe Rocco. Il ruolo della triade che arriverà sarà innanzitutto cercare di ripristinare la legalità al Comune sarà azzerato ogni cda e ogni settore comunale: una decisione che sarà comunque presa dalla triade commissariale che a partire da lunedì e per i prossimi due anni gestirà il Comune.

 

—-Ecco le irregolarità riscontrate da magistrati e dalla commissione d’accesso agli atti

Dalla gestione degli alloggi popolari a quella delle aree affidate a pregiduicati, dall’Acse alla Scafati Solidali e quella Sviluppo agli appalti

Alloggi popolari affidati a pregiudicati, se non anche ad esponenti del clan, nomine di fedelissimi nelle partecipate, l’Acse in particolare, con lo scopo di affidare servizi e gestioni alle società del clan e poi promesse elettorali diventate assunzioni e nomine dirette a Palazzo Meyer: ecco cosa è uscito dal cilindro del pool anti mafia inviato dal Ministero per verificare l’attività amministrativa del Comune e che ha lavorato per mese tra migliaia di faldoni.

Alloggi popolari.  Innanzitutto nel mirino ci sono gli alloggi popolari che sarebbero stati affidati in maniera non proprio legittima ed in particolare all’interno ci sarebbero anche alcuni pregiudicati che non avevano diritto ad occupare quelle case  e non solo le avevano occupate in maniera abusiva, ma non erano neanche stati mai cacciati via dagli addetti ai lavori del Comune di Scafati.

Gestione di aree cittadine da pregiudicati. Stesso discorso anche nella presenza di pregiudicati in alcune gestioni di aree cittadine affidate non solo all’Acse, ma anche allo stesso comune di Scafati. Inoltre è stata verificata la presenza non solo di personaggi vicini alla criminalità organizzata, per quanto concerne affidamenti ed appalti, ma anche proprio nomine dirette fatte a parenti oppure a persone legate ad esponenti del clan.

Pompe funebri.  È stata messa in luce anche la presenza di criminalità organizzata nella gestione dei servizi cimiteriali e soprattutto degli spazi pubblicitari dedicati alle affissioni funebri che erano finite nella piena disponibilità del clan Matrone.
Una realtà denunciata anche dal dirigente Giacomo Cacchione che ha messo in luce un’altra cosa segnalata dal pool antimafia: un clima di terrore anche per il modo in cui Di Saia e il sindaco gestivano la “res pubblica”.
Partecipate e società comunali, Acse, Scafati solidale e Stu.  E’ finita nella relazione pool antimafia anche la gestione delle partecipate comunale di in particolare l’Acse in cui dalle dichiarazioni del pentito Alfonso Loreto era emersa la presenza del vicepresidente come un uomo del clan che avrebbe dovuto svolgere un ruolo pubblico per favorire le ditte appartenenti alla criminalità organizzata. Si tratta in questo caso di Ciro Petrucci, indagato nell’ambito dell’inchiesta che squarcia il velo del legame tra politica e camorra. Stesso discorso anche per la nomina di alcuni responsabili di settori comunali legati da vincoli di parentela con esponenti della criminalità organizzata locale. Alcune di queste nomine erano state fatte in maniera diretta dal sindaco Pasquale Aliberti. Anche la gestione della società Scafati sviluppo per la reindustrializzazione dell’area ex Copmes è finita nel mirino del pool antimafia che ha verificato una gestione procedurale errata di alcuni meccanismi interni ed inoltre anche segnalato la presenza di cooperative vicino alla criminalità organizzata nella gestione sia della vigilanza che anche dell’affare sicurezza.

Gestione degli appalTI.  Come già segnalato dal procuratore Lembo in merito alla città di Scafati sarebbe stata evidenziata la presenza di alcune società vicine al clan dei Casalesi negli appalti comunali e quindi anche di società che addirittura erano finite nello scandalo mafia capitale. In particolare nei mesi scorsi era emersa la presenza di una ditta ed un pool di progettisti, Archicons e G&D, che avevano collaborato al progetto del polo scolastico per cui il Comune ha percepito dei fondi più Europa, ma di fatto non è stato realizzato. Era emersa anche la presenza di un architetto che aveva realizzato il bunker in cui si nascondeva Michele Zagaria, boss dei Casalesi: il professionista Domenico Nocera era stato scelto direttamente dal Comune di Scafati per effettuare dei lavori proprio in quell’area come in altri cantieri scafatesi.

GESTIONE PERSONALISTICA DEL POTERE – Una gestione personalistica del potere fatta di nomine e di incarichi dati in maniera illegittima e per cui ci sarebbe anche verificata la possibilità di voto di scambio in particolare con clientele messa in campo con l’aiuto di servizi come lo staff più Europa il piano di zona oppure il servizio civile. Verificata anche la presenza di infiltrazioni camorristiche che hanno influito attraverso palazzo Meyer, nella gestione dei parcheggi comunali ed anche in un’altra società che svolge servizi per il comune di Scafati.

IMMACOLATA DI SAIA. Uno dei perni centrali della relazione del pool antimafia che ha suggerito al Ministero degli Interni lo scioglimento del Comune di Scafati è il ruolo di Immacolata di Saia. La segretaria era presente in diversi comuni sciolti per camorra come Casapesenna, San Cipriano di Aversa, Casal di Principe, Trentola Ducenta e Battipaglia,e secondo i commissari non avrebbe rispettato il suo ruolo di garante della legalità in alcuni progetti come quello della ex Copmes ed anche del polo scolastico così come i numerosi altri appalti comunali. Ciò che viene contestato dal pool antimafia è anche una gestione allegra di tutte le procedure amministrative ed in particolare la creazione, insieme a Pasquale Aliberti di un meccanismo di potere che aveva portato alla presenza di clientelismo ed anche alla possibilità di far proliferare il voto di scambio dando una gestione personalistica diretta al Sindaco in appalti e servizi, ma anche nella gestione dei servizi sociali. Sarà la prima ad andare via, appena arriverà la triade commissariale.

IL CLIMA POLITICO.  Dal 2011 ad oggi sono 63 i consigli comunali sciolti per infiltrazioni di stampo mafioso. L’ultima new entry di questo triste catalogo è il comune di Scafati. Scafati rivive quindi l’incubo dello scioglimento del marzo 1993 dopo 24 anni. Arriva la stangata dopo l’inchiesta che lo scorso 18 settembre 2015 aveva portato avvisi di garanzia all’ex sindaco Pasquale Aliberti, a suo fratello Nello, la moglie consigliere regionale di Fi Monica Paolino,la segretaria comunale Immacolata Di Saia e lo staffista del sindaco Giovanni Cozzolino per i presunti legami con il clan Ridosso Loreto. La lunga inchiesta ha una ventina di persone indagate e potrebbe anche avere risvolti ancora più duri a breve. Intanto a marzo scorso era stata inviata al comune di Scafati la commissione d’accesso che per mesi ha lavorato a Palazzo Meyer: a seguito del lavoro, la commissione ha proposto lo scioglimento del municipio per infiltrazioni camorristiche. Una richiesta già formulata mesi prima dall’antimafia e poi rimandata all’analisi della commissione d’accesso. Successivamente era arrivata la richiesta di arresto per il sindaco Pasquale Aliberti, su cui il giudice si è espresso favorevolmente condannandolo al carcere insieme agli esponenti del clan Ridosso Loreto. Nulla invece per suo fratello Nello Aliberti, tuttora considerato uno dei perni di questa indagine. Sulla questione si attende la decisione della Cassazione per il prossimo 7 marzo. Ora al comune di Scafati, già commissariato dopo le dimissioni del sindaco lo scorso novembre, arriverà una triade commissariale. I primi tre nodi da sciogliere: resterà il commissario Vittorio Saladino che aveva già improntato il lavoro al Comune? Chi saranno gli altri componenti della triade commissariale e poi: cosa c’è scritto e chi viene citato nella relazione che spiega i legami tra politica e camorra a Palazzo Meyer?

