Sentenze e mazzette, Chiesti 7 anni per il giudice De Camillis

di Pina Ferro

Sentenze pilotate e mazzette: chiesta la condanna a a sette anni per il giudice Giuseppe De Camillis e a 5 anni per l’ex parlamentare e consulente fiscale Teodoro Tascone. Le richieste sono state avanzate ieri mattina, dal pubblico ministero Elena Guarino al termine della requisitoia. L’udienza è stata celebrata dinanzi al giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Salerno Gennaro Mastrangelo. De Camillis e Tascone, come altri hanno scelto di essere processati con il rito dell’abbreviato. Martedì il pubblico ministero Elena Guarino aveva chiesto la condanna a due anni per Antonio D’Ambrosi di Nocera Inferiore e Angelo Criscuolo di Ascea. Chiesta imvece l’assoluzione per la Facon Gas e per Alfonso De Vivo per mancanza di prove. La scorsa settimana il pibblico ministero aveva chiesto la condanna ad 1 anno e 8 mesi di reclusione l’ex giudice tributario Fernando Spanò di Pomigliano d’Arco, per i segretari della commissione Giuseppe Naimoli di Salerno e Salvatore Sammartino di Sarno. Assoluzione, invece, è stata la richiesta avanzata per Franco Spanò, figlio di Fernando. A giudizio sono andati Vincenzo Castellano di Ariano Irpino e Andrea Miranda di San Valentino Torio che hanno scelto di essere giudicati con il rito ordinario. Il passaggio di denaro avveniva sempre in contanti, il giorno prima della decisione della commissione tributaria regionale. Dieci i casi accertati, di cui un solo ammontava a otto milioni di euro nei confronti di una società della provincia di Salerno. Le ma zette, che arrivano fino ai 30 mila euro, erano suddivise tra gli impiegati amministra- tivi dell’ufficio della commissione tributaria e i giudici, ai quali andava la parte più cospicua.




Investì e uccise due pedoni, condannata

di Pina Ferro

Investì e uccise due pedoni: condannata a 3 anni e 8 mesi la battipagliese Emma Fierro. La sentenza è stata emessa ieri dal giudice per le udienze preliminari del tribunale di Salerno Giovanna Pacifico dinanzi alla quale è stato celebrato il rito dell’abbreviato. Il pubblico ministero aveva chieso 6 anni poi scesi a 5 per il mancato risarcimento da parte dell’assicurazione. La tragedia si consumò intorno alle 19 del 1 settembre del 2018 in località Serroni Alto, di Battipaglia. Emma Fierro era alla guida della sua autovettura, una VolksWagen Polo con a bordo la figlia di quattro anni e sua madre. Le donne stavano facendo ritorno a Battipaglia dopo essere state a Montecorvino Rovella. La conducente nell’abbordare una curva, perse il controllo della vettura invadendo la carreggiata opposta. La Golf dopo aver impattato contro un muro di cemento investì duepedoni: Szabo Janos, 42 anni di nazionalità Romena e Singh Nachhatar 50 anni. Entrambi, stavano rientrando a casa dopo aver effettuato delle compere. Le mogli delle vittime nel procedimento penale si sono costituite parti civili attraverso l’avvocato Pasquale Pastorino. A seguito dell’impatto i due uomini furono sbalzati all’esterno della sede stradale decedendo sul colpo. Inutile si rivelò ogni tentativo di soccorso. Sul decesso dei due pedoni fu aperta un’inchiesta. L’associazione per la Tutela delle vittime Stradali, di cui l’avvocato Pasquale Pastorino è presidente fin dal primo momento si è attivato in tutti i modi per aiutare la famiglia Indiana e la famiglia del povero Szabo Janos padre naturale di un bimbo di 12 anni. In particolare l’associazione ha provveduto a proprie spese a sottoporre il piccolo al test del Dna in quanto la coppia di rumeni erano conviventi da oltre 15 e lavoravano e vivevano presso al stesso azienda agricola ma non erano sposati. Le parti civili ora devono attendere il risarcimento da parte dell’assicurazione non ancora arrivato.




