Processo sine die, i penalisti da oggi incrociano le braccia

Da oggi e fino al prossimo 6 dicembre i penalisti incroceranno le braccia. Anche stavolta, come per quella svolta dal 21 al 25 ottobre scorso, l’obiettivo della protesta è la riforma della pre- scrizione varata a gennaio scorso dal Governo Conte con la legge “spazzacorrotti”, Legge che entra in vigore il prossimo 1 gennaio.

Gli avvocati avevano an- nunciato ad inizio autunno che su questo fronte sareb- bero stati pronti ad una guerra senza precedenti e così è stato: lo sciopero del 25 ottobre non ha avuto gli esiti sperati e dunque ora le Camere Penali italiane e dunque, anche quella salernitana, rilanciano l’inizia- tiva, organizzando, da oggi, anche una ”Maratona orato- ria nazionale per la verità sulla prescrizione” che si terrà a Roma in Piazza Cavour, di fronte al palazzo della Corte di Cassazione. Gli avvocati oratori (saranno più di mille provenienti da tutta Italia) si avvicenderanno dalle 8 di mattina a mezzanotte «per informare incessantemente, e senza sosta – spiega una nota dell’Unione camere penali – la pubblica opinione circa i reali contenuti di una riforma sciagurata che renderà il processo penale senza fine e colpirà in modo irrimediabile diritti fondamentali di tutti, prolungando a tempo indeterminato, ben più di quanto già oggi accada, la defini- zione dei processi penali, con un danno incommensurabile sia per i diritti degli imputati che per quelli delle persone offese».

Le Camere Penali spiegano anche che l’iniziativa intende «rendere concreto e visibile l’appello al Legisla- tore e alle forze politiche ad assumere o sostenere iniziative legislative volte alla can- cellazione della legge che abolisce la prescrizione in appello».

Per i penalisti questa riforma è una follia, perché renderà il processo infinito. La riforma in arrivo infatti prevede che dal 1° gennaio 2020 i termini di prescrizione siano sospesi con la pronuncia della sentenza di primo grado, in modo che essa non operi più nei gradi d’appello o in Cassazione, portando all’estinzione dei processi.

La disposizione è fort e m e n t e avversata dagli avvocati, che vedono il pericolo di processi molto più lunghi e di durata indefinita.




«Noi perseguitati per un abuso edilizio. Temiamo per la nostra vita»

Erika Noschese

Una storia di abusi edilizi che parte da lontano, circa 20 anni fa, una richiesta di abbattimento, un precedimento penale ed una famiglia che teme per la propria incolumità. E’ questa in sintesi, la vicenda che ha colpito la famiglia Parisi, a Giovi. Circa 20 anni fa, infatti, vengono realizzate opere abusive il cui ordine viene poi revocato in seguito al pagamento del condono. A distanza di anni, però, la Corte d’Appello di Salerno dispone l’abbattimento del vuoto tecnico in quanto abusivo, tutt’ora. «Siamo disposti a far procedere con l’abbattimento ma temiamo per la nostra vita», hanno dichiarato i fratelli Mimmo e Augusto Parisi. Da una relazione tecnica di parte effettuata dall’ingegnere Salvatore Manzi è emerso infatti che, a causa delle lesioni presenti negli appartamenti accanto al fabbricato, le operazioni di demolizione andrebbero a danneggiare ulteriormente una situazione già di per sé compromessa, arrrecando ancor più pregiudizio alla staticità del fabbricato legittimo di Parisi Rosa. Inoltre, “la demolizione del corpo di fabbrica trapezoidale interrato comporterebbe inevitabilmente una modifica dello stato tensionale sotto il piano di posa del plinto di fondazione d’angolo” che potrebbe provocare, dunque, un cedimento. Serie le preoccupazioni da parte della famiglia Parisi che si sente ormai perseguitata da forze dell’ordine e tecnici che si presentato a casa ad ogni ora, spaventando anche i bambini piccoli. La relazione tecnica non sarebbe stata presa in considerazione nemmeno dalla ditta incarica di effettuare le operazioni di abbattimento, per le quali la famiglia dovrà sborsare circa 50mila euro. «Mia madre è anziana, ha 80 anni e prende poco più di 300 euro di pensione. Come può pagare 50mila euro, ora?», si chiede il figlio preoccupato per la salute della madre anche a causa dello stress che sta vivendo in questi giorni. L’abbattimento del vano tecnico, intanto, dovrebbe avere inizio lunedì mattina e la famiglia sembra essere intenzionata a lasciare casa durante i lavori, proprio per paura che anche la loro abitazione possa crollare, come ampiamente spiegato nella relazione dell’ingegnere Manzi, non tenuta minimamente in considerazione né dalla Corte d’Appello né dalla ditta che dovrebbe procedere con l’abbattimento assistito proprio per la delicata situazione dovuta alla vicinanza delle strutture che, già ora, riportano serie lesione e i cui lavori potrebbero solo aggravare ulteriormente la situazione. Un abuso edilizio, questo, commesso dalla madre e per il quale risponde ora il figlio per essersi preoccupato di pagare il condono edilizio a suo nome, in quanto ricoverata in ospedale, in quel periodo. La famiglia denuncia inoltre, la presenza di perizie giurate falsate dai tecnici, solo per procedere con l’abbattimento del vano tecnico che andrebbe ad intaccare, però, anche il fabbricato legittimato. Ora, la famiglia Parisi chiede la messa in sicurezza delle abitazioni e teme per la vita delle cinque famiglie che abitano lì.




Marino a confronto con De Maio

Pina Ferro

Per sei lunghi mesi al magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia Vincenzo Senatore e, ad altri magistrati ha raccontato di tutto: nomi, situazioni, episodi criminali di cui era a conoscenza e ai quali avrebbe partecipato. Trascorsi i sei mesi durante il quale ha reso fiumi di dichiarazioni, Carmine Marino ha sottoscritto il verbale di collaborazione con la giustizia e contestualmente ha aderito al programma di protezione che lo Stato riserva ai collaboratori di giustizia. Da poco più di un mese Nino Marino è in una località protetta. Anche i familiari del pentito hanno accettato il programma di protezione a loro riservato e, accompagnati dalle forze dell’ordine hanno lasciato la regione Campania. Anche per loro il luogo dove ora vivono resta top secret. In questa fase i magistrati della Direzione Investigativa Antimafia stanno mettendo a confronto le dichiarazioni rese dal neo collaboratore con quelle di Sabino De Maio, ex reggente del gruppo Pecoraro Renna che operava nella Piana del Sele, che ha deciso di cambiare vita da alcuni mesi. Sembra che i due abbiano fornito la propria versione dei fatti su numerosi episodi che li avrebbero visti protagonisti o di cui erano comunque a conoscenza. Al momento sono state depositate agli atti solo le dichiarazioni, di entrambi i collaboratori, che riguardano un processo su delle truffe assicurative consumatesi diversi anni fa tra la Piana del Sele e, i Picentini. Sono ancora molti gli interrogativi che attendono delle risposte. Risposte che dovrebbero arrivare dalle dichiarazioni che stanno rendendo i due collaboratori di giustizia. Sabino De Maio, fino ad oggi ha riferito di diversi episodi, e di alcune confidenze che gli sarebbero state fatte in carcere da alcuni detenuti (omicidio di Fratte). Alcune di queste rivelazioni sono state prontamente smentite dagli interessati. Ora bisognerà accertare se quanto affermato da De Maio, su determinati fatti, trova riscontro in quanto dichiarato da Marino sui medesimi fatti. Per anni Carmine Marino, secondo gli inquirenti, è stato a capo di un’associazione criminale che avrebbe gestito il malaffare, e soprattutto lo spaccio delle sostanze stupefacenti.




