Salerno, le nuove leve legate a Peppe D’Agostino. La mappa dei clan operativi su tutto il territorio di Salerno contenuta nella relazione della Dia

di Pina Ferro

La presenza a Salerno e nella sua provincia di organizzazioni di tipo camorristico con genesi e matrici criminali diverse, non consente una lettura unitaria del fenomeno. Le ragioni sono da rinvenire nella diversità geografica, storica, culturale, economica e sociale che connota le diverse zone del salernitano, che comprendono il Capoluogo, l’Agro Nocerino-Sarnese, la Valle dell’Irno, la Costiera Amalfitana, la Piana del Sele, il Cilento e la Vallo di Diano. La costante azione repressiva, alla quale hanno contribuito con le loro dichiarazioni anche i collaboratori di giustizia, ha prodotto effetti diversi sui gruppi colpiti. E’ quanto si legge nella relazione del secondo semestre del 2019 redatta dalla Direzione investigativa antimafia di Salerno diretta dal maggiore Vincenzo Ferrara (nella foto a destra)e pubblicata sul sito del ministero. Secondo la Dia, tispetto ai sodalizi di più recente formazione, che spesso si impongono nel territorio solo per brevi periodi, i gruppi storici si sono inseriti con loro imprese di riferimento nel tessuto economico, dove hanno impiegato ingenti risorse. Il traffico e lo spaccio di stupefacenti, in particolare hashish, marijuana e cocaina, approvvigionati da fornitori provenienti prevalentemente dall’hinterland partenopeo (con i quali i gruppi salernitani condividono anche altre, risultano le attività delinquenziali maggiormente diffuse nella provincia, nonché il prioritario canale di finanziamento e arricchimento. Inoltre, al pari di quanto accertato per la provincia di Napoli, anche in alcune zone del salernitano sono state individuate aree dove si coltivano droghe leggere (marijuana). Come già evidenziato in passato, un peso importante nell’economia dei clan locali rivestono l’usura e l’esercizio abusivo del credito, le truffe ai danni dello Stato e delle compagnie di assicurazione. Infine, uno dei settori maggiormente esposti alle infiltrazioni criminali è quello degli appalti, ambito nel quale, di frequente, si saldano condotte illecite di soggetti mafiosi, amministratori e dipendenti degli Enti che bandiscono le gare. A Salerno si conferma l’operatività del clan D’AGOSTINO nel traffico e spaccio di stupefacenti, nell’usura e nelle estorsioni, al quale fanno capo anche gruppi locali minori. Era il 5 agosto 2019, quando gli agenti della Questura eseguirono un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei responsabili dei reati di concorso in estorsione e tentata estorsione continuate, commessi da più persone e aggravati dal metodo mafioso: tra gli arrestati figurano un soggetto appartenente alla famiglia Viviani, con base logistica a Salerno nella frazione Ogliara, e un soggetto legato al gruppo D’Agostino. Il consolidato ruolo egemonico del clan D’Agostino segue anni di contrasti con sodalizi di più recente formazione, che avevano provato a scalzarlo, approfittando dell’esecuzione di provvedimenti custodiali, senza tuttavia riuscirvi per l’avvenuto arresto, nel tempo, dei loro stessi promotori e componenti apicali. Lo scompaginamento di quei gruppi non ha comunque minato l’operatività di affiliati a quelle organizzazioni nelle estorsioni e nei traffici di stupefacenti. Lo spaccio, che rappresenta una delle maggiori fonti di introiti illeciti, è di frequente il movente di omicidi consumati e tentati, riconducibili a contrasti per il controllo delle diverse piazze o al mancato pagamento di partite di droga, come attestato anche da provvedimenti recenti. Il 29 luglio 2019, personale della Polizia di Stato ha eseguito un provvedimento cautelare a carico di un soggetto, responsabile (unitamente al fratello, all’epoca dei fatti minorenne, destinatario pertanto di altro provvedimento), di un omicidio legato a quei traffici, consumato nel luglio 2017 (si tratta dell’omicidio di Ciro D’Onofrio per il quale è stato già condannato in promo grado Eugenio Siniscalchi). Il 7 agosto successivo, a Salerno, è stato gambizzato un giovane già noto alle forze dell’ordine, nipote della vittima del citato omicidio, denunciato dal padre dei fratelli arrestati, per aver esploso un colpo di arma da fuoco contro la sua auto il giorno dell’arresto del maggiore dei due figli. Nel mese di settembre, personale della Polizia di Stato ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare a carico dei componenti di due organizzazioni criminali dedite al traffico e allo spaccio di stupefacenti (eroina, cocaina e metadone), reati aggravati dall’aver utilizzato sostanze da taglio di pessima qualità, tali da aumentare le potenzialità lesive per gli acquirenti e dall’aver operato in prossimità di scuole e di strutture per la riabilitazione di tossicodipendenti. Le due associazioni, seppur collegate da un punto di vista soggettivo, poiché alcuni indagati partecipavano alle attività illecite di entrambe, “…avevano comunque strutturazioni autonome, diverse organizzazioni, diversi canali di rifornimento e differenti zone territoriali di competenza…”: un gruppo ha operato prevalentemente a Salerno, nel rione Petrosino e nel quartiere Calcedonia; l’altro si sarebbe spinto fino alla zona di Vietri sul Mare.