Il giudice Antonio Mauriello contesta tutti gli addebiti

di Pina Ferro

Ha contestato tutti gli addebiti e negato di aver ricevuto mazzette in cambio di sentenze favorevoli. E’ stato sentito ieri, dal giudice per leindagini preliminari del Tribunale di Salerno, Pietro Indinnimeo, il giudice della commissione Tributaria Antonio Mauriello raggiunto, la scorsa settimana da ordinanza di custodia cautelare in carcere. Al termine dell’interrogatorio di garanzia il legale dell’indagato ha chiesto la scarcerazione. Intanto, il Gip ha rinviato gli atti al magistrato. Antonio Mauriello era già stato sottoposto alla detenzione domiciliare in seguito alle ordinanze eseguite lo scorso 18 ottobre. Secondo la Procura della Repubblica l’indagato sarebbe stato “destinatario di due dazioni di denaro di 5.000 euro ciascuna, ricevute in cambio della pronuncia favorevole al ricorrente per un valore complessivo dei contenziosi pari a circa un milione di euro”. Nella precedente ordinanza emessa ad ottobre, invece, sempre secondo gli inquirenti, avrebbe ricoperto il ruolo di ‘mediatore’ nell’iter corruttivo per ricorsi pendenti dinanzi alla Commissione Tributaria Regionale. La sua posizione si è aggravata con il prosieguo delle indagini. In seguito alle dichiarazioni rese in sede di interrogatorio da parte di due indagati, sottoposti a provvedimenti restrittivi, sono stati acquisiti, riferisce una nota della Finanza, “gravi indizi di colpevolezza nei confronti dell’uomo, riscontrati anche da acquisizioni documentali, inerenti gli altri due accordi corruttivi relativi a contenziosi tributari pendenti dinanzi alla commissione tributaria regionale”.