 

—- Ripercussioni per Forza Italia e molti politici dell’Agro

Non solo un “fatto scafatese”. Lo scioglimento del consiglio comunale di Scafati avrà sicuramente ripercussioni in tutta la provincia di Salerno. L’ex sindaco Pasquale Aliberti era uno degli uomini forti e maggiori portatori di voti di Forza Italia nel salernitano, difeso ad oltranza da molti esponenti politici anche nazionali del partito. La moglie, Monica Paolino, indagata assieme a lui in inchieste che ruotano sui rapporti tra politica e camorra, è per la seconda volta consigliera regionale di Forza Italia che l’aveva scelta per ricoprire l’incarico anche di presidente della commissione regionale antimafia, dal quale si era dimessa. Una situazione di grande imbarazzo per il partito e che non mancherà di causare guerre interne al partito, dove molti erano malpancisti del peso della coppia Aliberti-Paolino. Nell’Agro nocerino, poi, lo scioglimento del consiglio comunale per camorra e, quindi, l’assenza dalla scena politica per due anni dei rappresentanti politici scafatesi avrà un peso nel riconsiderare una stagione di gestione di enti consortili  (come quella degli ultimi anni del Piano di zona per i servizi sociali, dove Scafati era Comune capofila) ma anche per quella degli anni futuri. Senza contare, inoltre, sulle ripercussioni in molti consigli comunali della zona, dove gli Aliberti avevano referenti ai quali davano anche forza politica e che ora sono senza “spalle coperte”. Gli effetti di questo scioglimento saranno ancora molti e imprevedibili.




I 15 articoli e 15 foto sull’operazione che ha sbaragliato i Ridosso, i Loreto, i Cesarano e co.

RIDOSSO LUIGI

Luigi Ridosso

RIDOSSO GENNARO

Gennaro Ridosso

Antonio Matrone detto Michele, figlio di Franchino

Antonio Matrone detto Michele, figlio di Franchino

 

Alfonso Loreto

Alfonso Loreto

 

 

—-Finito il regno dei Cesarano a Scafati

I carabinieri del Rreparto territoriale di Nocera eseguono 16 ordinanze cautelari mettendo all’angolo gli stabiesi che tenevano sotto scacco la città

Estorsioni ad imprenditori, violenze contro chi non pagava, disponibilità di armi, ecco come quelli di Ponte Persica volevano essere re

 

Estorsioni, usura, società create ad hoc per ottenere appalti. Con queste accuse ieri mattina sono state eseguite 16 ordinanze restrittive. Una vasta operazione che ha visto l’impiego di oltre 100 carabinieri del Comando Provinciale dei Carabinieri di Salerno nell’Agro Nocerino – Sarnese.
Le ordinanze eseguite all’alba di sono state emessa dal Gip del Tribunale di Salerno, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia – nei confronti dei16 indagati, ritenuti responsabili, a vario titolo, di “estorsione”, “usura”, lesioni personali” e “trasferimento fraudolento di valori”, tutti aggravati dal metodo mafioso ovvero dalle finalità di agevolare sodalizi di tipo mafioso.
I particolari dell’operazione sono stati illustrati ieri mattina dal Procuratore Capo Corrado Lembo alla presenza del magistrato Russo e dei vertici dell’Arma dei Carabinieri e del Gico della Guardia di finanza che ha collaborato nelle indagini.
Un’indagine che vede il riproporsi di vecchi scenari oltre alla penetrazione di clan stabiesi nel territorio dell’Agro nocerino Sarnese.  Nel mirino delle forze dell’ordine infatti, sono finiti, gli esponenti del clan Matrone di Scafati/Boscoreale, del clan Cesarano, del clan Ridosso Loreto: contestate numerose estorsioni a imprese, aziende di pulizia, conserviere e non solo. Si indaga anche sui rapporti tra i clan locali tra Vesuviani, Scafati e Agro. L’intera rete di estorsioni ed usura è stata ricostruita grazie alle rivelazioni di un collaboratore e, alle denunce di alcune vittime. Molte infatti avevano paura e hanno cominciato a collaborare molto tardi. Chi non pagava in tempi utili le rate veniva selvaggiamente picchiato e malmenato. Così come è accaduto per un parcheggiatore di Pompei. I tassi di interesse da versare per i prestiti ottenuti erano del 10 per cento mensili.
Tra gli arrestati il figlio di un noto boss locale, Michele Matrone, figlio di Franchino a’ belva per una presunta estorsione. Si indaga sull’alleanza tra Scafati e Castellammare e sul ruolo di Luigi Di Martino, esponente del clan stabiese, anche sugli affari di Scafati e dintorni.
Tra i destinatari del provvedimento odierno, eseguito anche con il supporto di militari delle compagnie di Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, oltre che con la attiva collaborazione delle Gico della Guardia di Finanza di Salerno, autore delle indagini societarie patrimoniali, figurano l’attuale reggente del clan Cesarano, Di Martino Luigi detto Gigino o’ profeta, Matrone Michele, figlio dell’ergastolano Francesco detto a’ belva, nonché Spinelli Andrea già arrestato nello scorso mese di novembre per analoghi episodi estorsivi.
Il provvedimento scaturisce dalle risultanze di una articolata attività investigativa condotta da quel nucleo operativo e radiomobile coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Salerno, in seguito all’arresto, avvenuto nel settembre 2015, di un gruppo di esponenti del clan Ridosso – Loreto dedito alle estorsioni in danno di commercianti nel territorio di Scafati e che porto alla cattura dei vertici di quella organizzazione criminale anche per referati i delitti di omicidio commessi in contesto associativo agli inizi degli anni 2000 (Omicidio Muollo Luigi e tentato omicidio Di Lauro Generoso).
Nel corso delle indagini, condotte attraverso l’esame di prove documentali ed escursioni testimoniali, riscontrate con dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia, sono emersi stretti contatti, tesi ad una spartizione del Territorio Scafatese e limitrofa aria pompeiana, tra le due consorterie di tipo camorristico attiva in zona, il clan Loreto – Ridosso di Scafati, il clan Matrone ed il clan Cesarano di Pompei – Castellammare di Stabia. In particolare si è accertato che i due gruppi, tra gli anni 2004 e 2016, avevano avanzato, anche con metodi violenti, plurime richieste estorsive in danno di imprenditori e commercianti della zona consistenti in nazioni di denaro ovvero elargizione di beni e prestazioni per importi complessivi pari a circa 400.000 euro
Inoltre il clan Ridosso – Loreto, attraverso la costituzione di 3 imprese societarie, intestate a prestanome e che sono state sottoposte a sequestro preventivo unitamente ai rispettivi conti correnti bancari imponeva gli appalti per il servizio di pulizie presso il centro commerciale Plaza e la sala Bingo di Scafati nonché, con il placet dell’altro gruppo criminale che manteneva il la pronto controllo delle richieste di denaro presso l’omologa sala giochi bingo sita nel limitrofo comune di Pompei.
Durante le perquisizioni di ieri mattina è stato anche rinvenuto e sequestrato un fucile di provenienza estera.

 

—-I 16 ragiunti  da un’ordinanza cautelare

ARRESTATI E INTERDETTI

In carcere sono destinati: il 30enne Roberto Cenatiempo Roberto, il 47enne Fiorentino Di Maio (detto ‘o castelluono al momento irreperibile), il 36enne Antonio Matrone detto Michele (figlio del boss Franchino ‘a Belva), il 33enne Gennaro Ridosso, il 30enne Luigi Ridosso (figlio di Salvatore) ,  il 29enne Salvatore Ridosso,  tutti di Scafati. Stessa sorte per il 55enne Luigi Di Martino, alias “Gigino ‘o profeta”, 55 anni, reggente del clan Cesarano, il 45enne Nicola Esposito, alias “‘o mostro”, altro punto di riferimento dei Cesarano  , entrambi di Castellammare di Stabia, e per il 50enne Giovanni Cesarano, detto Nicola, di Pompei, nome di spicco dell’ominima famiglia.
Ai domiciliari sono amdati  il 34enne Vincenzo Pisacane detto Coccodè, il 41enne Andrea Spinelli, detto Dariuccio, di Scafati; il 44enne Alfonso Morello detto “‘o Balzone” di Torre Annunziata, e il 27enne Francesco Paolo D’Aniello residente a Santa Maria la Carità ma domiciliato a Scafati.
Interdetti con il divieto di assumere incarichi direttivi presso persone giuridiche e le imprese per 12 mesi: il 28enne Giacomo Casciello Giacomo, il 29enne Giovanni Vincenzo Immediato e il 48enne Mario Sabatino, tutti di Scafati.