Nell’Agro Nocerino Sarnese alleanza con i clan Napoletani

Nel contesto territoriale salernitano, l’Agro Nocerino-Sarnese è la zona dove, in passato, si sono radicate agguerrite organizzazioni camorristiche, alcune delle quali scomparse dalla scena criminale per effetto di provvedimenti cautelari e della collaborazione con le autorità di elementi di spicco. Ciò ha comportato una rilevante mutazione della mappatura criminale, poiché molti dei suddetti clan si sono sfaldati in gruppi minori autonomi, alcuni dei quali retti dagli individui di maggiore caratura criminale provenienti dai vecchi sodalizi. La nuova architettura delinquenziale ha, negli anni, consentito a clan meglio articolati, provenienti dalle limitrofe province di Napoli ed Avellino – quali i gruppi Fontanella di Sant’Antonio Abate (Na), Cesarano di Pompei (Na), Aquino-Annunziata di Boscoreale (Na), Graziano di Quindici (Av) – di ampliare la loro sfera d’azione. I traffici di stupefacenti sono tra le principali attività illecite dei sodalizi locali, che spesso interagiscono tra loro: una di queste realtà criminali è stata oggetto di un’indagine conclusa dai Carabinieri nel mese di ottobre con l’esecuzione di una custodia cautelare nei confronti dei componenti di un clan – dedito a traffici di stupefacenti (cocaina, crack, eroina, hashish) in diversi comuni dell’area nord della provincia di Salerno – capeggiato da un pregiudicato domiciliato a Nocera Inferiore e tra i cui sodali figura un affiliato al gruppo Fezza -D’Auria- Petrosino di Pagani. Esaminando nel dettaglio le dinamiche relative ai singoli Comuni, si conferma l’elevata fluidità degli assetti criminali di Nocera Inferiore, caratterizzati dall’operatività del clan Mariniello e dal consolidamento di nuovi gruppi, che fanno capo a figure storiche della criminalità locale, inseriti in tutti i settori dell’illecito propri delle associazioni camorristiche (spaccio di stupefacenti, infiltrazione negli appalti pubblici, usura, estorsioni). Al riguardo, il 23 luglio 2019, i Carabinieri hanno eseguito un provvedimento cautelare per il reato di traffico e spaccio di stupefacenti: l’indagine ha consentito di smantellare consolidate piazze di spaccio nelle zone di Nocera Inferiore e Nocera Superiore. A capo dell’organizzazione figurava un soggetto originario di Nocera Inferiore che, per poter esercitare l’attività di spaccio in quel comprensorio, versava una tangente a un pregiudicato di Nocera Inferiore, in passato inserito nel clan Contaldo e poi divenuto capo di un gruppo autonomo. Ad Angri, le attività di contrasto hanno ridotto in modo significativo l’operatività dello storico clan Nocera, alias “i Tempesta”, e innescato le mire espansionistiche di giovani pregiudicati, appoggiati da gruppi del vicino entroterra vesuviano. Dell’effervescenza del panorama criminale locale sono indicativi alcuni attentati dinamitardi contro affiliati al gruppo ocera. A Pagani si conferma l’egemonia del clan Fezza -Petrosino -D’Auria, che seppure oggetto di diverse operazioni di polizia giudiziaria condotte nel tempo, mantiene una notevole forza militare, ingenti ricchezze e controlla diversificate attività economiche, forte anche di consolidati rapporti con il mondo imprenditoriale e settori della politica. A Sarno, il gruppo egemone è il clan Serino, dedito prevalentemente ai reati di estorsioni, usura, traffico di stupefacenti, i cui proventi illeciti sono reinvestiti in attività commerciali e ricreative: anche questo sodalizio ha, in passato, intessuto rapporti finalizzati allo scambio di reciproci favori con alcuni rappresentanti delle istituzioni locali. Anche a Sarno operano nuove leve criminali, non in contrasto con la famiglia Serini, dedite prevalentemente a traffici stupefacenti. A San Marzano sul Sarno e San Valentino Torio, venuto meno il predominio del gruppo Adinolfi, il conseguente “vuoto di potere” è stato colmato da consorterie provenienti dalle vicine province di Napoli e Avellino, che hanno lasciato spazio a nuove leve che, pur non contigue a contesti di camorra, operano in modo organizzato. A Sant’Egidio del Monte Albino e Corbara la disarticolazione del clan Sorrentino ha generato un contesto criminale connotato dall’assenza di una locale consorteria camorristica di riferimento, dove sono operativi soggetti già inseriti nel citato gruppo, affiancati da elementi riconducibili alle organizzazioni attive a Pagani e Nocera Inferiore. Il territorio di Scafati, zona di confine tra le province di Napoli e Salerno, risente dell’influenza dei clan napoletani Cesarano di Pompei, Aquino-Annunziata di Boscoreale, D’Alessandro di Castellammare di Stabia. La principale consorteria locale è il sodalizio Loreto-Ridosso, dedito al traffico di stupefacenti, all’usura, alle estorsioni, i cui proventi sono reinvestiti in attività economico-produttive della zona e negli appalti pubblici, per i quali indagini del passato hanno rivelato rapporti con esponenti politici e della Pubblica Amministrazione. Nel comune sarebbero operativi soggetti facenti parte del locale gruppo Matrone, storicamente alleato al clan Cesarano, che opererebbero in sinergia con il citato sodalizio Aquino Annunziata.