Sentenze favorevoli e assoluzioni in cambio di denaro e sesso

Prestazioni sessuali, soldi in contanti, preziosi, promessi e consegnati a più riprese dagli indagati accusati di corruzione a un magistrato in servizio presso la Corte di Appello di Catanzaro. E’ quanto emerso dalle indagini avviate nel 2018, condotte dalla Guardia di Finanza di Crotone e dirette dalla Dda in esecuzione di una ordinanza cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Salerno, Giovanna Pacifico, nei confronti di otto indagati, sette in carcere uno ai domiciliari. Tutti i destinatari delle misure cautelari sono gravemente indiziati, a vario titolo, di corruzione in atti giudiziari, in alcuni casi, aggravata dall’articolo 416 bis. Tra i destinatari della misura cautelare in carcere Marco Petrini, magistrato in servizio alla Corte di Appello di Catanzaro, e un avvocato del foro di Catanzaro, mentre a un collega del foro di Locri è stata applicata la misura degli arresti domiciliari. Quanto emerso da un’attività investigativa è una sistematica attività corruttiva nei confronti di un presidente di sezione della Corte di Appello di Catanzaro nonché presidente della Commissione Provinciale Tributaria del capoluogo di regione calabrese. Gli indagati sono accusati di aver promesso e consegnato al magistrato beni e utilità, prestazioni sessuali comprese, in cambio del suo intervento per ottenere in processi penali, civili o in cause tributarie, sentenze o comunque provvedimenti favorevoli In alcuni casi i provvedimenti favorevoli richiesti al magistrato e da questo promessi erano diretti a vanificare, con assoluzioni o consistenti riduzioni di pena, sentenze di condanna pronunciate in primo grado dai Tribunali del Distretto di Catanzaro, provvedimenti di misure di prevenzione, già definite in primo grado, o sequestri patrimoniali in applicazione della normativa antimafia, nonché sentenze in cause civili e accertamenti tributari.Oltre al magistrato, una figura centrale del sistema corruttivo sarebbe stata un insospettabile medico in pensione ed ex dirigente dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza. Oltre a “stipendiare” mensilmente il magistrato per garantirsi le sue funzioni, si sarebbe dato da fare per procacciare nuove occasioni di corruzione, proponendo a imputati o a parenti di imputati condannati in primo grado, nonché a privati implicati in cause civili, decisioni favorevoli in cambio di denaro, di beni o di altre utilità. Nello specifico, le azioni corruttive documentate anche attraverso intercettazioni audio e video, sarebbero servite a far riottenere il vitalizio a un ex politico calabrese che, nel corso della V Legislatura regionale, ricopriva la carica di consigliere della Regione Calabria già condannato nel 2014 a sei anni di reclusione e quindi non più beneficiario dell’assegno vitalizio per la carica rivestita. Beni e utilità venivano anche offerti per agevolare, per alcuni candidati, il superamento del concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato. Tra i destinatari delle misure cautelari emesse dal Gip di Salerno c’è Giuseppe Tursi Prato, ex consigliere della Regione Calabria. Condannato nel 2004 a 6 anni di reclusione, aveva quindi perso l’assegno vitalizio. I soldi al giudice Marco Petrini, 347 03 58 510 Amici di LeCronache www.cronachesalerno.it LeCronache Finisce anche il processo contro il clan Soriano di Filandari, nel Vibonese, fra le contestazioni mosse al magistrato della Corte d’Appello di Catanzaro, Marco Petrini, ed all’avvocato Marzia Tassone di Davoli (Catanzaro) del foro di Catanzaro. Secondo l’accusa della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Salerno, giudice ed avvocato si sarebbero resi protagonisti di un episodio di concorso in corruzione in atti giudiziari in quanto il giudice Marco Petrini – presidente della Corte d’Appello nel processo “Ragno” contro il clan Soriano – non si sarebbe astenuto nel decidere sulla richiesta della Procura generale di Catanzaro di acquisire nel processo le dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso (rampollo dell’omonimo clan di Limbadi) contro il clan Soriano, pur essendo l’avvocato Marzia Tassone (legale di alcuni imputati) la sua “amante stabile”. Nell’udienza del processo d’appello del 14 gennaio dello scorso anno, il giudice non ha ammesso il verbale del pentito ed in alcune occasioni avrebbe avuto rapporti sessuali – secondo la Guardia di finanza e la Dda di Salerno – con l’avvocato Tassone. Da qui l’accusa per entrambi di concorso in corruzione in atti giudiziari. Il giudice e’ finito in carcere, l’avvocato agli arresti domiciliari. stati promessi “per far adottare dal collegio giudicante un provvedimento favorevole rispetto al ricorso presentato da Tursi con il quale si chiedeva la declaratoria di ineseguibilità della sentenza di condanna definitiva al fine di consentire allo stesso Tursi il ripristino dell’assegno vitalizio regionale quale ex consigliere, di cui aveva beneficiato dal 2008 al 2014” per un ammontare complessivo di oltre 156mila euro. Emilio Santoro, che fungeva da intermediario, “consegnava al presidente Petrini una prima somma di denaro – scrive il Gip – per l’importo di 500 euro per l’interessamento di quest’ultimo finalizzato all’accoglimento del ricorso presentato da Giuseppe Tursi Prato”. “Il 17 ottobre Santoro e Luigi Falzetta incontravano nuovamente Marco Petrini che, in quella occasione, prometteva di consegnare a Santoro un documento prima del 2 novembre 2018, raccomandando massima riservatezza,aggiungendo le espressioni ‘Mario dì all’amico tuto che è amico mio che giorno 12 si fa’ e ancora ‘lui la causa l’ha vinta al 1000 per 1000’ e, nello stesso contesto, accettava un soggiorno gratuito presso una struttura gestita dallo stesso Falzetta a Brusson in Valle d’Aosta”.