Accusati di violenze su minori Si riapre il dibattimento in Appello

Pina Ferro

Padre, madre e due amici di famiglia, un anno fa furono condannati con l’accusa di abusi su minori. Ieri, i giudici di appello non hanno accolto la richiesta del Pg che voleva la conferma delle pene. I giudici hanno riaperto il dibattimento per consentire l’acquisizione dei documenti depositati presso il tribunale dei minori e relativi ai fatti in oggetto. La decisione dei giudici di secondo grado è giunta nel tardo pomeriggio di ieri e, dopo che la difesa ha sottolineato più volte le contraddizioni emerse dalle dichiarazioni dei minori (oggi maggiorenni) e chiedendo anche di riascoltarli. Le richieste dei difensori non sono state accolte in toto. I giudici hanno solamente disposto l’acquisizione dei documenti processuali depositati presso il tribunale dei minori. Un incubo lunghissimo quello vissuto dalla coppia e dai due amici del padre e. al quale ancora non è stata messa definitivamente la parola fine. Accusati di aver abusato di tre fratellini (due maschietti e una femminuccia) di Montecorvino Rovella in primo grado furono condannati a complessivi 50 anni di carcere. I giudici della terza sezione penale del tribunale di Salerno, accogliendo molte delle richieste del pubblico ministero Roberto Penna condannarono a 13 anni di reclusione il padre, 12 anni e sei mesi per la madre (che, secondo l’impianto accusatorio sarebbe stata a conoscenza delle violenze e che avrebbe partecipato alle violenze); 10 anni e 4 mesi per due amici del padre, un 51enne e un 57enne, che avrebbero svolto dei giochi erotici e abusato dei bambini, i quali sarebbero stati concessi loro direttamente dal padre. Quest’ultimo li avrebbe ripresi anche con la telecamera durante i rapporti e li avrebbe bastonati se si rifiutavano. La sentenza di primo grado dispose per i quattro imputati l’interdizione dai pubblici uffici e accolto le richieste delle parti civili, che hanno ottenuto per i bambini una provvisionale di centomila euro a garanzia del risarcimento del danno da quantificare in sede civile.Ieri, in appello i legali hanno anche puntato l’attenzione sulle dichiarazioni dei bimbi alle assistenti sociali che li ascoltarono all’epoca dei fatti. Di quando ripetevano che volevano tornare a casa da mamma e papà.Insomma, ora si riapre in parte il dibattimento nel tentativo di fare piena chiarezza sull’intera vicenda. Nel collegio difensivo gli avvocati Pastorino, Ancarola, Capaldo, Quaranta.




Scafati. Per Aliberti, lo scioglimento è frutto di un complotto (i 4 articoli di oggi e gli 8 di ieri)

Complotto

—- Per Aliberti è tutto un complotto politico
L’ex sindaco, rimanendo sulla linea difensiva in sede giudiziaria, ritiene che tutte le accuse mossegli sono frutto del disegno degli oppositori
L’ex primo cittadino, dopo lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni camorristiche, si dice vittima di un teorema

Di Adriano Falanga
Una foto in compagnia dell’ex Vescovo della diocesi di Nola monsignor Beniamino Depalma, in occasione dell’apertura dei festeggiamenti della Patrona Santa Maria Delle Vergini del 2015, accompagna sulla sua pagina Facebook un lungo sfogo di Pasquale Aliberti, che letto tra le righe, è un formale atto di accusa verso coloro che lui identifica suoi nemici. “Non credo più in questa parte del paese Italia che con gli strani teoremi e le dichiarazioni dei presunti collaboratori di giustizia, in cerca di benefici, prova a rovinare famiglie che hanno costruito la loro storia con passione, amore e competenza. Non credo in questa Italia dal falso populismo, della demagogia di facciata che con le invenzioni dei proiettili, del trik trak, dello stalking e delle minacce anonime a distanza di più di tre anni è capace di inventarsi anche il mandante di una minaccia di morte. Non credo a questa Italia che davvero crede che un collaboratore di giustizia in carcere nel periodo delle elezioni e oltre, sostiene di aver fatto campagna elettorale per le regionali in 5 comuni, nessuno appartenente a quel collegio elettorale. Non credo a questa Italia che crede ad un collaboratore di giustizia su un patto elettorale stipulato da un amministratore con un giovane laureato, non malavitoso, a cui, secondo la stessa accusa, lo stesso politico avrebbe suggerito di prendere le distanze e sconfessare la propria famiglia malavitosa. Non credo in questa Italia i cui amministratori, pur non avendo mai concesso niente ad un ipotetico clan sono condannati ad andare in carcere perché un presunto pentito, per riferite persone parla di promesse, nonostante tutto, mai ottenute”. Proiettili, trik trak, stalking e minacce anonime possono essere facilmente identificati (considerati i fatti precedenti) in Pasquale Coppola, Vittorio D’Alessandro, Marco Cucurachi. Poi Aliberti tira in ballo anche un’altra figura importante, identificabile nell’imprenditore Nello Longobardi, nell’inchiesta indicato come persona offesa e informata sui fatti. “Eppure continuo a credere nella giustizia e che in questa vicenda alcuni presunti avversari politici si siano comportati con lealtà. Voglio restare un romantico ma allo stesso tempo devo pur chiedermi qual è il ruolo dell’imprenditore che era chiaramente a capo del clan?”. L’arringa prosegue e sostanzialmente richiama quanto già sostenuto dai suoi legali nella memoria difensiva depositata per evitare l’arresto. Una memoria a cui i giudici del riesame non hanno creduto. “Qual era il ruolo del politico che chiedeva voti in cambio di danaro? Qual era il ruolo del politico che minacciava la mancata stabilizzazione, assunzione della moglie in comune? Quale era il ruolo dell’oppositore che non ha mai pagato la tassa sui rifiuti o l’altro che voleva una semplice variante urbanistica per trasformare un terreno agricolo in zona commerciale? E’ possibile siano diventati paladini della giustizia, proprio loro?”. E qui ancora una volta tra le righe possiamo leggere i nomi di Vittorio D’Alessandro, Marco Cucurachi e Mario Santocchio. “E allora quanto coraggio abbiamo avuto o quanto siamo stati stupidi nel acquisire la proprietà di un noto esponente di un vero clan per realizzare un centro sociale a San Pietro, per gli anziani o i disabili? È duro rispondere, ti brucia dentro, soprattutto sapere che per questo Stato in certi casi si è confuso il concetto di legalità – continua ancora Pasquale Aliberti -Eppure, nonostante tutto continuo a credere nella magistratura e a pensare che questa stessa l’Italia è pur sempre un grande paese, o almeno provo a sperarlo. Lo faccio soprattutto per i miei figli Nicola e Rosaria, per alleviare loro le sofferenze di una storia che un giorno meriterà di essere raccontata senza ironia”.