Il tentativo di ingerenza del clan Zullo in alcune attività amministrative

Sul territorio vietrese, dove in passato si era imposto il clan Bisogno di Cava dei Tirreni, più di recente si è affermata la famiglia Apicella, oggetto di diverse attività investigative che ne hanno limitato l’operatività ed evidenziato gli interessi criminali nella gestione di stabilimenti balneari, dei servizi di soccorso, rimozione e custodia giudiziale dei veicoli (attraverso società intestate a prestanome), nella consumazione di rapine ed estorsioni. Il comune di Cava De’ Tirreni, ricade storicamente sotl’influenza criminale del clan Bisogno, dedito alle estorsioni e all’usura, al traffico e spaccio di stupefacenti, ambito nel quale opera attraverso il gruppo Zullo. A carico di affiliati ed esponenti apicali di quest’ultimo sodalizio, a marzo 2019, personale della Dia di Salerno ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare per associazione di tipo mafioso. Il provvedimento scaturisce dall’operazione “Hyppocampus”, conclusa a settembre 2018, con l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare per il reato di associazione di tipo mafioso finalizzata alla consumazione dei reati sopra menzionati. Ulteriori approfondimenti investigativi hanno fatto emergere un tentativo di ingerenza del clan Zullo (nella foro Dante Zullo) in talune attività amministrative del comune di Cava de’ Tirreni, tramite un ex esponente pubblico, indiziato del reato di scambio elettorale politico-mafioso in ordine alle consultazioni elettorali per il rinnovo del Consiglio Comunale del maggio del 2015. Il 18 dicembre 2019, personale della Dia di Salerno ha dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare a suo carico.

L’alleanza tra i Pecoraro – Renna e il clan De Feo

Il comune di Eboli, è stato, fino agli anni ’90, soggetto all’egemonia del clan Maiale. Le operazioni di polizia e l’adesione di esponenti apicali e affiliati al programma di collaborazione con la giustizia ne hanno minato le potenzialità criminali. Alcuni affiliati hanno cercato di ricostituire il sodalizio, senza tuttavia riuscire a raggiungere il vecchio livello di organizzazione. Allo stato, nell’intera area ebolitana si registra una fase in evoluzione, connotata dall’assenza di carismatiche figure di riferimentoduttivi, in particolare dell’indotto caseario derivante dall’allevamento delle bufale. A Battipaglia è egemone il clan Pecoraro -Renna, la cui gestione è affidata a uomini di fiducia dei leader storici, detenuti, i cui compiti prioritari sarebbero, al momento, quelli di acquisire risorse per mantenere le famiglie degli associati in carcere e di mantenere il controllo delle principali attività illecite (traffico di stupefacenti ed estorsioni). Uno dei suoi punti di forza sono le alleanze con i gruppi napoletani Cesarano e Mallardo o con clan della stessa provincia salernitana – un tempo rivali – quali il clan De Feo. Nel periodo di riferimento, anche nella zona industriale di Battipaglia si sono verificati alcuni gravi episodi che hanno provocato danni all’ambiente. A Bellizzi, Pontecagnano Faiano, Montecorvino Rovella e Pugliano opera la menzionata famiglia De Feo che, al pari del neo alleato gruppo Pecoraro -Renna, grazie ad accordi con altre consorterie, starebbe provando ad ampliare la sfera di operatività. Alla descritta alleanza si fa riferimento anche nell’ordinanza eseguita il 1 agosto 2019 dai Carabinieri, a conclusione di indagini che hanno accertato l’esistenza di un accordo finalizzato al controllo dello spaccio di stupefacenti, con la costituzione di una “cassa comune” e la successiva spartizione degli “utili”. Il 15 ottobre successivo, personale della Dia di Salerno ha eseguito un provvedimento cautelare a carico di due pregiudicati, tra i quali il capo del gruppo De Feo, indiziati di estorsione aggravata dal metodo camorristico




