Abusava sessualmente di 3 ragazzini disabili

di Pina Ferro

Abusando delle condizioni di inferiorità psichica di tre ragazzini, di 13, 16 e 9 anni, li costringeva a subire atti sessuali. Il sostituto procuratore presso il Tribunale di Salerno, Claudia D’Alitto ha iscritto nel registro degli indagati un 48enne residente in una cittadina a sud di Salerno. Vittime dell’uomo tre minorenni residenti nella stessa cittadina. Secondo il capo d’imputazione, l’indagato abusando delle condizioni di inferiorità del sedicenne affetto dalla sindrome di “Arnold Chiari” (rara malformazione della fossa cranica posteriore; nei soggetti che ne sono affetti, tale struttura è poco sviluppata, per cui il cervelletto esce dalla sua sede naturale attraverso il foro occipitale, situato alla base del cranio), epilessia e disturbi del comportamento con spettro autistico, con lusinghe e promesse lo induceva a compiere e subire atti sessuali (toccamenti e masturbazioni reciproche). Il tutto in presenza degli altri due ragazzini.

Anche gli altri due ragazzini presentavano problemi psichici, al bimbo di 9 anni era stato diagnosticato un ritardo mentale e disturbo dell’attenzione. Il 48enne pur di raggiungere il proprio scopo, abusando della inferiorità psichica dei ragazzini, offriva loro dolci e di connessione gratuita ad internet presso la propria abitazione. Una volta  che i tre adolescenti erano in casa il 48enne era solito fare con loro il gioco “bugia o verità”. Il pegno per chi perdeva la gioco era quello di denudarsi, di toccarsi e di farsi toccare.
Nei giorni scorsi all’uomo è stato notificato l’avviso di conclusione indagini da parte del magistrato, Ora il 48enne ha a disposizione venti giorni per rendere inter-
rogatorio o presentare memoria difensiva. Successivamente il magistrato inoltrerà al Gup la richiesta di rinvio a giudizio.

A rappresentare i minori saranno i genitori.




Ladri in casa: l’ex magistrato deciso: «Con una pistola in pugno avrei sparato»

Michelangelo Russo

Quel fenomeno psichico definito come premonizione degli eventi, e che l’opinione comune relega nella categoria generale del paranormale (che è un modo elegante per dire che si tratta di una balla), da stanotte credo che invece esista veramente. Sono le 4.30 del mattino quando un indefinibile malessere notturno mi agita nel sonno e mi spinge al risveglio. Mi sento agitato e resto ad ascoltare i deboli fruscii della brezza notturna. Ma adesso la brezza sta diventando tempesta, perché sento sbattere l’antica persiana alla romana contro il vetro dell’infisso. E’ uno sbatacchiamento in crescendo, di fragore preoccupante, che mi fa alzare di corsa per evitare disastri. Ed è allora che con un boato esplode la vetrata del grande infisso su Corso Garibaldi, inondando di schegge la camera da letto. Do la colpa all’innocua persiana alla romana per l’accaduto, quando il raccapriccio di mia moglie mi indica l’ombra umana inquietante che sta cercando di entrare. Ho la prontezza, dopo una frazione di smarrimento, di urlare a squarciagola “La pistola, passami la pistola”. La richiesta è immediata e decisa, tanto da far ritenere assolutamente credibile l’esistenza di un’arma da fuoco in pugno. E infatti l’arma esiste davvero e l’afferro al volo. Solo che è un revolver da collezione, del tempo di Nino Bixio! Chi però sta fuori non lo sa, e sbanda per la minaccia. L’ombra è come un incubo che non svanisce. Si agita, e cresce di statura (capiremo col giorno che è salito sui vasi dei gerani). “Quanti saranno?” mi chiedo sgomento per l’imminente reazione, ma spavaldo nel brandire un’arma inutile che mai come ora vorrei efficace. Passano i secondi mentre ci fronteggiamo con la minaccia ignota dietro lo scheletro dell’infisso divelto. Poi, finalmente, l’ombra svanisce sulla sinistra del balcone. I frammenti rimasti in alto nell’infisso, come lame di ghigliottine, mi impediscono di seguire la fuga con lo sguardo. Chiamo i Carabinieri, stando accorto a non contaminare la scena del crimine. Questa è la cronaca di uno spavento ordinario, per tanti comuni cittadini. Solo che è capitata a un giudice, seppur pensionato ancora fresco. Ed è naturale per il giudice, che è anche parte offesa del delitto, sfruttare l’occasione per un’indagine introspettiva assolutamente infallibile sulle dinamiche reattive di chi si vede assalito in casa di notte. Il verdetto è facile: se avessi avuto una pistola vera al posto del ferrovecchio, avrei sparato senza pensarci due volte. Bisogna starci dentro, all’aggressione notturna, per capire che non c’è tempo per i dubbi giuridici sulla proporzione fra minaccia e reazione. Quando la violenza dell’invasione ti fa pensare solo a tua moglie e ai tuoi figli (e non alle cose, perché a quelle, credetemi, non si pensa affatto) tu fai fuoco sul nemico, come obbedendo a una legge di natura. Per questo ho benedetto il ferrovecchio che ho brandito. Mi ha impedito di diventare, anche se a ragione, un assassino. Probabilmente avrei ricevuto come atto dovuto un iniziale avviso di garanzia per eccesso colposo in legittima difesa. Anche se certo della successiva archiviazione, sarei rimasto molto amareggiato, e avrei detto al P.M. : “Trovatici tu, caro collega, in un fatto simile! Che fai? “, Il quesito è terribilmente attuale, nel forte contrasto tra Salvini e A.N.M. Possibile che fra le armi da guerra in casa o no, non vi sia una soluzione diversa? C’è stata una legislazione d’emergenza, negli anni del terrorismo. Pena minima altissima, esclusione di attenuanti, libertà provvisoria e arresti domiciliari. Corsie processuali preferenziali vere per tutti i delitti di violenza. Il governo può, se vuole, battere la delinquenza come la vituperata Prima Repubblica fece, e bene, con il terrorismo.