 

—- Gli altri 21 indagati

Sono 21 gli indagati ma non colpiti da misura cautelare. Tra questo figurano  Giovanna Barchiesi, ex moglie di Alfonso Loreto e nipote del consigliere comunale Roberto indagato nell’inchiesta con il sindaco Pasquale Aliberti, Giuseppina Cascone, Agostino Cascone (alias Pappariello), di Castellammare di Stabia, Ciatti Rosalia di Torre del Greco, Gaetano Criscuolo (alias Mesopotamia) di Cava de Tirreni; Giuseppe D’Iorio, alias Peppe ‘o killer, di Acerra; Mario Di Fiore, detto ‘o cafone, di Acerra; Pasquale Di Fiore, ‘o figlio ro cafone, di Acerra; Michele Imparato, detto Massimo, 38 anni di Boscoreale; Alfonso Loreto, 30 anni di Scafati, Pasquale Loreto, 55 anni; Francesco Matrone, alias ‘a belva, 69 anni di Scafati; Giovanni Messina, 44 anni di Acerra, collaboratore di giustizia; Giuseppe Morello, 41 anni di Torre Annunziata; Francesco Nocera, detto Cecchetto, 30 anni di Scafati; Antonio Palma, 41 anni di Boscoreale; Giuseppe Ricco, Pinuccio ‘o foggiano, 58 anni di Foggia; Luigi Ridosso, di Romolo, 34 anni di Scafati; Romolo Ridosso, Romoletto, 55 anni di Scafati; Antonio Savino, detto ‘o iennero ro nirone, 29 anni di Scafati.
L’ìnchiesta non è affatto conclusa.

Francesco Matrone

Francesco Matrone

pasquale loreto

Pasquale Loreto

Romolo Ridosso

Romolo Ridosso

Salvatore Ridosso

Salvatore Ridosso

Giovanni Cesarano detto Nicola

Giovanni Cesarano detto Nicola

Nicola Esposito detto 'o mostr'

Nicola Esposito detto ‘o mostr’

Luigi Di Martino, detto 'o Profeta

Luigi Di Martino, detto ‘o Profeta

Andrea Spinelli

Andrea Spinelli

Vincenzo Pisacane

Vincenzo Pisacane

Alfonso Morello

Alfonso Morello

Roberto Cenatiempo

Roberto Cenatiempo

—-Le due associazioni per delinquere, di cui una anche per far votare Aliberti

L’evoluzione del gruppo Loreto-Ridosso e tutte le varie accuse ai 37 indagati dell’inchiesta della Dda

Sono accusati di associazione per delinquere di stampo camorristico del cosiddetto gruppo Ridosso/Acerrani: Roberto Cenatiempo, Francesco Nocera, Gaetano Criscuolo, Antonio Savino, Mario e Pasquale Di Fiore, Giuseppe Di Iorio, Michele Imparato, Giovanni Messina, Antonio Palma e Giuseppe Ricco. Questo gruppo aveva come fine diverse estorsione ad imprenditori dell’Agro nocerino soprattutto nel settore dei videopoker e programmare ed eseguire omicidi, attiva fino al 2005.
Dal 2005 ad oggi agisce autonomamente il clan Loreto Ridosso , formato da Pasquale Loreto, il figlio Alfonso, i vari Ridosso, Cenatiempo, Francesco Paolo D’Aniello, Giovanni Vincenzo Immediato e Andrea Spinelli. Questo secondo gruppo stipulerà una accordo con i Cesarano di Castellammare di Stabia. Era attivo nelle estorsioni attraverso le ditte di pulizia imposte ad imprenditori dell’industria conserviera. a programmare omicidi contro il clan Tammaro/Di lauro/Muollo. a conseguire appalti pubblici grazie all’appoggio elettorale dato al sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti nel 2013 e alla moglie, Monica Paolino, nell’elezione al consiglio regionale della Campania.
Per armi sono indagati i due Loreto e i Ridossi e Rosalia Ciatti. Di estorsione sono accusati i Loreto e i Ridosso, Cenatiempo, Spinelli, Esposito, Cascone, Di martino, Cesarano, Antonio e Francesco Matrone, Fiorentino Di Maio, Vincenzo Pisacano e D’Aniello. Di Usura sono accusati Alfonso Morello (con Alfonso Loreto anche di estorsione per recuperare il profitto dell’usura stessa). Di concorso in fraudolento trasferimento di valori sono accusati e di impiego di capitali provenienti da attività illecite Alfonso Loreto, Luigi Ridosso del 1986 e Gennaro Ridosso, Giovanna Barchiesi, Giuseppina Casciello, Cenatiemo, Giacomo Casciello, Mario Sabatino e Giovanni Vincenzo Immediato.
Giuseppe e Alfonso Morello sono anche accusati di abusivo esercizio di attività bancaria e di impiego di capitali provenienti da attività illecite.

 

—- L’usura praticata al 10% di interesse e per chi non pagava c’era la pistola di “Funzin”

I fratelli Morello avrebbero prestato i soldi provenienti dalle attività illeciete dei Loreto-Ridosso

TORRE ANNUNZIATA. Era l’usura uno dei campi più frequentati nelle attività illecite anche da parte del gruppo Loreto-Ridosso. E per questo settore, anche se non fa parte delle contestazioni dell’associazione per delinquere è considerato molto vicino ai Loreto. A Scafati, Morello gestiva la Caffetteria %000 in via De Filippo assieme a Gennaro Ridosso. Il suo nome compare per un’usura con prestiti al 10% di interessi ad un fabbro. Al povero fabbro furono estorti 3mila euro da Alfonso Loreto e Alfonso Morello, in pagamento dei debiti usurai che aveva con il torrese, minacciato con una pistola calibro 9X21 (i due Alfonso rispondono anche di ricettazione).
Indagato anche Giuseppe Morello, fratello di Alfonso 41 enne di Torre Annunziata. I due sono accusato di esercizio abusivo di un’attività finanziaria nei confronti di terzi, prestando in più casi denaro, anche a tasso usuraio, a svariate persone della zona. Oltre al fabbro, ci sarebbero almeno altro quattro persone che avrebbero ricevuto il prestito.
I due Morelli sono indagati anche per impiego di denaro proveniente da beni ed utilità ricavate da illecita attività.
In pratica, impiegavano nei prestiti i soldi che i Loreto-Ridosso intascavano con le loro varie attività illegali, tra le quali l’usura.
Il tutto, ovviamente aggravato dall’articolo sette della legge 203/1918, per favorire il clan Loreto Ridoss.