—-Marra: «Non posso accettare da cittadino, avvocato e politico uno scioglimento da parte di un ministro del Pd»

L’increbile commento dell’ex consigliere comunale, alibertiana di ferro. Un’affermazione che suscita polemiche e interdizione per la portatta delle sue parole

A sostenere la tesi del complotto, o quantomeno della forzatura politica, è anche Brigida Marra, ex consigliera di Forza Italia e sicuramente l’alibertiana di ferro del secondo mandato sindacale, terminato con lo scioglimento per collusioni criminali.
«Abbiamo appreso con molta tristezza la decisione adottata dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro dell’Interno Marco Minniti, di “Scioglimento del Consiglio Comunale di Scafati ai sensi dell’art 143 del TUEL –spiega la forzista – Non voglio entrare nel merito delle motivazioni che non conosco e che pertanto, aspetto di conoscere. Posso già dire però, che da avvocato non riesco ad accettare e condividere un provvedimento che oggi, non può garantire il rispetto del principio di “terzietà” sancito dall’articolo 111 della Costituzione italiana dal momento che, si tratta di un provvedimento non adottato da un organo giurisdizionale. È questa la ragione per la quale, a prescindere da quelle motivazioni che non conosco, nella qualità di ex consigliere comunale insieme ai miei colleghi, presenteremo certamente ricorso – prosegue la Marra – Non posso da cittadina, da avvocato e da politico condividere che la fine di un consiglio comunale venga proposta da un Ministro che con tutti i rispetti, è un politico eletto senatore nelle liste del Pd».
Scrive ancora Aliberti: «Nulla contro il Ministro ma la mia città, quella che con passione in questi tre anni insieme ad una grande squadra abbiamo amministrato, merita di essere giudicata con un provvedimento che sia adottato nel rispetto del principio di “terzietà”, del contraddittorio tra le parti e del giusto processo da chi ha potere giurisdizionale. Fiducia nella magistratura».
(a.f.)


Strade vuote in una città atterrita per lo scioglimento
I cittadini sono frastornati e furiosi per l’onta subita a causa della classe politica

Non trovano pace gli scafatesi, non è certamente un buon momento per loro, che indirettamente pagano in prima persona scelte e decisioni prese da altri.
Dal settembre 2015, mese in cui la Dia, su mandato della Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno bussò alle porte di Palazzo Mayer, la città è piombata nel buio.
Le accuse sono di quelle pesanti e infamanti, l’etichetta di “città camorrista” potrebbe essere forse uno stereotipo offensivo e gratuito, ma il rischio è concreto, il senso di quest’anno e mezzo è questo, e ci vorranno anni per portare alla luce la verità. “Chi è causa del suo male, pianga se stesso”, “Ora anche gli scafatesi hanno il giorno della memoria”, “Vergogna a tutti coloro che hanno fatto in modo che avvenisse questo. Credo che nessun scafatese si riconosca in questo”, “Speriamo solo di risalire presto, dopo aver toccato il fondo”: questi i commenti più virali in rete, da cui è palese la delusione. C’è però chi assume le difese dell’ex amministrazione, puntando l’indice contro Mara Carfagna ed Edmondo Cirielli, stando a quanto crede il noto commerciante e “politologo” Domenico “Tormentone” D’Aniello. Dal Cotucit è il braccio destro di Michele Raviotta, Carmine Sorrentino, a palesare perplessità: “Scusate ma allora perché a Roma non hanno fucilato gli ultimi quattro sindaci e tutti i dipendenti comunali?” richiamando a Mafia Capitale. (a.f.)

no mafia

La curiosità. I numeri dei Comuni sciolti per camorra

Negli ultimi 5 anni sono molti in Campania i comuni sciolti per infiltrazioni camorristiche. Tra questi: Casal di Principe, Casapesenna, Gragnano, Pagani e Quarto. E’ al sud che c’è più del 90% dei Comuni sciolti per mafia dal 1991 a oggi. Con il concentramento in tre Regioni: la Campania dove dal 1991, secondo i dati di Avviso Pubblico, le procedure di scioglimento sono state 98 (10 annullate), Calabria (84, di cui 8 annullate) e Sicilia (66, di cui 4 annullate). Nel consiglio comunale sciolto ora a Scafati, in maggioranza, c’era anche il figlio dell’ex sindaco Bruno Pagano, la cui amministrazione fu sciolta per camorra nel 1993 per gli affari sempre con il clan Loreto, ma in particolare, all’epoca il gruppo era guidato da Pasquale Loreto, attuale collaboratore di giustizia e padre di Alfonso Loreto, uno dei principali accusatori dell’amministrazione Aliberti di oggi. E’ lui infatti il pentito che ha detto: “A Scafati il clan più potente è quello di Pasquale Aliberti”.

GLI 8 ARTICOLI DEL 28 GENNAIO 2017
—- Il Comune infiltrato dalla camorra

Finisce nel peggiore dei modi l’era del sindaco Aliberti: il consiglio comunale era sotto scacco della criminalità organizzata

Lo scioglimento delle assise cittadine deciso ieri dal Consiglio dei ministri su relazione del responsabile dell’Intero

Scafati_TheEnd
Di Adriano Falanga

“The End”. Termina nel peggiore dei modi la seconda amministrazione Aliberti. Non sono bastate le dimissioni, perché l’iter amministrativo legato alla relazione della commissione d’accesso è andato avanti, fino a determinare il drammatico epilogo. “Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno Marco Minniti, ha deliberato lo scioglimento per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata del Consiglio comunale di Scafati”. Così il comunicato ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a margine dell’ultima riunione, cominciata alle 9 e conclusa dopo poco più di un’ora, ieri mattina. L’argomento era già all’ordine del giorno dallo scorso dicembre, poi rinviato per le note e tristi vicende nazionali, quali emergenza gelo e terremoto. Scafati ripiomba così nel baratro totale, a quasi 24 anni dal primo scioglimento, decretato l’11 marzo 1993. Ieri come oggi sullo sfondo i rapporti tra le Istituzioni locali e la criminalità organizzata, ieri come oggi un nome comune: Loreto. Nel 1993 al vertice della camorra scafatese Pasquale Loreto, sullo sfondo le concessioni edilizie che hanno trasformato la città in un enorme dormitorio, relegandola a cenerentola dell’agro quanto a servizi e vivibilità. Oggi il Loreto che incastra l’amministrazione Aliberti è il figlio Alfonso. Entrambi pentiti, entrambi hanno confermato e raccontato gli intrecci tra il Palazzo e l’organizzazione criminale. Arriva così l’epilogo a seguito dell’inchiesta partita nel settembre 2015 che aveva portato avvisi di garanzia all’ex sindaco Pasquale Aliberti, a suo fratello Nello, la moglie consigliere regionale di Fi Monica Paolino, la segretaria comunale Immacolata Di Saia e lo staffista del sindaco Giovanni Cozzolino per i presunti legami con il clan Ridosso Loreto. Sul registro degli indagati una ventina di nomi, tra cui anche quello dell’ex consigliere comunale Roberto Barchiesi, dell’ex vice presidente Acse Ciro Petrucci, dei dirigenti comunali Maria Gabriella Camera (poi dimessa) e di Giacomo Cacchione, ancora in organico al settore finanziario. Fatale è stata la lunga relazione depositata dalla commissione d’accesso prefettizia, presente a Palazzo Mayer per sei mesi, dal marzo al settembre 2016. Un lungo dossier in cui sono stati riscontrati decine di atti amministrativi, concessioni, incarichi, appalti, nomine, che hanno convinto i commissari a chiedere lo scioglimento. A Dicembre l’insediamento del commissario prefettizio Prefetto Vittorio Saladino, a seguito delle dimissioni del sindaco Pasquale Aliberti. Dimissioni “forzate” dopo che il tribunale del Riesame di Salerno aveva confermato la richiesta di arresto a suo carico avanzata dalla Procura antimafia di Salerno. Entro il sette marzo si attende la definitiva pronuncia della Cassazione, anche se, venendo meno la reiterazione del reato non essendo più sindaco, Aliberti potrebbe affrontare il processo in libertà. Si attende adesso di conoscere la triade di commissari che si insedierà a Palazzo Mayer, traghettando l’ente in gestione straordinaria fino alle elezioni previste per la primavera del 2019. Non è certa la riconferma di Vittorio Saladino a presidente, mentre potrebbe restare la dottoressa De Angelis a cui si affiancherà un vice prefetto con competenze finanziarie. A breve sarà pubblicata la relazione del Prefetto di Salerno Salvatore Malfi, in cui sono note le dinamiche che hanno convinto il Ministero degli Interni ad assumere la decisione di sciogliere. La città piomba nel buio.