Eboli, il Nas visita l’Hospice I carabinieri avrebbero riscontrato criticità negli spogliatoi e aree condivise con il 118

L’Hospice “Il Giardino dei Girasoli” di Eboli nuovamente sotto i riflettori delle forze dell’ordine. In questi giorni, infatti, i carabinieri del Nas di Salerno hanno eseguito dei controlli nella struttura residenziale della Asl Salerno –  specializzata in cure palliative- assurta agli onori della cronaca nel 2018, insieme all’Unità di Medicina legale, per una inchiesta su presunte violenze e truffe.
Poco trapela sulla visita eseguita dai militari del Nucleo specializzato. Secondo le prime indiscrezioni, sarebbero state riscontrate carenze organizzative relative all’utilizzo di alcune aree di pertinenza del Centro ma, di fatto, in uso al servizio di 118. Ma non solo. La stessa organizzazione relativa agli accessi in entrata e in uscita dell’emergenza chiederebbe qualche chiarimento.
Le bocche restano cucite. Non trapela nulla e si attendono interventi anche da parte della stessa direzione strategica, guidata da Mario Iervolino, oggi direttore generale e due anni fa, invece, Commissario, quando sospese i dipendenti finiti nell’inchiesta.
Ma facciamo un passo indietro. Cosa accade nell’ottobre di due anni fa?
Parte l’inchiesta. Questa scatta dopo la denuncia di una infermiera che aveva notato la mancanza in farmacia di quattro fiale di morfina. Di qui le indagini che portarono i carabinieri del Nas (coordinati all’epoca dal maggiore Vincenzo Ferrara; sostituto procuratore Elena Guarino), a scoperchiare un vero e proprio vaso di Pandora. Pizzicati i dipendenti (medici, dirigenti e infermieri specializzati) che si assentavano ingiustificatamente – anche per l’intera giornata – da lavoro dopo aver timbrato; che utilizzavano l’auto di servizio per faccende personali; che falsificano le schede dei report di accessi giornalieri; che falsificavano le firme dei pazienti relativamente alle prestazioni ricevute. Trovato, all’epoca, a casa di alcuni indagati, materiale «prelevato» dalla farmacia: da medicinali ospedalieri costosi a garze e siringhe. I riscontri evidenziarono le minacce di un sindacalista perpetrate nei confronti dell’infermiera per farle fare «marcia indietro». Diciotto gli indagati, undici quelli destinatari di misure restrittive. Trentotto i pazienti presi in carico dall’ Hospice e che, non sempre, ricevevano le cure del caso. I reati contestati, a vario titolo e ruolo, furono  concorso formale in truffa aggravata, peculato, abuso d’ufficio, omessa denuncia, omicidio.



Il Covid Hospital separato da una tenda Caso ad Eboli, «Occorre sicurezza»