 

—-Ecco come nacque il clan Loreto Ridosso

Per la vendetta dell’uccisione del fratello Salvatore, Romoletto si alleò con i clan acerrani, poi arrivò la nuova associazione

Il neo gruppo malavitoso sfondò con la violenza nella settore delle pulizie alle ziende conserviere e alle altre ditte del territorio

SCAFATI. «E adesso che facciamo?». Questo si sarà chiesto Romolo Ridosso, l’attuale collaboratore di giustizia uno dei capi del clan Loreto Ridosso. La domande se la pose all’indomani dell’omicidio del fratello Salvatore, il 16 maggio del 2002 da parte del clan rivale dei Tammaro/Di lauro/Muollo capeggiato anche da Luigi Muollo con il quale aveva degli accordi criminali per la spartizione di alcuni fondi della legge sull’imprenditoria e sui videopoker il cui mancato rispetto portò all’omicidio del fratello di Romoletto. A questo punto, stretto nell’angolo, tramite Antonio Romano, noto esponente criminale cugino di Giovanna Terracciano, moglie di Ciro De Falco), Romolo Ridosso stipula un’alleanza con il clan capeggiato da Ciro De Falco  (oggi deceduto, detto “‘o Ciomm”) e Mario Di Fiore (“‘o Cafone”) e con Giovanni Messina e Salvatore Nolano (oggi deceduto)  del clan De Sena, tutti di Acerra. Ripresa forza combattiva, Romoletto si dedica alla vendetta del fratello Salvatore  e fece uccidere, secondo gli inquirenti, il 22 ottobre del 2002, Andrea Carotenuto, avvalendosi dell’apporto di suo figlio Gennaro Ridosso e del nipote Luigi Ridosso del 1986.
Con l’aiuto dei acerrani, Romolo Riodosso, attraverso Giuseppe D’Iorio (Peppe ‘o killer) del clamn De faklco/Di Fiore e Giuseppe Ricco (Pinuccio ‘o foggiano) del clan Panico di Sant’Anastasia, alleato con quelli di Acerra, cercò di far uccidere Generoso Di Lauro.
Il 9 settembre 2003, Romoletto fece uccidere, sempre grazie agli acerrani, Luigi Muollo, vendicando la morte del fratello Salvatore.
Il Gruppo con quelli di Acerra, andò avanti anche per varie estorsioni.
Nel 2004, questo gruppo si era sostanzialmente esaurito. Il collante principale era la vendetta del fratello/padre/nipote Salvatore Ridosso. Raggiusto questo, l’organizzazione criminale andava fondata e da qui l’idea dell’unione con i Loreto.
Pasquale Loreto, nonostante fosse in località protetta perché collaboratore di giustizia stabilì l’accordo con i ridosso e di fatto rompendo l’alleanza con i Matrone, con i quali aveva fondato un clan Loreto/Matrone, già affiliato alla Nuova Famiglia di Alfieri/Galasso.
E Così parte una delegazione dei Ridosso e raggiunge a Roma Pasquale Loreto mentre era, con tanto di scorto, al tribunale per discutere la sorveglianza. In quella occasione, viene stipulato il nuovo accordo e fu il clan Loreto/Ridosso.
I due boss avranno detto: «Largo ai giovani» e di fatto demandarono tutte le loro attività illecite ai al Alfonso Loreto, Gennaro e Luigi Ridosso. Ma non si dovevano perpettare estorsioni normali, ma di un nuovo tipo, attraverso la prestazione di un’opera, le pulizie all’interno delle aziende conserviere, ad esempio o altre ditte, con tanto di rilascio di fatture.
E così furano date il via alla Italia Service, alla Italy service, alla Splendida srls, tutte società riconducibili al clan Loreto Ridosso ed operanti nel settore delle pulizie ad aziende e ai Bingo di Scafati e Pompei, al centro Plaza, ad esempio.
Le società oggi sono sotto sequestro da parte del Gip del tribunale di Salerno,   su richiesta della Dda Di salerno, che ha messo sotto chiave anche i conti correnti e il sequestro preventivo di tutti i beni aziendali accertati e da accertare.
Così si chiude la parabola del clan che voleva fare il sallto imprenditoriale

 

—-Il “pentito” Pasquale Loreto: «Chi non vuol pagare portaelo da me»

SCAFATI. «Se non si convincono interveniamo noi». Questo avranno detto probabilmente Pasquale Loreto e Romolo Ridosso ai figli quando hanno deciso di stipulare un accordo e fondare il nuovo clan dedito soprattutto alle estorsioni anche attraverso la gestione dei videopoker nei locali ma c’era un nuovo filone da perseguire, quello delle imprese di pulizia. Per i due boss, infatti, il ruolo che si erano ritagliati era quello di intervenire nel caso gli imprenditori fossero riluttanti, quelli che cioè nono volevano far lavorare i loro “ragazzi”.
E così, il gruppo doveva segnalare, in modo particolare a Pasquale Loreto, chi non si sottometteva alle richieste di far lavorare la loro impresa di pulizia all’interno di ditte conserviere, alimentari in genere e di altro tipo.
Nonostante fosse in località protetta e quindi collaboratore di giustizia, Pasquale Loreto continuò ad operare come boss tanto da convocare una riunione in una abitazione di cui aveva la disponibilità a fondo  del Monaco a Scafati.
Qui, i figli, in maniera esplicita, dovevano far arrivare gli imprenditori a questa sorta di riunione, dove Pasquale Loreto avrebbe fatto valere tutta la sua presenza criminale per indurre i riluttanti ad accettare le pulizie delle loro attività, ovviamente a prezzi maggiori rispetto a quelli di mercato, viste le dimensioni dell’intervento, da parte delle aziende dei suoi “ragazzi”.
A quella chiamata risposero imprenditori di grande rilievo, come quelli a capo una ditta alimentare molto nota di Angri, o di un’altra con sede a Trecase poi trasferitasi a Milano (in questo caso il titolare fu preso a calci e pugni nei pressi di una banca), un’azienda conserviera di Fisciano. Perfino una guardia giurata di Scafati, coadiutore del nipote in un autolavaggio, dove subire l’estorsione.
Tra le vittime anche l’ex consigliere provinciale Raffaele Lupo che oggi nella vicenda del voto di scambio politico mafioso con il sindaco Aliberti. Ebbene, Lupo avrebbe pagato 5.000 euro per la ristrutturazione della casa, 2000 euro ad Alfonso Loreto e Gennaro Ridosso come regalo impostogli dai due dopo l’apertura di un sale e tabacchi, salvo poi finire sotto usura proprio dei Loreto e dei Ridosso per far fronte a difficoltà finanziarie.

 

—-La rivicita dei Matrone sui Loreto grazie ai Cesarano

La rivincita di Franchino matrione. Dopo la rottura del clan Loreto matrone da parte dei Loreto che avevano scelto i Ridosso per le loro estorsione, una volta abaragliati i Ridosso con gli arresti da parte della dda di salerno e dei carabinieri, i Cesarano di Castellammare di Stabia avevano scelto loro epèr proseguire la loro attività estorsiva ed estendersi anche a Pompei e a Scafati.
I Matrione venivano visti di buon occhio rispetto ai Loreto, perché Pasquale aveva inziiato una collaborazione con la giustizia e questo era un periucolo futuro.
Tolto di mezzo Nicola Esposito di castllammare di Stabia, vicino ad Alfonso Loreto, i Matrone hanno avuto partita facile con quelli di Ponte Persica ed è mnata la collaborazione.

 

—- «Mi cambi gli assegni? No? e allora pistolattate a gogo»

Il gruppo dei Loreto Ridosso amava vestire bene e conosceva molti esercizi commerciali alla moda di Scafati. In un caso, il clan pretese uno sconto dal 30 al 50% per acquistare capi di abbigliamento di note griffe. In un  altro, la pretesa era a di cambiare assegni  di provenienza illecita. Il proprietario del noto esercizio commerciale si oppose, anzi per darsi forze, affermò di essere vicino a Generoso Di lauro. Un errore fatale, perché proprio i Di Lauro erano acerrimi nemici dei Loreto Ridosso. fatto è che, nottetempo, secondo la Dda, Alfonso Loreto, Gennaro Ridosso e Cenatiempo Roberto  spararono contro la vetrina del negozio. Il commerciante comunque non accettò la richiesta.