 

—-«Valuteremo ricorso al Tar»

“Apprendo con profondo dolore la notizia dello scioglimento del consiglio comunale di Scafati, dopo una indagine di lunghi mesi. Non sono più Sindaco ma sono certo della legittimità degli atti prodotti e della camorra che sempre abbiamo tenuto a distanza, adottando anche atti forti”. Così Pasquale Aliberti, sulla sua pagina Facebook. “Leggeremo le motivazioni e insieme agli avvocati valuteremo, da subito, un eventuale ricorso al Tar. È giusto che paghi chi ha commesso errori, non è giusto penalizzare una comunità se non ci sono chiari e validi elementi di condizionamento. È una battaglia di giustizia nei confronti degli scafatesi tutti perché sono certo che il sindaco e i loro rappresentanti istituzionali li hanno scelti sempre in libertà e nella democrazia”. Bocche cucite tra le fila della sua ex maggioranza, nessun ex assessore o fedelissimo proferisce parola, ma affidano a Mimmo Casciello la pubblicazione di una nota stampa congiunta. “Con profondo rammarico, apprendiamo della decisione del Consiglio dei Ministri di sciogliere il comune per infiltrazione camorristica. Attendiamo fiduciosi le motivazioni che hanno indotto a tale decisione. Scioglimento a cui è possibile presentare ricorso avendo in noi consapevolezza nell’ aver visto agire in ogni occasione questa amministrazione con trasparenza e correttezza. Non in modo solo formale ma sostanziale. Alla luce di tale certezza, difenderemo sempre questa esperienza politica e amministrativa con la speranza di far valere la verità”. Forse sarà per distrazione, ma mancano alcuni “like”, piuttosto rilevanti. La nota è firmata dai “Consiglieri e Assessori che hanno fatto parte della Maggioranza”.
(a.f.)

 

—-Addio ai Cda di Acse e Scafati sviluppo e incandidabilita degli eletti

Un azzeramento di un’intera classe politico-amministrativa per anni dominante in città

In base alla legge, lo scioglimento è disposto con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell’Interno, previa deliberazione del consiglio dei ministri, al termine di un complesso procedimento di accertamento, effettuato dal prefetto competente per territorio attraverso un’apposta commissione di indagine. Condizione dello scioglimento è l’esistenza di elementi “concreti, univoci e rilevanti” su collegamenti con la criminalità organizzata di tipo mafioso degli amministratori locali, ovvero su forme di condizionamento degli stessi, tali da incidere negativamente sulla funzionalità degli organi elettivi. Per giungere allo scioglimento non è necessario che siano stati commessi reati perseguibili penalmente oppure che possano essere disposte misure di prevenzione, essendo sufficiente che emerga una possibile soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata. Gli indizi raccolti devono essere documentati, concordanti tra loro e davvero indicativi dell’influenza della criminalità organizzata sull’amministrazione, anche a prescindere dalla prova rigorosa dell’accertata volontà degli amministratori di assecondare le richieste della criminalità. “I dati acquisiti evidenziano come, pur di accaparrarsi voti e vincere le competizioni elettorali, l’Aliberti non si fa scrupolo di entrare in contatto ed in accordo con il tessuto criminale del momento”, così i giudici del riesame, accogliendo la richiesta di arresto disposta dal pm antimafia Vincenzo Montemurro. Il decreto di scioglimento, con validità dai 12 ai 18 mesi (prorogabili a 24 mesi) determina la cessazione dalla carica di tutti i titolari di cariche elettive nonché la risoluzione di tutti gli incarichi ai dirigenti e consulenti nominati dagli organi sciolti. Addio quindi anche ai cda di Acse e Scafati Sviluppo.
Per le “prime elezioni” che si tengono dopo lo scioglimento nella regione nel cui territorio si trova l’ente interessato, non sono candidabili gli amministratori che “hanno dato causa” allo scioglimento stesso, previa tempestiva dichiarazione del tribunale civile, cui il Ministro dell’interno trasmette la proposta di scioglimento. Determinante saranno i nomi indicati nel decreto, ritenuti “corresponsabili” assieme al primo cittadino. Giunta e fedelissimi rischiano un procedimento giudiziario parallelo, oltre a non potersi ricandidare nel 2019. (a.f.)

 

—- «Un giorno brutto per la storia della città. Non ci sono alibi, la camorra era nelle istituzioni»

Da Fdi al Pd, dai reppubblicani agli ex alibertiani, e da M5s un coro unanime contro la gesione del sindaco Aliberti

“Un giorno brutto per la nostra Scafati, generato dalla politica amorale e familistica del peggior Sindaco di Scafati” lapidario Mario Santocchio. Fa eco il collega di Fdi Cristoforo Salvati: “è una notizia che crea rammarico anche in chi ha fortemente rappresentato il dissenso politico a questa amministrazione con impegno ed attenzione costante, perché’ la caduta di immagine della città non giova a nessuno. Bisogna ripartire dal ripristino delle regole e da una morale politica che liberi la citta” dai condizionamenti della criminalità”. Per Angelo Matrone: “Quanto successo oggi ci sia da lezione per i prossimi anni. Abbiamo regalato alla comunità una delle più brutte pagine di storia. Adesso si riparta da zero, dando vita anche a una rivoluzione interna in Municipio”. Impietosa la posizione di Marco Cucurachi, Pd: “Ora è ufficiale, la camorra era nelle Istituzioni e ha condizionato la vita amministrativa della nostra città, facendola tornare indietro di trent’anni. Non ci sono alibi, non ci sono scuse, chi ha governato in questi otto anni, accusando l’opposizione vera di tutto e di più, ha la responsabilità delle estreme e nefaste conseguenze del fallimento politico”. Non è da meno il collega Michele Grimaldi: “La camorra era entrata a Palazzo Mayer, ne condizionava le scelte, trasformava i diritti in favori, corrompeva, minacciava, strozzava vite, opportunità, sviluppo: negava come un cancro la possibilità dei cittadini di decidere in maniera libera e consapevole, del proprio futuro e di quello dei proprio figli. Rubava, sprecava e dissipava risorse, sottraeva spazi di democrazia e di economia a noi tutti, oscurava con la propria ombra le nostra strade, i nostri progetti, tutto ciò che di bello e di buono veniva piantato. E la nostra Scafati appassiva, tra campagne elettorali, ricatti, decadenze, balletti, colpevoli connivenze, vergognosi silenzi, un ex sindaco che si dimetteva per scongiurare il pericolo di arresto per camorra”. Margherita Rinaldi, segretaria cittadina dei democratici: “Scafati ha tante energie positive e belle che possiamo e dobbiamo recuperare. Sono convinta che ripartendo da quelle si può lavorare ad una stagione nuova che faccia dimenticare presto questa”. Ex alibertiano di Pasquale Coppola, Pasquale Vitiello chiede scusa alla città: “Pur non essendo addentro a queste dinamiche, pur avendo sempre esternato il dissenso rispetto a tematiche e processi che non condividevo. Le scuse di chi, motivato dal senso di appartenenza a questa comunità aveva deciso di dedicarle con impegno il suo tempo credendo in un sogno”. Giustizialista Raffaele De Luca, dei Repubblicani: “Quando si parlerà di aspiranti primi cittadini i primi che escluderemo sono chi per anni è stato con il sindaco dimissionario e di chi no, non bastano due anni per riciclarsi da politico senza macchia”. Dal M5S: “Ora si potrà far luce sulle tante ombre che hanno avvolto questa amministrazione comunale, la sua gestione e i suoi interpreti. Ci dispiace per la città, questa è un’onta per tutti i cittadini scafatesi e per il buon nome della città di Scafati, per i suoi imprenditori e per i suoi commercianti. Ci auguriamo che questo lungo periodo di commissariamento possa risollevare la città per poi andare al voto alla prima data possibile”. (a.f.)