di Andrea Pellegrino

Mezzo Covid Hospital, mezzo ospedale normale a tutti gli effetti. Il tutto diviso da una tendina. Accade ad Eboli, ospedale “Maria Santissima dell’Addolorata”, uno dei primi plessi sanitari finiti nell’occhio del ciclone dopo il trasferimento di una paziente dal Campolongo Hospital risultata poi positiva al tampone e successivamente, purtroppo deceduta. Nonostante la corsa ai ripari all’ospedale di Eboli mancherebbero ancora presidi di sicurezza necessari per la struttura e anche per il personale sanitario. Numerose solo le segnalazioni ora messe nero su bianco anche attraverso una interrogazione presentata dai consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle, Michele Cammarano e Valeria Ciarambino. Per fronteggiare l’emergenza sarebbero stati creati appositi spazi, attivando un reparto di alto isolamento per i contagiati da Coronavirus. Qui inizialmente sono stati trasferiti tre pazienti dal reparto di malattie infettive per lavori di ristrutturazione urgente. «Alcuni pazienti sono stati allocati nelle camere con doppio porta di isolamento e zona filtro ed altri in una camera di degenza sprovvista di doppia porta di isolamento e di zona filtro», si legge nell’interrogazione. Criticità che hanno messo in allarme il personale sanitario: «In particolare, segnalano criticità sul corretto funzionamento del reparto, non operativo da tempo e sulla mancata formazione in merito alla gestione del paziente Covid 19, alle modalità di vestizione, svestizione e al corretto utilizzo dei relativi dispositivi di protezione individuale».




Distanze non rispettate, provvedimenti poco chiari la grande paura di viaggiare

di Adriano Rescigno

Covid-19, che caos, in tilt anche le prenotazioni delle agenzie di viaggio e con una norma poco chiara e non univoca la baraonda generale è a solo un grado di separazione. In queste ore di concitazione e preoccupazione per quanto accade nell’ospedale di Eboli, una storia di approssimazione circa la gestione dell’emergenza e dei disagi che comporta, viene raccontata da Katia Aliberti, titolare dell’agenzia di viaggi salernitana “City Break viaggi e turismo”. «Come agenzia di viaggi abbiamo programmato a settembre 2019 un viaggio di gruppo a Praga, dal 18 marzo 2020 al 21 marzo, con 48 partecipanti confermati». «Nello specifico – continua la titolare – la situazione che si è creata è davvero paradossale e drammatica, ci sono tutte le condizioni per dover annullare il viaggio ma l’impossibilità a farlo perché nessun rimborso sarebbe previsto per i miei clienti». Non solo mancati rimborsi, ma anche la paura di un contagio a bordo del veivolo gioca una parte importante nella storia, infatti: «La compagnia aerea ha il volo confermato da Napoli, ma la Repubblica Ceca ha bloccato i voli con partenza da Milano, Bologna, Venezia e Verona, creando così le condizioni per far sì che persone bloccate in una delle zone con gli aeroporti rifiutati dallo stato estero, decidano di imbarcarsi lo stesso da Roma, Napoli o qualsiasi altro aeroporto del Centro-Sud, e dunque – dice Katia – I miei clienti, ed anche io, che mi sento responsabile per loro, non possiamo accettare di partire in queste condizioni rischiando oltre che per la nostra salute (staremo a distanza molto minore di 1 metro, contravvenendo completamente al decreto ministeriale del 4 marzo, visto lo spazio esistente tra i sedili in aereo – circa 40 centimetri – , senza garanzie di stato di salute e provenienza di chi sarà seduto accanto a noi), ma soprattutto, rischiando di essere bloccati all’arrivo a Praga, in quarantena, se uno solo dei 48 miei clienti dovesse avere una temperatura di 37.2 gradi, che a volte è anche la normalità». «La compagnia non risponde alle mie svariate richieste di cambio data applicando, invece, una penale per il cambio data e il ministero non ci tutela, non si può lavorare così tra poca chiarezza e paura».




