Camorra, in manette gli autori della stesa in piazza Trieste e Trento: tra loro una minorenne

I Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli hanno dato esecuzione a un decreto di fermo emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia e dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Napoli a carico di 6 persone (di cui una minorenne) ritenute responsabili di detenzione e porto illegali d’arma da fuoco, spari in luogo pubblico e danneggiamento, reati aggravati da metodo e finalità mafiose per aver commesso il fatto avvalendosi della forza d’intimidazione del clan camorristico dei “Minichini-De Luca Bossa” e per mostrare superiorità nei confronti del clan “Mariano”. L’indagine, condotta dai militari del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata, aveva preso inizio la notte del 19 marzo scorso, quando alcuni soggetti in sella a scooter avevano esploso numerosi colpi d’arma da fuoco contro le attività commerciali di piazza Trieste e Trento, una delle piazze più frequentate, anche a tarda notte, del centro storico di Napoli. Le indagini hanno portato a individuare l’esecutore materiale dell’esplosione dei colpi d’arma da fuoco e a scoprire il movente: una lite avvenuta il giorno prima in quella piazza tra un personaggio ritenuto affiliato al clan “Minichini – De Luca Bossa” di Ponticelli e un soggetto ritenuto affiliato al clan “Mariano” dei quartieri Spagnoli. Il giorno dopo, in risposta, la dimostrazione di forza organizzata per incutere timore a “quelli dei Quartieri” e affermare la propria superiorità anche in un territorio a distanza da quello ove è attivo il gruppo degli “offesi”.




Confiscati i beni dell’imprenditore Squecco

Pina Ferro

Sottoposti a confisco alcuni dei beni dell’imprenditore Pasquale Squecco 52 anni, operante nel settore delle onoranze funebri, residente a Capaccio. L’esecuzione della misura di prevenzione patrimoniale emessa dal Tribunale di Salerno, su proposta del direttore della Dia (direzione investigativa antimafia), nei confronti del 52 enne, ritenuto dagli investigatori elemento contiguo allo storico clan camorristico “Marandino”, tuttora attivo a Capaccio-Paestum e in altri Comuni della Piana del Sele, è avvenuta nella mattinata di ieri da parte degli uomini della Dia di Salerno agli ordini del tenente colonnello Giulio Pini. Con lo stesso provvedimento, il Tribunale di Salerno ha anche disposto la confisca, previo sequestro, di beni e partecipazioni societarie intestate sia alla moglie N.S., sia a terzi interessati S.M. e P.G. Nel corso delle operazioni sono stati sottoposti a confisca, previo sequestro: la società “Funeral Home di Squecco Mario &Co. S.a.s.”, con sede legale a Capaccio-Paestum, oltre a tutti i beni strumentali e ogni altro bene desti- nato all’attività d’impresa, nonché i rapporti di credito societari e 12 autovetture integranti il patrimonio sociale; la società “Associazione volontaria di Pubblica assistenza “Croce Azzurra Italia Città di Agropoli onlus” con sede legale ad Agropoli, oltre a tutti i beni strumentali e ogni altro bene destinato all’attività d’impresa, nonché i rapporti di credito socie- tari, 4 autovetture (tra le quali una lussuosa Bentley “Arnage”), 13 ambulanze e 1 carro per il soccorso stradale, tutti automezzi integranti il patrimonio sociale; un immobile costituito da diversi lo- cali commerciali, ubicato a Capaccio-Paestum, su un’area di circa 1000 metri quadri comprensiva anche di tre terreni, la cui rendita attuale annua di locazione a esercenti locali è di circa 55.000 euro; una Maserati quattroporte intestata alla società “Vip Car di Pinto Giuseppe &Co. Sas”; diversi rap- porti bancari riconducibili al pro- posto e alle due società, per un valore complessivo di circa 3 milioni di euro. Al termine delle operazioni, tutti i beni sottoposti a confisca sono stati messi nella disponibilità del- l’amministratore giudiziario, nominato dal Tribunale di Salerno. Gli accertamenti patrimoniali che hanno portato al provvedimento  eseguito ieri mattina, disposti dal direttore della Dia scaturiscono dall’analisi delle diverse vicende processuali che, nel tempo, hanno interessato Squecco. A suo carico, infatti, già nel 2003 figura una condanna del Tribunale di Salerno per il reato i bancarotta fraudolenta, reato che è stato reiterato nel 2008, con analoghe conseguenze adottate dal Tribunale di Napoli. Nel 2014, l’attività investigativa condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Salerno e coordinata dalla Dda di Salerno – riasunta nell’operazione “Parmenide” – al termine della quale Roberto Squecco fu arrestato, insieme a Giovanni Marandino e ad altri, perché ritenuti organici al clan Marandino, dedito alle estorsioni e al prestito di danaro dietro corresponsione di tassi di interesse usurari, mediante condotte poste in essere con l’aggravante del metodo mafioso. Il Tribunale di Salerno ha evidenziato significativi elementi di responsabilità a carico Roberto Squecco sia nella partecipazione alla citata consorteria di camorra, sia nel tentativo di estorsione perpetrato dal medesimo nei con- fronti di un imprenditore locale, anch’egli titolare di una ditta di onoranze funebri, settore particolarmente delicato in cui il clan “Marandino” aveva deciso di investire, al fine di creare una sorta di monopolio nei territori di Agropoli e Capaccio-Paestum. Per tale vicenda in argomento, Roberto Squecco è stato condannato in primo grado alla pena di anni 6 e 4 mesi di reclusione, poi ridotta in Appello e pendente tuttora in Cassazione. Le condotte penalmente rilevanti in cui è stato coinvolto Roberto Squecco hanno portato ad instaurare il procedimento di prevenzione antimafia a carico di Squecco, al quale è stato conte- stato l’illecito arricchimento alimentatosi nel corso degli anni. All’esito della procedura camerale, promossa del direttore della Dia, il Tribunale di Salerno-Sezione Misure di Prevenzione ha disposto la confisca, previo sequestro, dei beni riconducibili a Roberto Squecco, riconoscendone la pericolosità sotto una duplice veste: da un lato, per le ricadute sull’economia sana operante nel tessuto sociale di riferimento, in quanto l’azione criminosa di Roberto Squecco era indirizzata a colpire soprattutto imprenditori in difficoltà economiche; dall’altro, per le violente e documentate reazioni poste in essere dallo stesso in caso di mancato o ritardato pagamento da parte dei debitori sottoposti a prestiti usurai.