 

—-Una bocciatura del sistema Aliberti

Alle 10,10 di ieri, La presidenza del Consiglio dei ministri pone fine la gestione del potere sotto il controllo del sindaco con un marchio infamante

Dirigenti nominati e sott’occhio del sindaco, assunzioni dirette, affidamenti sospetti, tutto finito nelle carte della dda e della commissione d’accesso

 

tutti a casa

Nel giorno della memoria, ritornano tutti gli orrori del passato a Scafati: come nel 1993, arriva lo scioglimento del comune per camorra. Non più solo una croce al valore civile e militare, non solo una città simbolo della Resistenza: piegata in due dall’asse tra politica e camorra, la città di Scafati ne esce sconfitta e commissariata. C’è lo scioglimento. Sono le 13:54 quando finalmente arriva la comunicazione ufficiale da parte del Consiglio dei Ministri che non lascia più adito a dubbi o a ipotesi complottiste: l’amministrazione comunale di Angelo Pasqualino Aliberti è stata sciolta per infiltrazione camorristica e si tratta di uno scioglimento per i legami tra i vertici politici e le organizzazioni criminali che durerà almeno 2 anni e soprattutto si tratta di un provvedimento arrivato su richiesta della Commissione d’Accesso a seguito di un pressing messo in campo dall’antimafia di Salerno e da più parti politiche. Il Comune di Scafati è stato sciolto per infiltrazione camorristica: di mattina la decisione nel consiglio dei ministri iniziato alle 9 e finito alle 10,10. Il ministro degli interni Marco Minniti ha messo la sua firma, confermata dalla presidenza della Repubblica, sullo scioglimento, annunciato oramai da mesi. Nel mirino della commissione d’accesso arrivata al comune di Scafati lo scorso 21 marzo, ci sono appalti, convenzioni, parentele tra assunti con famosi pregiudicati, ma anche la presenza di elementi vicini ai clan nelle gare d’appalto di palazzo di città, negli affidamenti, nelle nomine ed assunzioni. Tutto coordinato dalla regia di Angelo Pasqualino Aliberti e della sua gestione personalistica del potere. Dirigenti nominati direttamente e sotto il suo controllo, assunzioni dirette e affidamenti sospetti: un atteggiamento che la commissione d’accesso ha letto negli atti e vissuto nelle camere del potere di Palazzo Meyer. Il pool guidato dal viceprefetto Vincenzo Amendola, non lascia dubbi: Pasquale Aliberti e la sua squadra, erano finiti nelle grinfie del potere del clan e lo stesso sindaco, insieme a suo fratello Nello Aliberti, al fido staffista Giovanni Cozzolino ed alla segretaria comunale Immacolata di Saia, avevano creato un sistema di potere alleato della criminalità organizzata e del clan Sorrentino (i Campagnuoli) e anche con il clan Ridosso Loreto. Nella relazione del pool, citati come “alleati”, personaggi vicini anche al clan Matrone. Una realtà già messa in mostra dall’inchiesta Sarastra, coordinata dalla procura antimafia di Salerno e dal pm Vincenzo Montemurro per cui pende l’arresto al sindaco uscente e a Luigi e Gennaro Ridosso, due capi dell’organizzazione criminale. Un’inchiesta che si fonda anche sulle dichiarazioni del pentito Alfonso Loreto, figlio dell’ex ras Pasquale, e di Romolo Ridosso. La Commissione di Accesso presieduta dal vice Prefetto Vincenzo Amendola, dal maggiore dei Carabinieri Carmine Apicella e dal super consulente del Provveditorato alle Opere Pubbliche, Giuseppe Rocco, lavorava in città a stretto contatto con la Direzione Distrettuale Antimafia, con gli uomini della Dia coordinati dal Capitano Fausto Iannaccone, oltre che con un pool di tecnici esperti della Guardia di Finanza e funzionari prefettizi come la dottoressa Desiree D’Ovidio, non si è fatta sfuggire la gestione allegra e “sotto lo schiaffo” anche delle partecipate comunali e dello stesso piano di zona in cui erano stati assunti amici di amici e parenti di consiglieri e assessori comunali. Stesso discorso per alcune società che lavoravano con il comune e per le partecipate dove sembra ancora più forte la presenza delle mani del clan Ridosso Loreto. La decisione di inviare gli ispettori a Palazzo Meyer era stata presa di comune accordo dal Prefetto di Salerno, Antonio Malfi, dal Comitato Provinciale per l’ordine e la sicurezza, di concerto con il Procuratore Capo Corrado Lembo ed avallata dal Ministero degli Interni, Marco Minniti. Ora è tempo di attendere la relazione e di leggere cosa sia successo per davvero nelle mura di Palazzo Meyer negli ultimi 8 anni. Sullo scioglimento intanto si attende la pubblicazione ufficiale della relazione.

 

—-Già al via il toto commissari

E’ già toto nomi a Palazzo Meyer per l’arrivo della triade commissariale che gestirà il municipio per i prossimi 2 anni per “ripristinare la legalità” in ogni settore della vita pubblica ed amministrativa del Comune. In pole c’è la possibilità che resti il commissario prefettizio Vittorio Saladino arrivato dopo le dimissioni, lo scorso novembre, del primo cittadino. Possibile anche il ritorno di Desireè d’Ovidio e dello stesso consulente del Provveditorato alle Opere Pubbliche, Giuseppe Rocco. Il ruolo della triade che arriverà sarà innanzitutto cercare di ripristinare la legalità al Comune sarà azzerato ogni cda e ogni settore comunale: una decisione che sarà comunque presa dalla triade commissariale che a partire da lunedì e per i prossimi due anni gestirà il Comune.

 

—-Ecco le irregolarità riscontrate da magistrati e dalla commissione d’accesso agli atti

Dalla gestione degli alloggi popolari a quella delle aree affidate a pregiduicati, dall’Acse alla Scafati Solidali e quella Sviluppo agli appalti

Alloggi popolari affidati a pregiudicati, se non anche ad esponenti del clan, nomine di fedelissimi nelle partecipate, l’Acse in particolare, con lo scopo di affidare servizi e gestioni alle società del clan e poi promesse elettorali diventate assunzioni e nomine dirette a Palazzo Meyer: ecco cosa è uscito dal cilindro del pool anti mafia inviato dal Ministero per verificare l’attività amministrativa del Comune e che ha lavorato per mese tra migliaia di faldoni.

Alloggi popolari. Innanzitutto nel mirino ci sono gli alloggi popolari che sarebbero stati affidati in maniera non proprio legittima ed in particolare all’interno ci sarebbero anche alcuni pregiudicati che non avevano diritto ad occupare quelle case e non solo le avevano occupate in maniera abusiva, ma non erano neanche stati mai cacciati via dagli addetti ai lavori del Comune di Scafati.

Gestione di aree cittadine da pregiudicati. Stesso discorso anche nella presenza di pregiudicati in alcune gestioni di aree cittadine affidate non solo all’Acse, ma anche allo stesso comune di Scafati. Inoltre è stata verificata la presenza non solo di personaggi vicini alla criminalità organizzata, per quanto concerne affidamenti ed appalti, ma anche proprio nomine dirette fatte a parenti oppure a persone legate ad esponenti del clan.