Col Coronavirus ricoverata in Medicina Caos ad Eboli, sanitari in quarantena

di Andrea Pellegrino

Con il coronavirus viene ricoverata nel reparto di medicina generale dell’ospedale di Eboli. Accade, in barba ad ogni protocollo sanitario (o comunque sottovalutandolo) sancito fin dall’avvio dell’emergenza, ad una signora di 72 anni di Pompei, dapprima sottoposta alle cure del Campolongo Hospital, poi a quelle del “Maria Santissima Addolorata”, dove, solo successivamente al ricovero – in un reparto non consono – è stato effettuato il tampone, risultato positivo. Insomma la donna era ammalata di coronavirus ma fino a qualche ora fa nessuno se ne era accorto. I primi sospetti la scorsa sera quando sono peggiorate le condizioni della donna, ricoverata al Campolongo Hospital per un intervento chirurgico all’anca. Da qui, nella serata di giovedì, il trasferimento, per una polmonite nosocomiale, in una ambulanza, all’ospedale di Eboli, con l’arrivo al pronto soccorso, bypassando la tenda appositamente installata per i casi sospetti. La successiva visita e la tac avrebbero accentuato i sospetti dei medici. Non tanto, però, da far trasferire la donna in un apposito reparto. Così fino al pomeriggio di ieri la 72enne è stata ricoverata nell’affollata medicina generale, nelle ore di visita, aperta al pubblico, parenti compresi. Ad insospettire ulteriormente i medici il racconto di un familiare che avrebbe svelato le condizioni influenzali di un figlio della 72enne ritornato recentemente dalla zona di Lodi. Da qui il tampone e il trasferimento della donna all’ospedale “Cotugno” di Napoli per le cure del caso. Una serie di errori che ora rischia di far degenerare ulteriormente la già complessa vicenda nel salernitano. Fin da ieri pomeriggio si cerca di ricostruire tutti i contatti della 72enne, a partire da medici ed infermieri delle varie strutture sanitarie, tutti, a quanto pare, sprovvisti delle protezioni previste in queste circostanze, dai guanti alle mascherine. Una lista numerose di persone che si allarga ai familiari, parenti e amici. Persone che dovrebbero essere sottoposte al test. Chiuso al pubblico il Campolongo Hospital e sospesi tutti gli ambulatori. Analogo provvedimento per la struttura ospedaliera di Eboli. Qui la situazione sarebbe più complessa, considerata anche l’importanza del nosocomio della piana del Sele. Alcuni reparti, tra cui medicina, è inibito al pubblico con medici ed infermieri messi in quarantena. Dovrebbero essere una ventina in tutto le persone della struttura sanitaria che hanno avuto contatti con la 72enne. Tra gli altri quattro medici, otto infermieri, un tecnico di radiologia. Svuotato già in serata il reparto di medicina per la sanificazione, alcuni pazienti sono stati trasferiti presso altri reparti. «Abbiamo attivato tutte le misure di sicurezza necessarie – ha detto il sindaco di Eboli, Massimo Cariello – sono stati già effettuati tamponi al personale che è entrato in contatto con la donna, sia all’ospedale di Campolongo che in quello di Eboli. Attediamo esiti nelle prossime ore».A difesa del personale sanitario, Pietro Antonacchio, segretario della Cisl Funzione pubblica di Salerno: « Qualunque misura messa in campo dalle direzioni strategiche di Asl e azienda universitaria ospedaliera è vana se la stessa cittadinanza sottovaluta i rischi e non mette in atto le misure preventive dalle stesse consigliata. In questo complesso momento non si riescono nemmeno a procurare i dispositivi necessari per mancanza di offerta sul mercato».

(ha collaborato Doriana D’Elia)




Cardiello fa il civico, centrodestra diviso Cariello attende le mosse del Pd

di Andrea Bignardi

Ancora frammentazione ad Eboli in vista delle prossime amministrative. Sembra profilarsi uno scontro tra quattro poli differenti, cui si è aggiunto l’outsider Francesco Forlano che ha lanciato la compagine “Eboli bene comune” che punta a raccogliere consensi dell’area vicina al Movimento 5 Stelle. La sinistra, per ora spaccata in due tronconi, sembrerebbe convergere sulla figura di Stefania Vecchio, già assessore comunale a Battipaglia nella giunta guidata da Cecilia Francese. La Vecchio dovrebbe – stando ad indiscrezioni – puntare sull’appoggio dell’ala del centrosinistra vicina a Carmelo Conte, che tra oggi e martedì dovrebbe ufficializzare il proprio candidato sindaco. Le quotazioni dell’avvocato ebolitano sarebbero in crescita rispetto ad altre tre figure il cui nome era circolato nei giorni scorsi: Anna Iorio, Nietta Majoli e Errica Cataldo. Le tre professioniste, insieme alla Vecchio, erano state protagoniste del convegno “Donne: una forza per Cambiare Eboli” tenutosi qualche giorno fa alla presenza del parlamentare di Leu Federico Conte, regista dell’intesa elettorale. Già nei giorni scorsi, infatti, l’ala contiana aveva manifestato l’intenzione di individuare un candidato donna, e proveniente dalla società civile, da contrapporre al sindaco uscente Massimo Cariello, sostenuto dal Pd, ed al centrodestra, dove il nome più accreditato resta ancora quello di Damiano Cardiello, nonostante la spaccatura interna a Fratelli d’Italia ed il botta e risposta tra Donato Gallotta ed il coordinatore cittadino della fiamma Vitantonio Marchesano. Cardiello, che nei giorni scorsi era intervenuto sulla tematica della disoccupazione giovanile denunciando le gravi criticità che incidono sul comparto produttivo della città di Eboli, sta lavorando alla composizione delle liste civiche che lo appoggeranno, probabilmente quattro o cinque, a cui non dovrebbero aggiungersi i simboli dei partiti del centrodestra in seguito all’ufficializzazione della sua candidatura visto il progetto civico. Centrodestra che potrebbe essere guidato da Fratelli d’Italia, con l’appoggio della Lega e di Forza Italia.