Armato di coltello ruba un’autoradio da una macchina in sosta

Matteo Maiorano

“Pizzicato” subito dopo aver asportato un’autoradio da una vettura in sosta, è stato bloccato dai carabinieri. Ora A.H. ha l’obbligo di presentazione all’autorità giudiziaria disposta dal magistrato. A carico dell’uomo, un marocchino domiciliato ad Eboli anche una denuncia per furto aggravato e porto abusivo di coltello, utilizzato per recidere i fili dell’autoradio. IÈ stato colto in fragranza di reato H.A., difeso dall’avvocato Agostino Quaranta, che, dopo aver rotto la portiera di un’auto, rubato al suo interno un’autoradio staccandone i fili. Il ladro è stato prontamente bloccato dalle forze dell’ordine che hanno anche recuperato l’autoradio riconsegnandola al legittimo proprietario. Nella mattinata di ieri, poi, l’uomo insieme al legale è comparso dinanzi ai giudici del tribunale di Salerno. Intanto proseguono i controlli delle forze dell’ordine.




«Mi chiese di fargli fare un arresto»

Pina Ferro

«La droga che mi chiese D’Angiolillo la posizionai in via Etruria a Battipaglia. Non gli feci il nome di nessuno da arrestare perché non sono un infame. Fu D’Angiolillo a dirmi che la perquisizione presso la mia abitazione era stata effettuata a seguito della “cantata di Landi”». A confermarlo, ieri mattina, in video conferenza è stato il collaboratore di giustizia Paolo Podeia al magistrato Marco Colamonici nel corso dell’udienza dei processo a carico del poliziotto Mauro D’Angiolillo accusato da Paolo Podeia di aver chiuso un occhio durante una perquisizione per poi chiedere in cambio il nome di qualcuno da arrestare e della droga da ritrovare e poi far passare come un’operazione di polizia. Ieri mattina, il collaboratore di giustizia (assolto dal gup con il rito abbreviato per la vicenda in cui è a processo ordinario il poliziotto) ha ripercorso le varie fasi della vicenda rispondendo con lucidità e tempestività a tutte le domande del pubblico ministero. «D’Angiolillo, quando era ancora a casa mia mi disse che aveva visto Alda Di Benedetto calare, con una corda, da una finestra un borsone contenente la droga e che siccome non era intervenuto io avrei dovuto fargli arrestare qualcuno e procurargli della cocaina. Per quanto riguarda l’arresto, imme-diatamente, dissi a D’Angiolillo di no perché io non sono un infame» Sulla richiesta circa lo stupefacente, non rispose immediatamente. «Dopo aver ricevuto la richiesta da D’Angiolillo mi recai da Biagio Parisi al quale raccontai il tutto compreso che il poliziotto aveva visto la moglie (Alda Di Benedetto) calare il borsone e che ci dovevamo disobbligare. Biagio Parisi mi disse “apri gli occhi, stai attento, perché sempre un poliziotto è!”». Secondo il racconto del collabratore, D’Angiolillo diede appuntamento a Podeia il giorno seguente, intorno alle 14, presso il Bar Capri a Battipaglia. Fu qui che i due si accordarono su come e dove far ritrovare la droga. «Per vedere se potevo fidarmi di d’Angiolillo, chi chiesi i motivi che erano alla base della perquisizione che aveva effettuato il giorno primo a casa mia. D’Angiolillo disse che Carmine Landi mi aveva “cantato”. Mi disse anche che avrebbe fatto in modo da far risultare che la cocaina che gli avrei fatto ritrovare, a seguito di analisi di laboratorio, risultasse uguale a quella già sequestrata». Due ore dopo l’incontro al Bar viene posizionato lo stupefacente in via Etruria vicino ad un grossomasso. «La cocaina fu preparata da me e Biagio Parisi. Ricordo che cambiammo molte volte le bustine ed utilizzammo dei guanti per evitare impronte. La droga fu recuperata nei giardinetti di fronte casa di mia madre e di Parisi. Fu Parisi a prelevarla materialmente. Quella fatta trovare a D’Angiolillo non era quella contenuta nel borsone che Alda Di Benedetto aveva fatto sparire. Non ho assistito al ritrovamento della droga da parte di D’Angiolillo e degli altri poliziotti perché Mauro (D’Angiolillo) mi disse di non farmi trovare in zona». Podeia ha anche sottolineato che il poliziotto gli avrebbe detto che se “dovevo fare qualcosa a Landi non avrei dovuto farlo in presenza della moglie e del figlio. Io sapevo che D’Angilillo aveva una relazione con la moglie di Landi. Mauro mi chiese anche riservatezza sull’accordo perché al commissariato già lo reputavano una pecora nera». Pedona ha poi spiegato di non aver parlato dell’accordo neppure con il fratello in quanto appartenevano a due gruppi diversi e poi “D’Angiolillo era sempre un poliziotto”. Infine Podeia ha anche sottolineato che D’angiolillo non era quasi mai da solo ma insieme ad un altro poliziotto.