L’Asl blocca piano terapeutico, il caso finisce in tribunale

di Erika Noschese

Una grave forma di distrofia muscolare e l’impossibilità di curarsi a causa di un’Asl Salerno che ha scelto di non rinnovare il piano terapeutico. E’ questa, in sintesi, la storia di Andrea – nome di fantasia – 17enne di Pagani che da sempre combatte contro una grave forma di disabilità. Andrea, infatti, non deambula e ha perso gran parte delle proprie autonomie. E proprio i medici dell’Asl gli hanno assegnato una terapia che deve fare per cinque giorni a settimana; iniziate le cure sperimentali poco tempo fa, con il monitoraggio continuo della capacità vitale polmonare sulla funzionalità cardiopolmonare, con parametri – per fortuna – ancora non compromessi i risultati sperati sono giunti in tempi quasi record che gli permette, tra le altre cose, di respirare meglio. Ma proprio questa terapia che sembra aver dato una svolta alla vita del 17enne di Pagani è stata interrotta: il giovane, ad oggi, rischia di fare dei passi indietro e forse in maniera irreversibile. Secondo i medici infatti la drastica interruzione della riabilitazione comporta la compromissione dell’intero percorso di cura, con ricadute sull’integrità, oltre che fisica, psicologica del ragazzo e della sua famiglia. E battersi per riottenere le cure è la mamma di Andrea che ha scelto di scendere in piazza. Ma non solo. Giovedì, tramite l’avvocato Domenico Vuolo ha presentato una diffida alla Asl che aveva 24 ore di tempo per dare una risposta e restituire al giovane le cure di cui necessita e che, di fatti, gli permettono di vivere più a lungo e in maniera dignitosa. Risposta, da parte dell’azienda sanitaria locale che non è giunta, tanto da spingere i genitori del 17enne dell’Agro nocerino di ricorrere al magistrato. Proprio nella giornata di ieri l’avvocato Vuolo, ha presentato un ricorso al Tribunale di Nocera Inferiore per chiedere con urgenza (ex. Art.700 c.p.c.) che il giudice ordini al Responsabile Riabilitazione del Distretto 60- Asl Salerno il rilascio dell’autorizzazione alla prosecuzione della terapia per Andrea. «Non era mai successo che in questa Asl si dovesse ricorrere al magistrato per ricevere cure che la stessa Asl ha prescritto come necessarie e urgenti. È un paradosso inconcepibile – ha dichiarato il legale della famiglia di Andrea – Siamo sicuri che il giudice riconoscerà il sacrosanto diritto di Andrea ad una terapia senza la quale, sono gli specialisti a dirlo, la sua salute rischia di essere compromessa per sempre. Ma sarà una triste vittoria, perché non è possibile in un paese civile assistere a cose come questa, e perché nessuno potrà ripagare Andrea e la sua famiglia delle sofferenze e delle ingiustizie che stano vivendo». Ora Andrea, per guarire, ha una sola possibilità ed è legata ad un giudiche che potrebbe imporre all’Asl di ristabilire il piano terapeutico dopo il blocco dei fondi che ha scatenato una reazione a catena che – lo scorso 17 ottobre – ha portato in piazza molte persone che chiedono la possibilità di potersi curare. Perchè la vita è sacrosanta e questo non va mai dimenticato.