Prezzi alle stelle? Al liceo “Gallotta” «gli igienizzanti li realizziamo noi»

di Giovanna Naddeo

Dispenser nuovi di zecca anche al liceo scientifico “Gallotta” di Eboli. La marcia in più? Questa volta ci pensa la scuola a produrre il gel igienizzante. Dall’emergenza Coronavirus a opportunità di studio e approfondimento, in vista di una futura autosufficienza. «L’idea – spiega il dirigente scolastico, Anna Gina Mupo – nasce dalla volontà di ribellarci allo sciacallaggio commerciale degli ultimi giorni. I prezzi degli igienizzanti da collocare negli erogatori sono schizzati alle stelle e così, ci siamo detti, perché non dedicarci all’autoproduzione?». Ed è proprio nei laboratori all’avanguardia del liceo ebolitano che, ormai da qualche giorno, i docenti dell’indirizzo scientifico sono alle prese con la realizzazione del prodotto secondo la “ricetta” raccomandata dalle Linee Guida del Ministero della Salute. Acqua ossigenata, glicerolo e alcol, più un ingrediente segreto: la lavanda (coltivata nei giardini della scuola), per un odore meno acre e, di conseguenza, più gradevole al consumo. «Saremo pronti per lunedì, quando i nostri studenti torneranno in aula – rassicura Mupo. – L’esperimento è decollato con i docenti e proseguirà con le classi dell’indirizzo Scienze Applicate nell’ambito dell’impresa formativa simulata. Un’occasione di apprendimento pratico e, contemporaneamente, di orientamento professionale. E poi, chissà che non si possa pensare di distribuire il nostro gel anche alle altre scuole? E’ in questi momenti che emerge tutta l’importanza di una rete solidale tra istituti scolastici».




Cade in uno scavo e muore Perde la vita Paolo Guarino

di Pina Ferro

E’ morto travolto dalla terra di uno scavo a cui stava lavorando. Quando sul posto sono giunti i soccorsi hanno potuto fare ben poco, per Paolo Guarino 65 anni di Eboli, non vi era più nulla da fare. La tragedia si è consumata su un cantiere a San Benedetto del Tronto. Secondo una prima ricostruzione, era impegnato su una condotta idrica, quando è caduto nello scavo ed è stato travolto dalla terra. Immediatamente soccorso, non è stato possibile per i sanitari del 118 caricarlo a bordo dell’eliambulanza causa delle sue gravi condizioni che non hanno permesso di stabilizzarlo. Trasferito all’ospedale “Madonna del Soccorso”, è deceduto poco dopo il ricovero. L’uomo originario di Eboli, come tutti gli operai della ditta impegnata nella posa di un nuovo collettore fognario. La Procura di Ascoli Piceno ha disposto il sequestro dell’area e sul posto oltre a vigili del fuoco, carabinieri e polizia municipale sono attesi i funzionari dell’Inail. Da chiarire la dinamica del sinistro: l’operaio sarebbe stato travolto da uno smottamento nella buca che era stata realizzata a bordo strada in viale dello Sport per la posa del collettore fognario. Il 65enne lascia una moglie, 2 figli e un nipotino. Sulla tragedia è stata aperta un’inchiesta da parte della locale Procura che dovrà accertare la dinamica del sinistro ed eventuali responsabilità. Non è da escludere che sulla salma possa essere effettuato l’esame autoptico nelle prossime ore prima che la stessa venga riconsegnata ai familiari. Paolo Guarino era prossimo alla pensione dopo una vita di lavoro. Quanto accaduto ieri mattina ha immediatamete sollevato polemiche e rabbia da parte delle organizzazioni sindacali di categoria. “Con la legge Fornero andare in pensione dipende dal tipo di carriera lavorativa di ognuno. Se non si raggiunge l’età pensionabile di 67 anni, si prendono in considerazione i contributi. Può quindi accadere che a 65 anni, come nel caso del nostro iscritto tragicamente morto oggi, se hai avuto una carriera discontinua, non hai maturato il diritto ad andare in quiescenza prima dei 67 anni quando si va in pensione per anzianità di servizio”. Lo dice la segretaria della Cgil provinciale di Ascoli Piceno Barbara Nicolai, a proposito dell’infortunio sul lavoro mortale costato al vita a Paolo Guarini, “Non abbiamo notizia di contributi che non gli sono stati versati, pur facendolo lavorare – aggiunge Nicolai -. Generalmente come sindacato lo verifichiamo quando i nostri iscritti si rivolgono a noi per fare i conteggi. Se ci sono dei buchi cerchiamo di capire perchè e se erano coperti da lavoro. Non conosco però il caso specifico”.