«Conosco Sabino De Maio, da lui mi rifornivo di stupefacenti»

«Sì, conoscevo Sabino De Maio, ieri, siamo anche stati condannati insieme!». Il collaboratore di giustizia Paolo Podeia, ascoltato ieri in videoconferenza da un luogo protetto rispondendo ad alle domande del pubblico ministero Marco Colamonici ha affermato di conoscere bene Sabino De Maio, attuale collaboratore di giustizia e, un tempo, per sua stessa ammissione reggente del clan Pecoraro Renna. Podeia ha spiegato di conoscere bene De Maio e che presso di lui si riforniva di stupefacenti e non solo. Ma, Podeia ha anche tenuto a precisare di non aver mai parlato con l’esponente del clan Pecoraro Renna della vicenda D’Angiolillo e di non sapere se lo stesso fosse mai venuto a conoscenza della droga che era stata fatta trovare all’agente. Al momento non è dato sapere se Sabino De Maio che ha deciso di collaborare con la giustizia da alcuni mesi, abbia riferito ai magistrati dei suoi rapporti con Podeia. Non è da escludere che le dichiarazioni a tal riguardo possano essere depositate nelle prossime settimane.

«Maria Palladino era la sindaca per i suoi rapporti sul Comune»

«Maria Palladino si la conosco…noi la chiamavamo “la sindaca” perché aveva buoni agganci al comune di Battipaglia ed aveva un ottimo rapporto con il sindaco Santomauro». Paolo Podeia ha risposto a tutte le domande che gli sono state formulate dalla pubblica accusa. Non ha parlato solo della vicenda relativa a Mauro D’Angiolillo e della droga fatta ritrovare in via Etruria. Ad un certo punto il pubblico ministero ha elencato alcuni nomi chiedendo chi fossero. Immediate le risposte di Podeia. «Maria Palladino abitava nello stesso palazzo di Biagio Parisi». Podeia ha sottolineato che nel rione si conoscevano tutti perché in realtà era popolato da circa trenta famiglie. «Se avevamo bisogno di qualcosa ci rivolgevamo a lei perché lei aveva buone conoscenze al Comune». Chi è Anna Pellegrino ha chiesto il Pm? «E’ la madre di Agostino e Giovanni Cavallaro. Giovanni era nel gruppo di Biagio Parisi, mentre Agostino era l’uomo di fiducia di Pastina.