 

— Il procuratore Corado Lembo: «Fondamentale denunciare le estorsioni e l’usura»

Chi non collabora con gli inquirenti fa un torto a se stesso e rischia anche una condanna per favoreggiamento personale, un doppio danno

Il procuratore capo. «Necessario denunciare le estorsioni e l’usura, lo stato interviene e assicura giustizia. Corrado Lembo, ieri mattiuna, durabnte la conferenza stampa ha richiamato più volte i presenti a divulgare l’idea che la denuncia è utile, un dovere morale ma anche l’unica soluzione epr affrancarsi dai malvicenti.
Purtroppo, molte delle vittime non hanno collaborato.
In questo caso, si rischia il favoreggiamento personale ed è come dare due volta vionta agli estorsori.
Ormai è chiaro che le forze dell’ordine arrivano comunque al risultato finale e quindi è inutile, per le vittkme, negare i torti subiti.

 

—- L’assalto del clan Cesarano alle “libere” Pompei e Scafati

In particolare dopo gli arresti dei Loreto e Ridosso, il gruppo criminali di Ponte Persica, alleato ai D’Alessandro si era spostato nelle due città confinanti rimaste senza oragnizzazioni criminali dedite alle estorsioni

In un secondo tempo, i Cesarano preferirono l’alleanza con i Matrone di “Franchino la Belva” e del figlio

CASTELLAMMARE DI STABIA, POMPEI/SCAFATI. «Quelli di Ponte Persica comandano a Scafati». A parlarne sia Alfonso Loreto e Romolo Ridosso, i due collaboratori di giustizia.
E a Ponte Persica, frazione di Castellammare di Stabia a confine con Scafati e Pompei, “comandano” i Cesarano, capeggiati dal 55enne Luigi De Martino, detto “Gigino ‘o Profeta” e di Castellammare di Stabia, e dal 50enne Giovanni Cesarano, detto Nicola e residente a Pompei, e per i quali avrebbe operato anche  il 45enne Nicola Esposito, detto ‘o mostr’”, di Castellammare di Stabia, il 47enne Fiorentino Di Maio di Castellammare di Stabia.
Un’egemonia che si estendeva dall’area nord di Castellammare di stabia fin verso  i comuni limitrofi e che non temeva di andare anche oltre.
Visti gli arresti e il pentimento dei Loreto Ridosso, i Cesarano decidono di dare l’assalto a  Pompei e di Scafati. va detto che, i Loreto Ridosso erano alleati con i Cesarano, anche grazie all’amicizia di “Funzin’” Loreto con “Nicola ‘o Mostr”.
I Cesarano avrebbero però visto non con grande piacere la presenza dei Loreto (e quindi dei Ridosso) perché Pasquale, il padre di Alfonso, aveva collaborato con la magistratura con un pentimento “vai e vieni”.
Arrestato Esposito, considerato una sorta di colletto bianco del gruppo stabiese,  e in decadenza il gruppo Loreto Ridosso, l’idea di stringere alleanze con i Matrone di Scafati, clan capeggiato da “Franchino a Belva” e dal figlio Antonio (detto Michele) che subentrarono ai Loreto. Del resto anche nelle estorsione ai Bingo di Scafati e Pompei, i Loreto avrebbero avuto solo l’appalto delle pulizie mentre i 3.500 euro mensili andavano ai Cesarano. A pagare nel tempo lo scotto delle estorsioni del gruppo Cesano e degli alleato scafatesi sono stati i fratelli Moxedano titolari e titolari e gestori del Re Bingo a Pompei, sottoposti ad estorsione.
I  Moxedano sono noti per il loro impegno nel Napoli, nel Savoia e nella Turris, quindi famiglia di imprenditori molto conosciuta e non solo nella zona ma lo stesso preso di mira dagli estorsori, in particolare dai Cesarano.
In un primo momento fu Nicola Esposito a chiedere alla sala Bingo di Pompei di pagare 3500 euro per i Cesarano e il gruppo Loreto Ridosso avrebbero preso l’appalto delle pulizie. Con la fine del clan Loreto-Ridosso, Di Martino e il clan Cesarano prendono il sopravvento e chiedono ai gestori della sala Bingo di Pompei ea quelli della sala Bingo di Scafati aumentano, in un caso, il pizzo fino a 5000 euro al mese.
Visto il rifiuto di pagare la rata come ogni 5 del mese, ad agosto scorso proprio il giorno 5, quattro persone che sarebbero state inviate da Luigi Di Martino e Giovanni Cesarano, pestarono il parcheggiatore del Re Bingo proferendo la seguente frase «Adesso diglielo a Moxedano».
Simbolico della nuova alleanza con i Matrone di quelli di Ponte Persica che per il Bingo di Scafati vennero stabilite pagamenti di pizzo a Natale, Pasqua è ferragosto di quindi 24000 euro l’anno su ordine di Cesarano e Di Martino con un ruolo di appoggio determinante di Antonio Matrone detto Michele figlio di Franchino la belva, pagamento avvenuto al centro Plaza di Scafati nell’estate 2015 per 3000 euro.
I Matrone spuntano anche nella richiesta estorsiva di 5.000 euro al mese allo stesso Bingo di Scafati

 

—- Con i D’Alessandro i Cesarano di Ponte Persica e gli Imparato

dalla relazione semestrale della Dia, il panorama dei gruppi criminali stabiesi, dei Monti Lattari e Pompei

SCAFATI/POMPEI/CASTELLAMMARE DI STABIA. La relazione semestrale della Dia già aveva evidenziato la trasformazione avvenuta nei sodalizi criminali del territorio a cavallo tra le provincie di Napoli e Salerno: dall’analisi effettuata dalla Direzione investigativa antimafia, emerge che ora ci sono le donne ai vertici del clan D’Alessandro.Il clan segue il percorso già intrapreso dai Gionta di Torre Annunziata.  Ai vertici della storica cosca dei Castellammare di Stabia , secondo la relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia, èimbocacto una strada di trasformazione  che, dopo gli arresti dei capi, sarebbe adesso guidato dalle donne della famiglia.
L’attività dei D’Alessandro è in vari settori criminali, dalla droga alle estorsioni, non solo in città ma anche nei comuni limitrofi.
Collegato ai D’Alessandro, c’è il clan Imparato del rione Savorito, meglio conosciuto come il clan “dei paglialoni” che opera nella cosiddetta “Aranciata Faito (recentemente ritornata in auge per gli acquisti di droga da parte delle organizzazioni di spaccio operanti a Nocera Inferiore). I pagalialoni sono dedito in particolare alla gestione del traffico di stupefacenti. Gli investigatori hanno inoltre riscontrato una tensione tra gli stessi D’Alessandro e la famiglia Di Somma del rione Santa Caterina. Un altro gruppo presente a Castellammare, nella zona di Ponte Persica al confine con Pompei, è quello dei Cesarano, attivo anche a Scafati e Pompei. Invece per i D’Alessandro, anche dopo l’uccisione del consigliere comunale del Pd Gino Tommasino, e in particolare nel periodo compreso tra il 2009 e il 2011, le donne avrebbero scalato la vetta della cosca.
Allargando invece il discorso nei comuni dei monti Lattari, c’è da ricordare che la relazione semestrale della Dia è giunta poche settimane dopo l’irreperibilità di Annamaria Molinari, moglie del presunto capoclan Leonardo Di Martino di Gragnano.
La donna è destinataria di un’ordinanza d’arresto emessa dalla Corte d’Appello di Napoli per una condanna definitiva, con l’accusa di associazione mafiosa.
Si tratta del processo scaturito dall’inchiesta “‘Golden Goal”, relativo al traffico di scommesse sportive. Sui Lattari invece la cosca egemone è sempre quella degli Afeltra – Di Martino, attiva soprattutto a Gragnano e Pimonte.
Ad Agerola sono invece presenti i Gentile, imparentati con gli Afeltra. Le attività principali riguardano le estorsioni e lo spaccio di stupefacenti.