«Erano state chieste misure più ampie che il tribunale ha respinto, compresa quella personale. Siamo sereni»

Il decreto di confisca dei beni di Roberto Squecco è già stato appellato dai legali dell’imprenditore Mario Turi e Guglielmo Scarlato i quali hanno anche spiegato che la misura la misura richiesta dalla Dia era molto più ampia rispetto alla confisca eseguita ieri mattina. Solo alcune sono state concesse. «Era stata chiesta una misura di prevenzione personale, rigettata in toto sia per la pericolosità generica sia per la pericolosità qualificata del signor Squecco, ovvero obbligo di dimora e ritiro di patente. – ha spiegato l’avvocato Mario Turi – Secondo la Dia dovevano essere attinti molti più beni ma i sette decimi sono stati rigettati». L’avvocato Turi ha anche precisato che «Roberto Squecco non è stato mai processato, né indagato, né nel processo che pende in Cassazione per il clan Marrandino né mai è stato denunciato per usura. Si parla di usura putativa, io ho le carte di tutti i processi.
Poi, quando dicono che la pena è stata ridotta in appello per il processo al clan Marrandino io le posso dire che non ci sono atti del processo in cui qualcuno dichiari che qualche esponente del clan Marrandino ha veicolato persone presso l’impresa di pompe funebre di Squecco. Squecco concorre in un episodio di quest’associazione perchè ha chiamato persone appartenenti al clan Marrandino per recuperare un suo credito. Il suo debitore riconosce il debito. Successivamente Squecco rinuncia al credito cospicuo e risarcisce con 22 mila un soggetto che poi denuncia l’imprenditore per minacce. La denuncia fu ritirata a seguito del pagamento della somma. Secondo il tribunale del Riesame, con un’ordinanza passata ingiudicata, si trattava di un esercizio arbitrale delle proprie ragioni. Il gip non è stato di questo avviso e nemmeno la Corte di Appello e l’hanno ritenuto un tentativo di estorsione con metodo mafioso. Ora deciderà la Cassazione cos’è. Per quanto riguarda la sua partecipazione al clan, lui ha avuto in appello un mese per associazione mafiosa. Il 21 giugno sarà la Cassazione a decidere». «Il decreto di confisca è del 26 febbraio, ed stato depositato oggi e l’udienza c’è stata il 22 febbraio. Rigettata in toto la prevenzione personale. Hanno attinto i beni di una onlus, la croce azzurra. Solo un pazzo potrebbe riversare provenienti da illeciti commessi in una onlus perchè non può produrre utili. In- fatti in caso di chiusura i beni vengono devoluti altra associazione e nessuno ci può guadagnare». La Croce azzurra ha partecipato al bando 118 dell’Asl ed è stata ammessa. «I mezzi della onlus circolano e vedremo in appello se sono confiscabili o meno ma credo di no. Per le auto di lusso, queste provengono dall’Humaitas. Non potendo pagare e non potendole tenere l’ Humanitas le ha date alla Croce Azzurra. Noi siamo sereni. Ci sarà la Corte d’appello e poi quella di Cassazione, eventualmente. Con Scarlato abbiamo fatto una consulenza tecnica, non c’è un rigo del decreto che parli di questa consulenza tecnica redatta dal commercialista Gerardo Franco. Riteniamo che il tribunale sia caduto nel vizio di omessa documentazione. Un po’ di possibilità le abbiamo».