L’appartamento al Crescent acquistato dal “giudice” Regolare ma fa discutere

Sono 8 gli appartamenti venduti ufficialmente al Crescent e tra questi vi è quello del giudice Ezio Fedullo. Una “polemica” sollevata nei giorni scorsi, a poche ore dall’udienza del processo che vede imputato l’ex sindaco di Salerno e attuale governatore della Campania Vincenzo De Luca che probabilmente sarà presente proprio domani al Tribunale di Salerno per rendere alcune dichiarazioni spontanee. Ma tra Fedullo e il Crescent c’è stato un solo “contatto”. L’ex giudice del Tar di Salerno – oggi in Consiglio di Stato infatti non ha mai partecipato alle udienze al Tar che rigurdavano l’opera sulle autorizzazioni paesaggistiche ma è stato consigliere del collegio nell’udienza sul ricorso presentato dalla Cogefer contro Comune ed Rcm per i diritti edificatori del “palazzone” oggetto di polemiche. Il giudice era presente nel collegio anche per le udienze relative all’opera pubblica di Piazza della Libertà. La denuncia e i dubbi arrivano da Rita Peluso, IL CASO / Fu componente del collegio giudicante al Tar in una causa contro Rainone cittadina salernitana, che dopo aver effettuato le verifiche del caso ha “scoperto” l’acquisto dell’appartamente da parte del giudice. “In seguito ad ispezione ipotecaria effettuata risulta che il dottor Ezio Fedullo ha acquistato un appartamento ed un garage nell’edificio Crescent – scrive Rita Peluso – ad oggi risultano solo 8 atti di vendita, regolarmente trascritti e pubblicati sull’Agenzia dell’Entrate- Ufficio Provinciale di Salerno- Territorio, Servizio Pubblicità Immobiliare. Fedullo, già magistrato in servizio al Tar di Salerno oggi è magistrato del Consiglio di Stato”.”Risulta dalla lettura del titolo del notaio – ha concluso poi la Peluso – che il prezzo pagato per gli immobili oggetto della vendita è di 1 milione e 700mila euro interamente pagato”. Dunque una nuova polemica che va ad inserirsi all’interno del complicato caso Crescent e che già fa discutere.




Giudice choc a Salerno: «Allatta? Il bimbo aspetti»

Il Tribunale di Salerno, ora Cittadella Giudiziaria, come l’Egitto dei Faraoni. Con giudici che agiscono in nome di un potere assoluto verso cui non esiste argine. Il caso che Cronache apprende da una giovane avvocato neo mamma, che proprio in virtù del discorso fatto all’inizio chiede di restare anonima, è clamoroso per non dire vergognoso. Una giudice onoraria di tribunale (Gop è l’acronimo) qualche settimana fa è giunta in aula con due ore di ritardo. Comportamento, ci dicono altri avvocati interpellati, usuale sia a lei che ad altri membri della casta togata. Fin qui passi pure, anche se un qualsiasi impiegato che arriva in ritardo come minimo subisce un procedimento disciplinare quando non addirittura di licenziamento. Passano 40 minuti, nel corso dei quali gli avvocati in fila cominciano a discutere le loro cause, e la signora decide che è tempo di fare una pausa. Abbandona la stanza e va a prendersi un caffé. E’ a quel punto che le si avvicina questa giovane avvocato e le chiede se per cortesia prima di andare al bar può affrontare il suo caso visto che è tardi e deve tornare a casa per allattare il figlio neonato. “Deve allattare? Il bimbo può aspettare, ci vediamo quando rientro”. Una risposta che hanno ascoltato distintamente anche altri avvocati presenti e che non è passata inosservata anche a un professionista che fa anche politica e che su questi casi dovrebbe spendersi, ma tant’è. “Ero così delusa e arrabbiata che stavo già per presentare un esposto al presidente del Tribunale per segnalare l’accaduto ma colleghi più esperti mi hanno sconsigliato di seguire questa strada”. Forse perché se un giovane avvocato si mette contro un giudice è esposto al pericolo di ritorsioni? Fatto sta che questo non è l’unico caso clamoroso. Pare infatti che sia in uso al Tribunale di Salerno non dare alcuna precedenza alle giovani avvocatesse incinte. Un protocollo firmato dal ministro della Giustizia e datato novembre 2016 stabilisce le misure di tutela della condizione genitoriale di magistrati, personale amministrativo e avvocati. Ma a sentire le donne che esercitano la professione a Salerno salvo rari casi di giudici coscienziosi puoi anche essere al giorno prima del parto ma nessuno di fa saltare la fila.