 

—- Quei verbali sui boss di Ponte Persica sottoscritti da Loreto

SCAFATI/POMPEI/CASTELLAMMARE DI STABIA. Quei verbali intorno ai quali gira tutto, quelli dove ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, Alfonso  Loreto e Romolo Ridosso. Ci poi un appunto di “Funzin” consegnato a marzo scorso ai magistrati con altri particolari   ha raccontato nei verbali illustrativi fatti e circostanze che riguardano il gruppo camorristico Ridosso-Loreto, in particolare elenca tutti i partecipanti ed i ruoli nel tempo dagli anni 2000 ad oggi. Nelle dichiarazioni emergono anche i reati del sodalizio criminale come omicidi, estorsioni, usura, conseguimento appalti di pulizie e manodopera attraverso società intestate a prestanome. Alfonso Loreto ha raccontato nei verbali anche i collegamenti e le alleanze con gli altri gruppi camorristici, in particolare quelli in essere con il clan Cesarano di Castellammare/Pompei. Nelle prime dichiarazioni ha fatto chiarezza su alcuni omicidi avvenuti a Scafati e non solo, dal 2000 ad oggi. Racconta anche reati recenti estranei alle attività del clan Ridosso-Loreto come gli scenari in cui sarebbe avvenuto l’assassinio di Francesco Fattorusso detto “spalluzzella”, oltre ai vari e molteplici attentati e raid avvenuti in città.
Numerosi gli “omissis” presenti nei verbali che certamente nascondono notizie di reato coperte dal massimo riserbo, le maggiori sorprese potrebbero arrivare nei rapporti avuti con gli ambienti politici soprattutto nei periodi elettorali. “Funzin” è un fiume in piena e certamente i benefici e la tranquilllità  del programma di protezione lo aiuteranno nel ricordare tutti i reati di cui è a conoscenza, diretta e indiretta, a cui può contribuire al fine di individuare i responsabili e i complici. Storie che i pm sono pronti ad ascoltare e vagliare, a partire da quel foglio manoscritto e firmato da Alfonso Loreto utilizzato come ausilio.

 

—-Da “Nanduccio di Ponte Persica” ai suo eredi, evoluzione di un clan che aveva mire espansive

Quell’amicizia con Nicola Esposito di cui beneficiarono anche i Loreto di Scafati

Ci sono anche i capi del clan Cesarano nell’elenco delle persone raggiunti da misura cautelare della Direzione Distrettuale Antimafia.
Tra i destinatari del provvedimento, eseguito anche attraverso il supporto dei militari di Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, figurano  infatti anche Luigi Di Martino detto “Gigino ‘o Profeta”, attuale capo del clan Cesarano, e Nicola Esposito detto “’o Mostr”, oltre agli stabiesi Fiorentino Di Maio detto “’o Castelluono” e Francesco Paolo D’Aniello. Disposto anche il sequestro preventivo della società Italy Service srl con sede in via Raffaele Viviani.  Attraverso la collaborazione di alcuni pentiti, sarebbero emerse collaborazioni tra i clan per spartirsi il territorio di Scafati e Pompei, un accordo che coinvolge il gruppo Loreto-Ridosso di Scafati, il sodalizio Matrone e i Cesarano di Castellammare e Pompei.  Il clan Cesarano opera dall’inizio degli anni ’90 in attività illecite quali racket, controllo degli appalti, estorsione, controllo armi da fuoco.
Secondo il racconto effettuato a maggio dal pentito Alfonso Loreto, il clan sarebbe coinvolto anche nell’omicidio di Salvatore Polito avvenuto nel settembre 2012 mentre si recava al bar gestito dal figlio nel rione Moscarella.  Il capostipite è il famigerato Ferdinando Cesarano, detto Nanduccio di Ponte Persica, a cui sono stati contestati numerosi omicidi che rientravano, per la maggior parte, nella guerra tra la nuova famiglia di Bardellino, il gruppo di Alfieri e la nuova camorra di Raffaele Cutolo.  Celebre fu la sua evasione dall’aula bunker di Salerno nel 1998 attraverso un tunnel scavato da complici prima della nuova cattura nel 2000 dopo due anni di latitanza. I tre gruppi hanno operato tra il 2004 e il 2016 avanzando richieste di denaro a imprenditori e commercianti soprattutto in occasione delle festività (Natale, Pasqua e Ferragosto).
Vicini a loro c’erano tanti volti nuovi e reggenti, oltre a Luigi Di Martino anche quel Micola ‘Mostr, al secolo Esposito Nicola che era il trade union anche con Alfonso Loreto, quasi suo coetaneo e con il quale aveva buoni rapporti. I problemi di Esposito porteranno proprio alla’emarginazione dei Loreto, già non facilmente accolti dai Cesarano.

 

—-Antonio Matrone l’erede del padre “‘a belva”

SCAFATI. Il figlio del boss Franchino Matrone, detta ‘a belva, l’erede delle attività estorsive del padre. Anche se in un ruolo subalterno agli stabiese, i Matrone (con il figlio Antonio detto Michele)  furono considerati dai cesarano più affidabili dei Loreto-Ridosso e forse più disponibili alle attività estorsive classiche, mentre l’altro gruppo cercava di entrare in politica e condizionare il voto per poi assicurarsi appalti sostanziosi.




Scafati. Pignataro: «Ho lavorato bene, nonostante le grosse difficoltà»

E’ l’assessore più criticato, e in questo momento in cui il sindaco pensa di azzerare le deleghe, è indicato come colui che quasi certamente lascerà l’esecutivo. Sia Scafati in Movimento che Angelo Matrone (nella foto in basso a sinistra) per Fdi ne chiedono le dimissioni, come a fare un “favore” al primo cittadino, facilitandogli il “lavoro”. Ad ogni modo, Antonio Pignataro (nella foto a destra)  si difende dalle accuse, il suo è forse l’assessorato più difficile e facilmente trascinabile nelle polemiche: Sicurezza, Legalità, Polizia Municipale. E’ sulla videosorveglianza che le forze di minoranza sono passate all’attacco. Angelo Matrone denuncia insistentemente che l’impianto non funziona, e questo ostacola l’uso ai fini della prevenzione e del controllo di reati e territorio. “L’assessore è vago, e non fornisce dati. Si informi meglio” aveva detto l’esponente di Fdi. “Matrone se non intende seminare zizzania e diffondere l’ombra del dubbio, dovrebbe avere l’obbligo di fare nome e cognome della sua fonte – così Pignataro, parlando a tutto campo – perché io come assessore ho come interlocutore il solo dirigente Alfredo D’Ambruoso (comandante della Polizia Municipale, ndr)”. Non intende fare un sopralluogo dai carabinieri Pignataro, perché a suo dire la legge sulla Privacy lo ostacolerebbe: “anche volendo, non potrei guardare i monitor”. Ad ogni modo, a lui basta quanto sostiene il dirigente D’Ambruoso, che ha garantito all’assessore il “perfetto funzionamento dell’80% delle 20 videocamere installate in città”. Fanno 16 occhi elettronici affidabili, decisamente contrastante con quanto sostiene invece Angelo Matrone: “la metà non funziona e l’altra metà funziona male”. Difficile capire chi ha ragione, è scontro tra fonti dunque. “Abbiamo avuto a volte delle segnalazioni dai carabinieri di postazioni difettose, e prontamente siamo intervenuti – continua Pignataro che anticipa pure – chiaramente l’impianto installato nel 2008 risulta obsoleto, perché l’elettronica si aggiorna continuamente. Al proposito abbiamo già fatto richiesta di centomila euro per il nuovo Peg 2016, per poter ampliare e aggiornare tutto il sistema”. Si dice disposto ad un confronto pubblico, un altro, dopo i due avuti in consiglio comunale. “Matrone dica chi è la sua fonte e mettiamola a confronto, anche pubblicamente, con il nostro dirigente – la sfida dell’assessore alla sicurezza – e qualora dovesse emergere che il dirigente mi ha male informato, mi assumerò ogni responsabilità”. Chiarisce che la manutenzione (ordinaria e straordinaria) dell’impianto, fornita dalla Seti di Scafati, costa 9 mila euro l’anno ed è effettuata mensilmente, con tanto di apposito verbale. A chi lo accusa di non essersi speso per bandire nuovo concorso per l’assunzione di Vigili Urbani (a Scafati risultano essere la metà di quelli previsti dalla legge) Pignataro replica: “le pare che io non avrei voluto farlo? Avrei potuto restare nella storia, oltre che riceverne gratificazione politica, ma siamo bloccati dal patto di stabilità. Attendiamo inoltre ancora l’arrivo di sette o otto uomini della ex guardia provinciale, da ricollocare nel nostro organico”. Nonostante le palesi ed evidenti difficoltà, rivendica anche di essersi speso per l’approvazione dei progetti Obiettivo 2015, in favore del servizio di Polizia Municipale: “nonostante la Corte dei Conti in passato ci ha richiamato”. Quanto alla nota Baby Gang, composta da ragazzini del posto che oramai hanno fatto del centro città terra vandalizzata, Pignataro spiega che l’ostacolo è la stessa Giustizia, oltre alla giovanissima età dei protagonisti. “E’ capitato che una volta fermati, questi siano stati messi in libertà ancor prima che la pattuglia ritornasse al proprio comando. Come Comune abbiamo attivato ogni forma di servizio sociale utile affinché questi ragazzi possano distrarsi dallo stare per strada e commettere azioni criminose, ma fino ad oggi non è bastato”. Appena insediato, l’attuale assessore si fece conoscere per la sua intenzione di combattere il fenomeno della prostituzione che pure opera ancora, in località Bagni. “Con i colleghi della città confinante di Angri e la Polizia di Nocera Inferiore, abbiamo svolto numerose verifiche, arrivando a controllare e identificare oltre venti prostitute. Ma essendo quasi sempre comunitarie per loro non è applicabile neanche la diffida. Noi mai abbiamo abbassato la guardia, l’ultimo blitz la settimana scorsa”. Tra il suo operato, viene rivendicato anche il progetto (attualmente in fase di cantiere) che prevede la recinzione del perimetro dell’Istituzione Scafati Solidale, al centro Plaza, dove pure si sono a lungo registrati fenomeni criminosi. Infine, Pignataro spende una critica per l’opposizione: “sicuramente si può fare di più, ma è più difficile fare che criticare. Questa opposizione conosce solo l’arma della denuncia”. Sembra consapevole di essere destinato a lasciare l’esecutivo: “posso solo ringraziare per la fiducia che mi è stata concessa. Meglio che esca io che gli altri, perché loro, a differenza del sottoscritto (non eletto, ndr) sono stati costretti a dimettersi dal consiglio comunale, facendo entrare consiglieri surrogati”.