Pompe funebri. È stata messa in luce anche la presenza di criminalità organizzata nella gestione dei servizi cimiteriali e soprattutto degli spazi pubblicitari dedicati alle affissioni funebri che erano finite nella piena disponibilità del clan Matrone.
Una realtà denunciata anche dal dirigente Giacomo Cacchione che ha messo in luce un’altra cosa segnalata dal pool antimafia: un clima di terrore anche per il modo in cui Di Saia e il sindaco gestivano la “res pubblica”.
Partecipate e società comunali, Acse, Scafati solidale e Stu. E’ finita nella relazione pool antimafia anche la gestione delle partecipate comunale di in particolare l’Acse in cui dalle dichiarazioni del pentito Alfonso Loreto era emersa la presenza del vicepresidente come un uomo del clan che avrebbe dovuto svolgere un ruolo pubblico per favorire le ditte appartenenti alla criminalità organizzata. Si tratta in questo caso di Ciro Petrucci, indagato nell’ambito dell’inchiesta che squarcia il velo del legame tra politica e camorra. Stesso discorso anche per la nomina di alcuni responsabili di settori comunali legati da vincoli di parentela con esponenti della criminalità organizzata locale. Alcune di queste nomine erano state fatte in maniera diretta dal sindaco Pasquale Aliberti. Anche la gestione della società Scafati sviluppo per la reindustrializzazione dell’area ex Copmes è finita nel mirino del pool antimafia che ha verificato una gestione procedurale errata di alcuni meccanismi interni ed inoltre anche segnalato la presenza di cooperative vicino alla criminalità organizzata nella gestione sia della vigilanza che anche dell’affare sicurezza.

Gestione degli appalTI. Come già segnalato dal procuratore Lembo in merito alla città di Scafati sarebbe stata evidenziata la presenza di alcune società vicine al clan dei Casalesi negli appalti comunali e quindi anche di società che addirittura erano finite nello scandalo mafia capitale. In particolare nei mesi scorsi era emersa la presenza di una ditta ed un pool di progettisti, Archicons e G&D, che avevano collaborato al progetto del polo scolastico per cui il Comune ha percepito dei fondi più Europa, ma di fatto non è stato realizzato. Era emersa anche la presenza di un architetto che aveva realizzato il bunker in cui si nascondeva Michele Zagaria, boss dei Casalesi: il professionista Domenico Nocera era stato scelto direttamente dal Comune di Scafati per effettuare dei lavori proprio in quell’area come in altri cantieri scafatesi.

GESTIONE PERSONALISTICA DEL POTERE – Una gestione personalistica del potere fatta di nomine e di incarichi dati in maniera illegittima e per cui ci sarebbe anche verificata la possibilità di voto di scambio in particolare con clientele messa in campo con l’aiuto di servizi come lo staff più Europa il piano di zona oppure il servizio civile. Verificata anche la presenza di infiltrazioni camorristiche che hanno influito attraverso palazzo Meyer, nella gestione dei parcheggi comunali ed anche in un’altra società che svolge servizi per il comune di Scafati.

IMMACOLATA DI SAIA. Uno dei perni centrali della relazione del pool antimafia che ha suggerito al Ministero degli Interni lo scioglimento del Comune di Scafati è il ruolo di Immacolata di Saia. La segretaria era presente in diversi comuni sciolti per camorra come Casapesenna, San Cipriano di Aversa, Casal di Principe, Trentola Ducenta e Battipaglia,e secondo i commissari non avrebbe rispettato il suo ruolo di garante della legalità in alcuni progetti come quello della ex Copmes ed anche del polo scolastico così come i numerosi altri appalti comunali. Ciò che viene contestato dal pool antimafia è anche una gestione allegra di tutte le procedure amministrative ed in particolare la creazione, insieme a Pasquale Aliberti di un meccanismo di potere che aveva portato alla presenza di clientelismo ed anche alla possibilità di far proliferare il voto di scambio dando una gestione personalistica diretta al Sindaco in appalti e servizi, ma anche nella gestione dei servizi sociali. Sarà la prima ad andare via, appena arriverà la triade commissariale.

IL CLIMA POLITICO. Dal 2011 ad oggi sono 63 i consigli comunali sciolti per infiltrazioni di stampo mafioso. L’ultima new entry di questo triste catalogo è il comune di Scafati. Scafati rivive quindi l’incubo dello scioglimento del marzo 1993 dopo 24 anni. Arriva la stangata dopo l’inchiesta che lo scorso 18 settembre 2015 aveva portato avvisi di garanzia all’ex sindaco Pasquale Aliberti, a suo fratello Nello, la moglie consigliere regionale di Fi Monica Paolino,la segretaria comunale Immacolata Di Saia e lo staffista del sindaco Giovanni Cozzolino per i presunti legami con il clan Ridosso Loreto. La lunga inchiesta ha una ventina di persone indagate e potrebbe anche avere risvolti ancora più duri a breve. Intanto a marzo scorso era stata inviata al comune di Scafati la commissione d’accesso che per mesi ha lavorato a Palazzo Meyer: a seguito del lavoro, la commissione ha proposto lo scioglimento del municipio per infiltrazioni camorristiche. Una richiesta già formulata mesi prima dall’antimafia e poi rimandata all’analisi della commissione d’accesso. Successivamente era arrivata la richiesta di arresto per il sindaco Pasquale Aliberti, su cui il giudice si è espresso favorevolmente condannandolo al carcere insieme agli esponenti del clan Ridosso Loreto. Nulla invece per suo fratello Nello Aliberti, tuttora considerato uno dei perni di questa indagine. Sulla questione si attende la decisione della Cassazione per il prossimo 7 marzo. Ora al comune di Scafati, già commissariato dopo le dimissioni del sindaco lo scorso novembre, arriverà una triade commissariale. I primi tre nodi da sciogliere: resterà il commissario Vittorio Saladino che aveva già improntato il lavoro al Comune? Chi saranno gli altri componenti della triade commissariale e poi: cosa c’è scritto e chi viene citato nella relazione che spiega i legami tra politica e camorra a Palazzo Meyer?

 

—- Ripercussioni per Forza Italia e molti politici dell’Agro

Non solo un “fatto scafatese”. Lo scioglimento del consiglio comunale di Scafati avrà sicuramente ripercussioni in tutta la provincia di Salerno. L’ex sindaco Pasquale Aliberti era uno degli uomini forti e maggiori portatori di voti di Forza Italia nel salernitano, difeso ad oltranza da molti esponenti politici anche nazionali del partito. La moglie, Monica Paolino, indagata assieme a lui in inchieste che ruotano sui rapporti tra politica e camorra, è per la seconda volta consigliera regionale di Forza Italia che l’aveva scelta per ricoprire l’incarico anche di presidente della commissione regionale antimafia, dal quale si era dimessa. Una situazione di grande imbarazzo per il partito e che non mancherà di causare guerre interne al partito, dove molti erano malpancisti del peso della coppia Aliberti-Paolino. Nell’Agro nocerino, poi, lo scioglimento del consiglio comunale per camorra e, quindi, l’assenza dalla scena politica per due anni dei rappresentanti politici scafatesi avrà un peso nel riconsiderare una stagione di gestione di enti consortili (come quella degli ultimi anni del Piano di zona per i servizi sociali, dove Scafati era Comune capofila) ma anche per quella degli anni futuri. Senza contare, inoltre, sulle ripercussioni in molti consigli comunali della zona, dove gli Aliberti avevano referenti ai quali davano anche forza politica e che ora sono senza “spalle coperte”. Gli effetti di questo scioglimento saranno ancora molti e imprevedibili.