Scafati. Paolino: “Quelle stesse persone mi sussurravano Monica sei grande”

Di Adriano Falanga

<<Quelle stesse persone che mi sussurravano ‘Monica sei grande’, trovano più giusto voltare le spalle al consigliere regionale e all’ex sindaco indagati>>. Monica Paolino sceglie di rompere il silenzio, ha tenuto un profilo basso e riservato, poi l’intervista di Cronache a Patrizia Sicignano, la richiesta di dimissioni del deputato grillino Angelo Tofalo, hanno dato l’input per un lungo sfogo che la consigliera regionale condivide sulla sua pagina social. <<E’ più giusto così, forse più conveniente o forse è la conseguenza di un desiderio non soddisfatto, di condizionare ancora consiglieri e scelte – continua la Paolino – ricordo ancora chi decise in consiglio comunale di votare o meno il Bilancio. Ma tant’è. Nella vita tutto può accadere>>. Tra le righe, appare evidente il riferimento ai fratelli Sicignano, che con Daniela Ugliano hanno ammesso davanti all’antimafia il suo forte condizionamento politico subito dal marito ex sindaco Pasquale Aliberti. Quanto alla richiesta di dimissioni avanzata da Tofalo, la forzista puntualizza: <<Puntano il dito se sei un loro avversario e ti comprendono e tacciono sugli avvisi di garanzia che riguardano esponenti della loro parte politica. Forcaioli o garantisti a seconda della convenienza. Mi sarei aspettata, invece, un commento sull’archiviazione del procedimento a mio carico sulla questione dei ‘rimborsi facili’, dopo essere stata sbattuta in prima pagina per mesi>>. Ricorda le sue dimissioni da presidente della commissione anticamorra, quando le fu notificato l’avviso di garanzia: <<Non so quanti lo avrebbero fatto>>. Rivendica il suo operato la consigliera regionale, oggi al secondo mandato, dopo essere stata in maggioranza con Stefano Caldoro. <<Le opere in itinere sul territorio, i finanziamenti intercettati dall’Europa e il lavoro di squadra con tanti amministratori, riflettono l’orgoglio del mio lavoro, silenzioso, perché la concretezza per me è sempre stata più importante del fumus. Lo sanno bene i sindaci, gli amministratori, la gente comune, che nei cinque anni in maggioranza, hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con la mia segreteria e vivere da vicino le opportunità regionali>>.