Commerciante induce giudice in errore, a giudizio

Pina Ferro

Con l’accusa di falso in induzione è stato rinviato a giudizio il noto imprenditore commerciale salernitano Armando Napoletano. Il prossimo 8 febbraio l’uomo comparirà dinanzi al giudice monocratico del Tribunale di Salerno. Il rinvio a giudizio è stato disposto dal giudice per le udienze preliminari del tribunale di Salerno Ubaldo Perrotta. Parte offesa un noto avvocato penalista del foro di Salerno. Il commerciante nel dicembre del del 2013 aveva chiesto al tribunale di Salerno l’emissione di un decreto ingiuntivo a carico del legale salernitano. L’avvocato avrebbe girato al commerciante un assegno a garanzia. Invece Napoletano con il decreto ingiuntivo ha indotto il giudice a ritenere il legale fosse debitore nei confronto dell’imprenditore. Questi i fatti. Il noto avvocato, nelle vesti di intermediario, aveva ricevuto da due clienti un assegno di 8490 euro che andava versato a Armando Napoletano. Dunque, l’avvocato doveva solo far arrivare il titolo al destinatario. Prima di consegnare il titolo ad Armando Napoletano, l’avvocato, a garanzia, lo gira (ovvero appone la propria firma sul retro). Pare che tale assegno non fosse neppure destinato all’incasso immediato. Successivamente, il commerciante avvia la procedura del recupero credito attraverso un atto ingiuntivo a carico dell’avocato salernitano il quale non aveva alcun ruolo nella vicenda se non quello di aver fatto da intermediario tra chi aveva emesso l’assegno ed il destinatario dello stesso. Il commeriante ha tratto in inganno il giudice del procedimento monitorio inducendolo ad emettere decreto ingiuntivo a carico del legale ed anche il giudice del successivo giudizio di opposizione, lasciando formare atti pubbili affetti da falsità ideologica, a cui ha fatto seguito la sottoposizione del pignoramento immobiliare