Nocerina. “Condanne” della giustizia sportiva per i fondi neri

Fondi neri Nocerina: arrivano le ultime maxi-squalifiche

Il Tribunale Federale Nazionale, Sezione Disciplinare proscioglie dagli addebiti loro rivolti Aquino Orlando e Guarro Antonio; dichiara non doversi procedere nei confronti di Servi Andrea per le ragioni di cui in narrativa; in parziale accoglimento del deferimento con le precisazioni di cui in motivazione, infligge le seguenti sanzioni: Faiella Alfonso anni 4 (quattro) di inibizione; Citarella Giovanni e Citarella Christian anni 2 (due) di inibizione; Iovino Bruno mesi 6 (sei) di inibizione; Babatunde Olalekan Ibrahim, Cuomo Luigi, Giraldi Francesco, Giuliano Ferdinando, Marsili Massimiliano, Pignatta Luciano Ariel, Serrapica Giovanni mesi 2 (due) di squalifica; Borrelli Luca, Franzese Francesco, Iannelli Christian, Magliocco Roberto, Margarita Daniel Alfredo, Oliva Giovanni, Olorunleke Mathew, Pepe Marco, Perricone Aldo, Rana Luigi, Riccio Stefano e Tomacelli Giuseppe mesi 1 (uno) di squalifica.




Scafati/Pompei. Loreto jr “canta” politici e imprenditori

SCAFATI. La “cantata” di Loreto Jr continua e stavolta pare che il pentito abbia coinvolto politici e imprenditori. A ormai due mesi dal pentimento di Alfonso, figlio dell’altro super pentito della mala scafatese degli anni 90, Pasquale Loreto, continuano a 360 gradi le verifiche da parte degli inquirenti sulle dichiarazioni del capo-clan del binomio Ridosso-Loreto. Alfonso è ritenuto dagli inquirenti un pentito più che attendibile – almeno finora – e sembra che, sulla scorta delle sue dichiarazioni, siano circa una trentina gli imprenditori ascoltati, soprattutto negli ultimi trenta giorni. Imprenditori che a vario titolo sarebbero stati fiancheggiatori, vittime e prestanomi del ras Loreto jr.
LA RETE DEL CLAN – La Direzione Distrettuale Antimafia starebbe cercando di ricostruire la fitta rete dei collegamenti di Loreto con i vari esponenti della mala presente sul vasto territorio che va dall’Agro nocerino all’area vesuviana stabiese. Un altro collegamento su cui puntano gli inquirenti è il presunto “affaire” legato alla politica e sui collegamenti tra il sistema imprenditoriale, quello politico e del voto di scambio, anche su questo fronte Loreto jr avrebbe dato già valide indicazioni sull’influenza che avrebbe avuto nello scenario politico soprattutto nel periodo che va dal 2010 al 2015. I vari imprenditori locali, e non solo, che sono stati sentiti dagli uomini della Direzione Investigativa Antimafia si occupano dei più disparati settori, il clan Ridosso-Loreto era molto attivo per quanto riguarda soprattutto le estorsioni e l’usura. Numerosi i titolari di attività legate a cooperative di servizi, cooperative agricole, imprese funerarie, imprese di pulizia, imprese che si occupano di raccolta di scommesse, oltre a gestori di slot machines e del settore conserviero chiamati a chiarire i loro rapporti con Loreto e dare informazioni utili su indicazioni di voto suggerite da “Funzin”. Un lavoro lungo e mirato che sarebbe appena iniziato e che tra non molto potrebbe dare i primi frutti. Tutto dipenderà anche dal tempo che impiegherà Alfonso Loreto a vuotare il sacco su tutto ciò che ha saputo in questi anni di presenza sul territorio. La giustizia dà al collaboratore di giustizia un tempo massimo di sei mesi per dire tutto quello che è a sua conoscenza e le prime dichiarazioni per avvalorare la credibilità del pentimento e la veridicità della collaborazione di solito sono sempre quelle che riguardano i reati e gli atti criminali in cui il pentito ha avuto un ruolo primario e principale.
“L’INCUBO” BLITZ – Sembra avvicinarsi
su Scafati l’ennesimo terremoto giudiziario di venti anni fa dove a farne le spese furono la classe imprenditoriale e politica grazie alle dichiarazioni dei vari pentiti tra cui il padre di Alfonso Loreto. La principale analogia con allora, sul versante politico, è la presenza di una Commissione di Accesso a Palazzo Mayer. Esattamente 23 anni fa, dopo poco più di un mese dall’insediamento dei commissari, fu decretato lo scioglimento del Comune di Scafati per infiltrazioni malavitose, un’onta che tutti sperano non si ripeta anche questa volta. Dal 22 marzo scorso nella casa comunale è a lavoro la commissione di accesso per verificare la correttezza delle procedure adottate dall’amministrazione Aliberti e la sua permeabilità ad influenze esterne provenienti da ambienti criminali.
LE CIRITICITA’ SOTTOLINEATE DALLA COMMISSIONE D’ACCESSO – Dalle prime indiscrezioni sembra che le maggiori criticità siano individuabili nelle procedure adottate dalle partecipate comunali e dal Piano di Zona. Gli occhi della commissione guidata dal vice prefetto Vincenzo Ammendola sarebbero puntati soprattutto sugli incarichi esterni in cambio di servizi affidati senza gara aperta a ditte che potrebbero essere considerate come vicine al clan Loreto. Tutte ipotesi tuttora al vaglio e da verificare.
IL PRE-DISSESTO E I TAGLI – Il Comune di Scafati intanto è alle prese con una situazione economica che preoccupa molti, e farne le spese per ora sono stati soprattutto i servizi di guardiania a strutture come il Polverificio Borbonico e la Villa Comunale. Il comune avrebbe espresso l’intenzione di non servirsi più dei servizi delle guardie ambientali per il Polverificio e strana coincidenza esattamente dal 22 marzo, giorno di insediamento della commissione di accesso, sono spariti i 4 ex detenuti che pulivano e sorvegliavano la Villa Comunale, il servizio in Villa era fornito dalla ditta Gi.Ma, affidataria tramite il Piano di Zona dell’esecuzione del programma di reinserimento riservato a ex detenuti che espiano pene esterne. La Gi.Ma è anche la ditta di fiducia che ha effettuato nel tempo la pulizia degli immobili comunali all’Acse. La GiMa era succeduta nel tempo alla Maxiclean prima che questa diventasse “inattiva” e prima che cambiasse l’amministratore.
L’attuale Ad della Maxiclean risulta essere, oltre che titolare di altre attività, anche in forza alla GiMa e nel corso degli anni avrebbe beneficiato anche del programma di esecuzione pene esterne per ex detenuti. Le confessioni di “Funzin” Loreto da qui a breve potrebbero essere determinanti sull’esito della relazione della Commissione di Accesso che deciderà sullo scioglimento o meno del consiglio comunale in carica a Scafati.