Scafati. Emergenza sicurezza, Matrone e Sim chiedono la testa dell’assessore Pignataro

“Quando mi insediai la città di Scafati sembrava Baghdad, per come erano ridotte le strade” così Pasquale Aliberti parlando alla città in una manifestazione pubblica di fine anno. “E’ ancora Baghdad per qualità della sicurezza – così oggi gli attivisti di Scafati in Movimento – Purtroppo essere un buon amministratore non significa essere un bravo “asfaltatore”, con tutto il rispetto per questo degno lavoro”. I grillini tornano sui recenti episodi di cronaca che hanno scosso la città in questi giorni di festa. I danneggiamenti alle auto in piazzale Aldo Moro, il petardo fatto esplodere presso lo studio di un noto legale in via Roma, e i 4 parcometri vandalizzati rispettivamente in piazza Vittorio Veneto, corso Trieste, via Galileo Galilei, via Pietro Melchiade. Non è certamente l’estrema periferia, ma il centro cittadino, dova ha sede il Comune, il comando dei Vigili Urbani, le Poste Centrali, la Chiesa Madre, la villa comunale, la biblioteca con annessa sala consiliare. “Ci chiediamo come mai l’assessore alla Sicurezza Antonio Pignataro non intervenga con un pugno duro su queste situazioni nonostante percepisca dai cittadini un lauto stipendio di 1.500 euro al mese. È pagato per dare le risposte alle esigenze e alle problematiche, se non le tiene possiamo tranquillamente fare a meno di pagargli lo stipendio”. Su Pignataro anche gli strali di Angelo Matrone (nella foto): “Sulla videosorveglianza continua ad essere vago e a non fornire dati certi – spiega l’esponente di Fdi, che fornisce i suoi dati – più del 50% dell’impianto non è funzionante mentre l’altro 50% funziona parzialmente, ma non permette l’identificazione delle auto, inoltre, il 90% delle antenne non trasmettono bene il segnale a questo punto mi chiedo se l’assessore Pignataro abbia almeno verificato con un sopralluogo quanto denunciato dal sottoscritto per due volte in consiglio comunale”. Sia Sim che il consigliere cdi minoranza fanno eco: “Pignataro dovrebbe rassegnare le sue dimissioni per inadempienza”.      (a.f.)




Scafati. Matrone chiede di potenziare il servizio di videosveglianza

Videosorveglianza a Scafati, è ancora scontro tra il consigliere di Fdi Angelo Matrone e l’assessore alla Sicurezza Antonio Pignataro. Una vicenda che va avanti da tempo e che non si è fermata neanchè in questo periodo natalizio. La discussione nasce durante il voto alla mozione del Pd sulla Sicurezza Urbana, in cui si chiede anche il potenziamento dell’impianto di videosorveglianza. “Un tema a me caro, perché già frutto di una mia precedente interrogazione – esordisce Matrone – l’altra volta però l’assessore Pignataro fu molto vago, io insisto, occorre verificare l’impianto di videosorveglianza, non funzionante del tutto”. Il consigliere comunale si dice certo di ciò che sostiene, nonostante la scorsa volta Pignataro spiegò che l’impianto è regolarmente sottoposto a manutenzione e funzionante al 90%. “Ribadisco che non tutte le videocamera sono funzionanti – insiste il consigliere comunale di fratelli d’Italia Angelo Matrone – verifichi con la ditta”. Pronta la risposta dell’assessore: “consigliere Matrone, ho parlato con il dirigente che mi ha assicurato il funzionamento del 90% dell’impianto. Controlli meglio le sue fonti”.
Fonti già controllate, ribatte il consigliere comunale di Scafati di Fratelli D’Italia, e punta ancora l’indice: “assessore lei è vago, io voglio i dati, non solo le dichiarazioni”. La manutenzione dell’impianto costa intorno ai 9 mila euro l’anno, ed a cura della Seti snc, azienda scafatese. Non si conosce però nel dettaglio il numero complessivo degli occhi elettronici installati e di questi, quelli effettivamente operanti. L’uso dell’impianto di videosorveglianza fino ad oggi non sembra essere stato di grande aiuto alle forze dell’ordine che vi sono collegate, quali la Polizia Municipale, i Carabinieri e la Guardia di Finanza. L’intenzione di Matrone, citata anche nella mozione del Pd, è di usare l’impianto come deterrente per chiunque voglia commettere o commette fenomeni criminosi, atti vandalici, ma anche infrazioni stradali nei pressi dei punti nevralgici della città, quali ad esempio l’uscita autostradale o la rotonda di corso Nazionale. Un occhio elettronico di supporto alle già sottodimensionate forze dell’ordine. Un problema serio quello della sicurezza a Scafati e nelle sue contrade che non può essere sottovalutato dalle istituizioni. Per i cittadini di Scafati al di la delle polemiche politiche occorrono i fatti su un problema che sta a cuore a tutti.
Adriano Falanga




Scafati. Matrone (Fdi) insiste: “Videosorveglianza non funzionante, l’assessore Pignataro è vago”