Aliberti. I due anni di indagine su politica e diversi clan

Adriano Falanga

SCAFATI. Era l’alba del 18 settembre 2015, quando gli uomini della Dia bussarono alle due villette della famiglia Aliberti. Furono notificati gli avvisi di garanzia all’allora sindaco Pasquale Aliberti, alla moglie consigliere regionale Monica Paolino, al fratello imprenditore Nello Maurizio, allo staffista Giovanni Cozzolino, alla segretaria comunale Immacolata Di Saia. Il 22 marzo 2016 arriva a Palazzo Mayer la commissione d’accesso prefettizia. Resterà sull’Ente per sei mesi, fino al 22 settembre 2016. Nel mese di giungo 2016 il pm Montemurro chiede la misura restrittiva e cautelare degli arresti per i fratelli Aliberti. Il Gip Donatella Mancini respinge, derubricando il reato di voto di scambio a corruzione elettorale, che non prevede gli arresti. La Procura Antimafia ricorre in Appello, il Tribunale del Riesame di Salerno si pronuncerà il 25 novembre 2016. La triade di giudici non solo accoglierà la richiesta dell’antimafia, ma restituirà un profilo giudiziario più grave di quello redatto dagli inquirenti. Alla sentenza del riesame il collegio difensivo degli Aliberti annuncia il ricorso in Cassazione. Il primo cittadino si dimette, il 20 dicembre arriva il prefetto Vittorio Saladino per guidare l’ente come commissario ordinario. Il 27 gennaio 2017 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella firmerà il decreto di scioglimento per infiltrazioni criminali. Arriva la triade commissariale per la gestione straordinaria dell’ente. Un incarico previsto nella durata di 18 mesi, e affidato al Prefetto Gerardina Basilicata, al vice prefetto Maria De Angelis e al funzionario ministeriale Augusto Polito. Il 7 marzo 2017 la Corte di Cassazione nega gli arresti accogliendo parzialmente il ricorso del collegio difensivo. Il caso ritorna al riesame, dovrà motivare il perché si ritiene necessaria la misura degli arresti in carcere, piuttosto che un’altra misura restrittiva, come il braccialetto elettronico. Confermato però l’impianto accusatorio, ritenendo significativo il quadro probatorio del voto di scambio politico mafioso.




Truffa Inps: spunta magistrato. Due funzionari intercettati parlano di un favore fatto dal Pm di Salerno a un indagato

di Giovanni Sapere 

SALERNO/NOCERA INFERIORE. Ed alla fine spunta anche un noto magistrato salernitano nell’ambito dell’inchiesta “Mastrolindo”. I carabinieri si sono imbattuti nel nome di un noto esponente della procura di Salerno. Secondo quanto emerso dalle indagini, due dirigenti Inps avrebbero parlato dell’interessamento di questo sostituto procuratore di Salerno per una vicenda giudiziaria che era a cuore ad uno dei due dell’istitituto e che avrebbe a sua volta discusso dei fatti con il collega finito sotto inchiesta da parte di questo magistrato. Il magistrato in questione, a dire di uno dei suoi dirigenti intercettati mentre parlavano a telefono, avrebbe avuto un trattamento di favore o meglio uno dei due dirigenti, a suo dire, si sarebbe messo a disposizione con l’inquirente per una pratica che a lui interessava.
Insomma, pure il magistrato avrebbe cheista la “sana” e italianissimna raccomandazione.  Come tanti altri, forse anche solo per accelerare la pratica o per avere quello che spettava a lui a una terza persona. Niente di nuovo si dirà. Così fan tutti, ma in altri casi, i magistrati mettono sott’inchiesta i pubblici funzioanri per condotte simili. Ma come si suol dire: «fate come dico e non fate come faccio» e in questo caso come imputo!
Al di là della vicenda in sé, i cui contorni probabilmente, come accade in questi casi, potrebbero essere chiariti da altra magistratura come quella in servizio a Napoli, anche a tutela del buon nome del noto sostituto procuratore sotto “osservazione”. Potrebbe anche trattarsi di un  millantato credito che potrà essere scoperto abbastanza facilmente, esaminando il destino della pratica che riguarda il dirigente indagato dal magistrato. Insomma, il prosieguo delle indagini potranno stabilire se un dirigente dell’Inps abbia millantato credito o ci sia stato qualcosa di illegale o quantomeno una leggerezza da parte del sostituto procuratore.
Finora, da “Mastrolindo” emerge una realtà inquietante, un sistema di cointeressamenti e di grigio che aleggia intorno alle attività dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale. Chiariamo subito che Mastrolindo è emerso grazie alla segnalazione di alcuni dirigenti dello stesso Istituto, anche se l’inchiesta ha portato fuori una realtà di omissioni o di controlli addomesticati che hanno consentito consapevolmente o inconsapevolmente il proliferare di un sistema truffaldino costato centinaia di milioni di euro alle casse dell’Ente. Emersi  pure gli intrecci tra faccendieri, consulenti del lavoro, commercialisti, procacciatori, ispettori, funzionari e dirigenti dell’Inps, ispettori e funzionari del Ministero del Lavoro, amministratori pubblici, portatori “di voti di noti politici locali e non solo”. Tutti cercavano di approfittare o di trovare comunque un proprio utile dalle prebende che l’Inps eroga a sostegno del reddito di chi in teoria ha bisogno.