Gennaro Avagnano




Settecento milioni fuorilegge

di Peppe Rinaldi

Avrebbero percepito dalle Asl della Campania rimesse non dovute perché le loro strutture non risultano in regola con i parametri fissati dalla legge. E potrebbero percepirne ancora altre in futuro. Soldi sottratti a chi, invece, la legge la rispetta fino all’ultima virgola dell’ultimo comma dell’ultimo regolamento. Danaro, tantissimo danaro, qualcosa come 700milioni di euro che il sistema sanitario regionale eroga complessivamente in favore di cliniche private e laboratori di analisi. E’ su questo che la procura di Salerno sta cercando di far luce nell’ambito di un’indagine aperta sul finire dello scorso anno, nata in seguito all’esposto del Fisi/Flp, sindacato autonomo di categoria che, evidentemente, è svincolato dalle logiche consociative tipiche – al netto dell’indipendenza vera di alcuni- delle sigle storiche dei difensori dei diritti dei lavoratori: almeno finora. II fascicolo è stato affidato ad un pm d’esperienza come Maurizio Cardea, il quale ha concesso delega d’indagine ai carabinieri del Nas, che stanno effettuando sopralluoghi e approfondimenti presso le strutture sanitarie individuate negli elenchi ufficiali dell’assessorato alla sanità. Già verificate alcune posizioni (Gruppo Silba e Clinica Malzoni a quanto è dato sapere finora) e già sentite alcune persone coinvolte a vario titolo nella vicenda. Altri centri medici, cliniche e laboratori saranno passati ai raggi X nelle prossime ore. Un bel grattacapo per gli inquirenti che si trovano dinanzi ad una sorta di Moloch, una bestia difficile non solo da domare ma proprio da comprendere nelle sue articolazioni e nel suo farraginoso impianto normativo. Per farla breve e per rendere l’argomento comprensibile ai nostri cinque affezionati lettori, basti dire che esistono delle regole che le case di cura ed i laboratori devono osservare nel momento in cui intendono svolgere un servizio in vece del sistema pubblico, che a questi centri si rivolge pagandoli per prestazioni che, al contrario, dovrebbe garantire direttamente. Nel mondo civile così funziona. Si tratta di regole stringenti, spesso fin troppo complicate ma, del resto, quando c’è da muovere danaro pubblico, piacciano o meno, quelle sono e bisogna osservale: se le rispetti i soldi ti toccano, se non le rispetti i soldi non devono né possono esserti dati e se io te li dò comunque allora la musica cambia entrando in quella che, drammaticamente, si chiama sfera penale: cioè, se incasso soldi, tra l’altro pubblici, senza avere i requisiti chiesti dalla legge commetto un reato e, con me, lo commette chi me li ha dati, chi ha favorito la cosa, chi doveva vigilare e non l’ha fatto, chi ha firmato le autorizzazioni e via dicendo. Insomma, ci siamo capiti. «Vaste programme» avrebbe detto qualcuno al cospetto di un’impresa titanica come quella di verificare, caso per caso, se le famose carte siano a posto: come si sa dietro a queste cose si celano sovente giganteschi giri di corruzione (quella vera, il lobbysmo è altra cosa) su cui pare di poter dire che non sempre l’attenzione delle autorità di controllo abbia puntato le proprie fiches. La torta complessiva della Campania, per questa specifica voce degli accreditamenti di settore, è di 6.890 posti letto (oltre agli ordinari si calcolano pure quelli per day surgery e day hospital) per quasi 700milioni di euro. Il grosso, inutile dirlo, lo assorbe la provincia di Napoli (il 52,5%), il resto le altre province. Salerno ha una quota pari al 16,8%, precisamente parliamo di 1.157 posti letto. Ma cosa si intende per «non avere i requisiti»? Semplice: ad esempio, che la struttura non è in regola con la normativa urbanistica, o non dispone delle autorizzazioni sindacali (del sindaco, non dei sindacati), o quelle degli enti contemplati dalla legge, a partire dalle stesse Asl che devono emanare pareri, etc. Tra i requisiti fondamentali c’è anche la dotazione in organico di un numero prestabilito di dipendenti e figure professionali: se è difettosa la pianta organica è come se mancasse la certificazione di agibilità della struttura che ospita la clinica o il laboratorio, o, ancora, l’autorizzazione dell’Asl all’esercizio dell’attività, etc. Ergo, il danaro -che è pubblico- non è possibile erogarlo. Invece, a quanto pare, si è erogato e si continua ad erogare. Sembra che la celebre convinzione che «tanto alla fine non succede nulla» stia per passare di moda.




Il tribunale di Sala Consilina è ufficialmente soppresso

Il tribunale di Sala Consilina  e’ ufficialmente soppresso e accorpato a quello di Lagonegro (Potenza). Dopo ore di trattative, tra il sindaco di Sala Consilina, Gaetano Ferrari, e il presidente del tribunale di Lagonegro, Matteo Zarrella, si e’ conclusa formalmente la consegna dell’immobile che ha ospitato per anni gli uffici giudiziari. Il primo cittadino di Sala Consilina rimarra’ il custode materiale delle chiavi dell’immobile del tribunale sino a lunedi’ 16 settembre, data in cui si terra’ a Lagonegro la riunione della commissione di manutenzione che dovra’ verificare la regolarita’ tecnico-amministrativa dei lavori effettuati presso la struttura della sede dei nuovi uffici giudiziari lagonegresi. Alla luce di tutto cio’, non e’ iniziato il trasferimento dei fascicoli giudiziari. “Continuiamo a combattere per il nostro tribunale – ha detto il sindaco di Sala, Ferrari – Aspettiamo l’esito della verifica tecnica dei locali della struttura ospitante ma siamo convinti che, al momento, essa non sia idonea a sopportare l’accorpamento dei due tribunali. Per questo chiederemo uno slittamento della soppressione del nostro tribunale”. Davanti al foro di Giustizia di Sala Consilina rimane, intanto, attivo il presidio di lotta dei manifestanti che si oppongono al trasferimento degli uffici giudiziari.




Cittadella, caos e altri rinvii

di Giuseppe D’Alto

“Da metà settembre gli ufficiali giudiziari delle sezioni soppresse saranno trasferiti a Salerno non si possono accelerare i tempi di consegna della palazzina B rispetto alla data del 30 settembre?” La proposta, apparentemente “innocente”, presentata dall’avvocato Bernardo Altieri nel corso della commissione consiliare di ieri mattina ha nuovamente scoperchiato il pentolone e fatto emergere nuove problematiche relative alla cittadella giudiziaria con l’ingegnere Di Lorenzo costretto a riferire che la palazzina B, quella assegnata alla sezione penale e civile, non sarà pronta per il 30 settembre. Un’ammissione che l’esponente dell’avvocatura salernitana non si aspettava. “Ci avevano assicurato che la palazzina B sarebbe stata pronta per fine mese ed invece abbiamo preso di questo ulteriore rinvio quasi casualmente – spiega l’avvocato Altieri”. Niente di tutto ciò in occasione delle inaugrazioni per la festività del Santo Patrono si terrà soltanto la prevista inaugurazione degli archivi che saranno consegnati il 19 settembre. Quisquiglie visto che si attendeva l’inaugurazione di almeno due palazzine per il 2013 ed il progressivo trasloco del tribunale nella nuova sede di via Dalmazia.
Secondo quanto riferito ieri dall’ingegnere Di Lorenzo la palazzina B, quella assegnata alla sezione civile e penale, sarà pronta, a meno di nuovi colpi di scena (sempre possibili quando si tratta della cittadella), soltanto a febbraio mentre il fabbricato C, leggermente più piccolo, non sarà pronto, com’era previsto, per la primavera del 2014. Una notizia che ha fatto storcere il muso agli esponenti dell’avvocatura salernitana e non solo. “E pensare che noi stavamo ragionando sulla proposta di rivedere le ripartizioni visto che, secondo quanto è stato disposto, si rischia di avere una vera e propria commistione tra civile e penale visto che è stato sposato il criterio della divisione per gradi di giurisdizione e non per settori – spiega Altieri. Noi spingiamo per una soluzione che tuteli maggiormente il cliente con l’assegnazione dei fabbricati per settori. Non si tratta di un fatto di comodità come qualcuno ha anche fatto intendere ma riteniamo che così si possa lavorare meglio”. Ma la strada che porterà al trasferimento degli uffici e delle aule giudiziarie del tribunale di Salerno nella nuova location è ancora lunga e quanto riferito ieri in commissione ha creato ulteriori malumori. “Ci si accomoda al tavolo del confronto per trovare soluzioni migliori, si discute per eventuali divergenze ma alla fine siamo ancora a discutere sulla data del trasferimento”. Una lunga odissea che sembra non trovare soluzioni ad anni di distanza dalla posa della prima pietra e con nessuna certezza sulla data entro la quale l’intera cittadella verrà completata (il progetto prevede altre tre palazzine).