Di Adriano Falanga

Videosorveglianza a Scafati, è ancora scontro tra il consigliere di Fdi Angelo Matrone e l’assessore alla Sicurezza Antonio Pignataro. La discussione nasce durante il voto alla mozione del Pd sulla Sicurezza Urbana, in cui si chiede anche il potenziamento dell’impianto di videosorveglianza. “Un tema a me caro, perché già frutto di una mia precedente interrogazione – esordisce Matrone – l’altra volta però l’assessore Pignataro fu molto vago, io insisto, occorre verificare l’impianto di videosorveglianza, non funzionante del tutto”. Il consigliere comunale si dice certo di ciò che sostiene, nonostante la scorsa volta Pignataro spiegò che l’impianto è regolarmente sottoposto a manutenzione e funzionante al 90%. “Ribadisco che non tutte le videocamera sono funzionanti – insiste Matrone – verifichi con la ditta”. Pronta la risposta dell’assessore: “consigliere Matrone, ho parlato con il dirigente che mi ha assicurato il funzionamento del 90% dell’impianto. Controlli meglio le sue fonti”. Fonti già controllate, ribatte il consigliere di Fratelli D’Italia, e punta ancora l’indice: “assessore lei è vago, io voglio i dati, non solo le dichiarazioni”. La manutenzione dell’impianto costa intorno ai 9 mila euro l’anno, ed a cura della Seti snc, azienda scafatese. Non si conosce però nel dettaglio il numero complessivo degli occhi elettronici installati e di questi, quelli effettivamente operanti. L’uso dell’impianto di videosorveglianza fino ad oggi non sembra essere stato di grande aiuto alle forze dell’ordine che vi sono collegate, quali la Polizia Municipale, i Carabinieri e la Guardia di Finanza. L’intenzione di Matrone, citata anche nella mozione del Pd, è di usare l’impianto come deterrente per chiunque voglia commettere o commette fenomeni criminosi, atti vandalici, ma anche infrazioni stradali nei pressi dei punti nevralgici della città, quali ad esempio l’uscita autostradale o la rotonda di corso Nazionale. Un occhio elettronico di supporto alle già sottodimensionate forze dell’ordine.




Scafati. Avviata la decadenza, i retroscena del consiglio comunale

Di Adriano Falanga

Il consiglio comunale è finito con l’avvio del procedimento per la decadenza di Pasquale Aliberti. La città già dormiva quando martedi notte, ben oltre l’una, l’assise ha accertato il contenzioso decidendo di procedere con l’iter. E’ corsa contro il tempo adesso. La legge concede al sindaco dieci giorni per rimuovere, nel caso voglia, la causa di incompatibilità. Dopodichè il consiglio comunale sarà chiamato ad esprimersi altre due volte, a distanza di dieci giorni almeno l’uno dall’altro. Molto difficile chiudere tutto entro il 15 dicembre, giorno ultimo che segna l’esatta metà del secondo mandato di Aliberti, oltre il quale non è possibile ricandidarsi. La legge, come ricorda l’opposizione in aula, è chiara: non è possibile fare un terzo mandato. “E’ tutta una palese messa in scena per aggirare il divieto del terzo mandato – griderà Mario Santocchio – Non vogliamo giocare a carte truccate, siamo disposti a votare la sfiducia, pur di non ingannare la legge”. Santocchio puntualizza anche il come sia in essere il “sistema Aliberti” o meglio la polemica sulla precarietà dei dirigenti comunali, tutti (o quasi) assunti a tempo determinato. “Questo crea un rapporto di soggezione politica sindaco-dirigente. Non è un caso se il responsabile dell’ufficio Urbanistica e del settore Avvocatura siano entrambi dei precari, o fai così, o via da qui” termina Santocchio. Sulla stessa scia anche gli altri due consiglieri di Fdi. “L’ufficio Urbanistica ha risposto alla richiesta della Scia in appena cinque giorni – dirà il capogruppo Cristoforo Salvati – mentre i tempi medi per un cittadino normale sono di mesi, se non anni”. Perde il suo “aplomb” istituzionale verso la maggioranza Angelo Matrone, a lungo accusato di fare, con Michele Raviotta, da stampella: “Non mi presto però a questi patetici giochini per raggirare la legge”.

Il Partito Democratico, con Michele Grimaldi, Marco Cucurachi, Michelangelo Ambrunzo e Nicola Pesce ribadiscono che “Aliberti deve dimettersi, e non per le sue vicende giudiziarie, ma per i suoi fallimenti politici”. A parlare a nome della maggioranza è la capogruppo forzista Teresa Formisano: “gli attacchi dell’opposizione, a volte anche violenti e volgari come lo sono stati i manifesti anonimi affissi in città contro il sindaco, ci spingono ancora di più a credere nella nostra scelta di votare la decadenza. Saranno gli elettori a decidere”. Siccome la discussione è incentrata su di lui, da regolamento il primo cittadino può assistere ma non prendere parte alla discussione. Difficile per lui, abituato a tenere banco con la sua spiccata dialettica politica. Toccherà a Brigida Marra arringare la minoranza in favore del sindaco. Ne avrà per tutti, da Cristoforo Salvati, accusato di usare due pesi e due misure: “ha prima difeso Bortoletti ricordando che è solo indagato e non condannato dopo i tre gradi di giudizio, e adesso chiede le dimissioni del sindaco anch’esso solo indagato, come lo è Bortoletti (ex commissario Asl, ndr)”. Ribadisce le accuse ai democratici la Marra, di strumentalizzare pubblicamente le vicende giudiziarie di Aliberti e l’attentato con bomba carta subito dall’ex capogruppo Vittorio D’Alessandro. Una strenua difesa delle motivazioni del primo cittadino durata oltre 12 minuti, come evidenzierà Pasquale Coppola, dicendo pubblicamente che poco prima la segretaria comunale Immacolata Di Saia lo aveva tacciato di essere il leader dell’opposizione: “come vede segretaria, io sono imparziale nel mio ruolo”.

Un emendamento della maggioranza al deliberato sulla decadenza introduce anche la possibilità di convocare i prossimi consigli in via straordinaria, andando ad abbreviare i tempi. “Non vedo il motivo e non capisco neanche il perché la delibera debba essere immediatamente esecutiva” così Pasquale Vitiello, facendo da eco alla minoranza. Alla fine si vota comunque, senza aver spiegato i motivi dell’urgenza. Si apre così una nuova fase politica scafatese, e indifferentemente dall’esito della decadenza, andrà a cambiare molti equilibri precostituiti. Segno evidente è il voto a favore di Filippo Quartucci e Michele Raviotta, mentre contro hanno votato Coppola e Vitiello. Assenti Cirillo e Barchiesi per la maggioranza.

LA CURIOSITA’, SPUNTA UN PINOCCHIO NELL’AULA CONSILIARE

Chiunque sia entrato nella sala consiliare martedi sera non ha potuto non notare l’enorme Pinocchio posizionato proprio all’ingresso. Altro quasi tre metri, forse il manichino era  reduce da uno dei tanti eventi culturali che ospita la biblioteca Morlicchio, dove è situata l’aula consiliare. Resta che la sua posizione e la sua imponenza hanno strappato decine di ironici sorrisi. “Sembra che voglia ammonire chi stasera racconterà la bugia della tettoia e del ricorso al Tar – è invece il commento di Scafati in Movimento – portando a termine un palese imbroglio ai danni dei cittadini e soprattutto ingannando la legge e le Istituzioni”.

Chiunque sia entrato nella sala consiliare martedi sera non ha potuto non notare l’enorme Pinocchio posizionato proprio all’ingresso. Altro quasi tre metri, forse il manichino era reduce da uno dei tanti eventi culturali che ospita la biblioteca Morlicchio, dove è situata l’aula consiliare. Resta che la sua posizione e la sua imponenza hanno strappato decine di ironici sorrisi. “Sembra che voglia ammonire chi stasera racconterà la bugia della tettoia e del ricorso al Tar – è invece il commento di Scafati in Movimento – portando a termine un palese imbroglio ai danni dei cittadini e soprattutto ingannando la legge e le Istituzioni”.