Bufera sul giudice Cioffi Indagano il Csm e Orlando

Nuovo capitolo sulla vicenda che riguarda Giuseppe Cioffi, giudice del tribunale di Napoli Nord e presidente del collegio che dovrà giudicare i fratelli del deputato di Forza Italia, Luigi Cesaro. Su Cioffi, infatti, sarebbe stata avviata una doppia indagine dopo la sua presunta partecipazione a una convention di Forza Italia ad Ischia nell’ottobre scorso. Il beneficio del dubbio è necessario: il magistrato, dal canto suo, continua a smentire la sua presenza a quell’appuntamento, nonostante la foto che lo ritrae con l’ex consigliere Francesco Salerno, appartenente al partito degli azzurri. Secondo il magistrato, sullo sfondo della foto ci sarebbe la bandiera di Forza Italia in quanto scattata nello stesso albergo ma il giorno successivo alla convention del partito. Sul caso del magistrato stanno indagando il Csm ed il ministro della Giustizia, Andrea Orlando che ha incaricato gli ispettori di via Arenula di avviare accerta- menti preliminari. Per il Guardasigilli si tratterebbe di una «prassi consolidata, se ci sono profili dubbi, anche a garanzia di tutti i soggetti coinvolti». Il Csm ha a sua volta aperto un fascicolo, affidandolo alla Prima Commissione. Un intervento sollecitato da tre consiglieri napoletani, Francesco Cananzi di Unicost, Lucio Aschettino e Antonello Ardituro di Area per «verificare la sussistenza di eventuali ragioni di incompatibilità», cioè se vi sono motivi per un trasferimento d’ufficio di Cioffi, « a fronte del rischio di un appannamento dell’immagine della magistratura». Il giudice Cioffi, impegnato nell’inchiesta che ha coinvolto Aniello e Raffaele Cesaro su cui pende l’ipotesi d’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, per presunti rapporti con la camorra in relazione alla vicenda del piano di insediamento produttivo di Marano, non sembra intenzionato a fare un passo indietro poichè non avrebbe mai intrattenuto rapporti nè con i suoi imputati, nè con il fratello Luigi, candidato con Forza Italia anche alle politiche del 4 marzo e pochi giorni fa destinatario di un avviso di chiusura indagini dalla Procura di Napoli Nord per voto di scambio. «Degli accertamenti avviati dal ministro Orlando non so nulla, ma di certo sto tranquillo dal punto di vista giuridico – assicura- Non ho mai conosciuto o frequentato i Cesaro, per cui non ho motivo di astenermi al processo che li riguarda. La norma del codice di procedura penale che parla di astensione dal processo prevede una casistica molto chiara, e io non vi rientro non avendo rapporti con i Cesaro o con loro familiari». «Non ho mai fatto politica e dal punto di vista del diritto mi sento a posto», ha ribadito ancora una volta il magistrato, spiegando di non capire su quali basi il Csm potrebbe intervenire. Ad insospettire, ancora una volta i magistrati, sarebbero i contatti che sui social avrebbe Cioffi ma – a detta di quest’ultimo – non sarebbero elementi validi su cui indagare: « Cosentino mi chiese l’amicizia su Facebook. Sono anche amico su Fb del consigliere regionale di Forza Italia Ermanno Russo, ma ribadisco che non mi sono mai interessato di politica». «Sto seriamente pensando di procedere dal punto di vista legale a tutela della mia immagine, perché ciò che è stato riportato non corrisponde al vero», ha sottolineato il magistrato. Intanto il legale dei fratelli Cesaro, Vincenzo Maiello, fa sapere che i suoi assistiti sono preoccupati dalle polemiche che, loro malgrado, sono scoppiate a latere del processo che li riguarda. Ed esprime l’auspicio «che la celebrazione del processo si svolga in un clima di assoluta serenità e con- dizione essenziale perchè i fatti vengano valutati nella loro oggettiva consistenza, al riparo da ogni condizionamento esterno».




Sentenze “aggiustate”: l’imprenditore Angrisani chiarisce la sua posizione e nega di aver ricevuto favori da Pagano

Ha chiarito la sua posizione e risposto a tutte le domande del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, l’imprenditore dell’Agro Nocerino Sarnese  Luigi Celeste Angrisani destinatario dell’obbligo di dimora nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’arresto del giudice Mario Pagano. L’imprenditore, assistito dall’avvocaro Silverio Sica, non si è avvalso della facoltà di non rispondere. Al giudice ha spiegato la sua posizione ed ha respinto le accuse di aver ricevuto favori dal giudice, nel corso delle udienze, in cambio di denaro. Ha fornito la propria versione dei fatti in merito alle intercettazioni ed alle contestazioni presenti nell’ordinanza emessa all’inizio del mese di dicembre.
Mario Pagano, già magistrato del tribunale di Salerno e attuamente in servizio al tribunale di Reggio Calabria, secondo l’impianto accusatorio avrebbe favorito gli impenditori amici nelle cause civili. L’indagine della procura di Napoli si è avvalsa della collaborazione della squadra mobile di Napoli e del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza.
Secondo l’accusa Pagano avrebbe ricevuto in cambio denaro a beneficio della società polisportiva Rocchese, di cui era responsabile, ma anche cucine e impianti di climatizzazione per un agriturismo a Roccapiemonte. Il giudice di Roccapiemonte era già finito sotto inchiesta nel 2016 per associazione per delinquere e rivelazione del segreto d’ufficio.  E infatti era stato trasferito a Reggio Calabria nel settembre 2016, per decisione del Csm (Consiglio superiore della magistratura) per incompatibilità ambientale.