Abusava sessualmente di 3 ragazzini disabili

di Pina Ferro

Abusando delle condizioni di inferiorità psichica di tre ragazzini, di 13, 16 e 9 anni, li costringeva a subire atti sessuali. Il sostituto procuratore presso il Tribunale di Salerno, Claudia D’Alitto ha iscritto nel registro degli indagati un 48enne residente in una cittadina a sud di Salerno. Vittime dell’uomo tre minorenni residenti nella stessa cittadina. Secondo il capo d’imputazione, l’indagato abusando delle condizioni di inferiorità del sedicenne affetto dalla sindrome di “Arnold Chiari” (rara malformazione della fossa cranica posteriore; nei soggetti che ne sono affetti, tale struttura è poco sviluppata, per cui il cervelletto esce dalla sua sede naturale attraverso il foro occipitale, situato alla base del cranio), epilessia e disturbi del comportamento con spettro autistico, con lusinghe e promesse lo induceva a compiere e subire atti sessuali (toccamenti e masturbazioni reciproche). Il tutto in presenza degli altri due ragazzini.

Anche gli altri due ragazzini presentavano problemi psichici, al bimbo di 9 anni era stato diagnosticato un ritardo mentale e disturbo dell’attenzione. Il 48enne pur di raggiungere il proprio scopo, abusando della inferiorità psichica dei ragazzini, offriva loro dolci e di connessione gratuita ad internet presso la propria abitazione. Una volta  che i tre adolescenti erano in casa il 48enne era solito fare con loro il gioco “bugia o verità”. Il pegno per chi perdeva la gioco era quello di denudarsi, di toccarsi e di farsi toccare.
Nei giorni scorsi all’uomo è stato notificato l’avviso di conclusione indagini da parte del magistrato, Ora il 48enne ha a disposizione venti giorni per rendere inter-
rogatorio o presentare memoria difensiva. Successivamente il magistrato inoltrerà al Gup la richiesta di rinvio a giudizio.

A rappresentare i minori saranno i genitori.




Usura, gli indagati pensano all’abbreviato

di Pina Ferro

Organizzati in due gruppi non lesinavano di scambiarsi i debitori a loro insaputa. In altri casi, erano le stesse vittime di usura, tutti imprenditori agricoli di Campagna, a rivolgersi prima ad un gruppo e poi all’altro. Potrebbbero scegliere di essere giudicati con il rito dell’abbreviato gran parte degli indagati che ieri mattina sono comparsi dinanzi al giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Salerno Mariella Zambrano. Il sostituto procuratore Marco Colamonici, titolare del fascicolo investigativo ha presentato al Gip la richiesta di rinvio a giudizio a carico di: Francesco Laccadia, Giancarlo Busillo, Vito D’Ambrosio alias “o sciere”, Umberto Gallo. Marcello Magliano, Agostino Mastrolia, Gennaro Mastrolia, Giovanni Ricciardi, Luisa Zunica, Vincenzo Di Guida. All’udienza di ieri mattina, era presente il legale Fiorenzo Pierro e Fabio Lanza, in rappresentanza delle vittime di usura e l’avvocato Luigia di Mauro per l’associazione Emergenza Legalità che si sono costituiti parte civile nel procedimeto penale. Fu, nel 2015 un blitz dei carabinieri del Ros a mettere la parola fine al giro di usura posto in piedi. I reati ascritti alle persone che furono raggiunte da misura cautelare furono aggravati dal metodo mafioso. Gli interessi sulle somme prestate andavano dal 10 al 20% mensili e innescavano un vortice da cui alcuni sono usciti solamente a seguito della cessione dei propri fondi agricoli. Non mancarono episodi di vilenza per chi non rispettava le scadenze come testimoniano le intercettazioni effettuate all’epoca dei fatti. «Con questa mano qua lo diedi, Angelo… boom! Gli diedi un cazzottone in facci, gli spaccai il setto nasale… Apro lo sportello, lo acchiappo per i capelli che me lo volevo tirare a terra. Lo volevo scannare».