Dopo la chiusura delle indagini e a due anni dall’avviso di garanzia, la Paolino entra nel merito delle accuse che la riguardano: <<Non ho mai fatto promesse in cambio di voti, ma ai territori ho sempre illustrato ciò che di buono era stato realizzato con passione e spirito di servizio nei cinque anni di governo Caldoro. Le accuse contro la mia persona sono ridicole – continua lady Aliberti – C’è un “pentito” che dice di aver raccolto per me voti in comuni nemmeno ricompresi nel perimetro del mio collegio, senza considerare l’ostacolo costituito dalla sua detenzione a Fuorni. Un altro è stato finanche incapace di ricordare il mio cognome: troppe volte ha suggerito di scrivere il mio nome sulla scheda da compromettere in maniera irreversibile la sua memoria>>. Curiosa la spiegazione che offre del comizio tenuto a casa di Anna Ridosso: <<avrei partecipato ad una riunione pubblica organizzata da presunti camorristi, confondendo costoro con i ragazzi presenti, giovani ed entusiasti>>. E’ un fiume in piena Monica Paolino: <<E’ una strana camorra quella con cui avremmo avuto a che fare, capace di farsi promettere di tutto e di non ottenere nulla. Incolpevole è anche la magistratura costretta a reggere il cero ad un dichiarante che cerca a tutti i costi di guadagnarsi un posto in paradiso, o ad un imprenditore o ad un politico disperato>>. Rivendica, con forza, il suo ruolo istituzionale: <<Oggi rappresento ancora circa 14 mila persone dei 160 comuni della Provincia di Salerno ed è per loro che devo continuare a lavorare per il territorio, con la stessa serietà, che mi ha contraddistinto fino ad oggi. Ho un dovere morale, oltre che politico, verso queste comunità, ma soprattutto ho un dovere morale nei confronti della mia famiglia, che mai e poi mai si è sporcata le mani>>. Sono momenti difficili, e la Paolino non lo nasconde: <<due anni e più di lacrime, di ferite lancinanti, di dolori e di notti insonni. Neanche ai nostri più accaniti nemici mi sento di augurare una tale sofferenza>>.




Scafati. “Sfido chiunque a dimostrare di aver detto menzogne”, la Sicignano replica alle accuse

Di Adriano Falanga

<<Siamo stati etichettati come traditori mossi dall’odio, degli avvoltoi capaci di gioire delle disgrazie altrui e questo non è leale considerato che coloro che muovono queste accuse sanno che abbiamo detto solo la verità. O dovevamo mentire?>>. Non nasconde la sua rabbia Patrizia Sicignano, dopo che parte della sua audizione presso la procura antimafia è emersa dall’ordinanza del riesame che ha disposto il carcere per Pasquale Aliberti. <<Non abbiamo scelto di intervenire in questa vicenda giudiziaria di nostra iniziativa, ma siamo stati ufficialmente convocati dalla DIA quali persone informate sui fatti ed abbiamo risposto solo in merito a vicende di cui eravamo a conoscenza dicendo la verità, senza aggiungere ne omettere nulla e senza giudizi di merito>>. Non è stata la sola ad essere convocata lo scorso mese di luglio. Con lei anche il fratello Raffaele e Daniela Ugliano, entrambi ex assessori dell’ultima giunta Aliberti. Parla di gogna mediatica Patrizia Sicignano, e non risparmia stoccate. <<Sfido chiunque a dimostrare che le mie dichiarazioni siano mendaci, non mediante puerili e volgari pettegolezzi da portineria ma nelle sedi opportune>>. Insomma, non intende cercare scappatoie, ma anzi, rivendica il suo diritto di “dire la verità”. Il suo nome compare nell’inchiesta Sarastra perché citata dal pentito Alfonso Loreto. La Sicignano sarebbe stata presente con Monica Paolino al comizio presso la famiglia Ridosso, a quello precedente organizzato dal clan presso un noto bar del centro, e ancora, sempre lei era al fianco della moglie dell’ex sindaco nel 2015, nel corso dei tour elettorali in giro per la provincia di Salerno. Agli inquirenti avrebbe confermato la forte, se non decisionale influenza, dell’ex sindaco nelle scelte politico istituzionali della moglie. Il giorno dopo il riesame Patrizia Sicignano si è sentita al centro di accuse, spesso non tanto velate, nei confronti suoi, del fratello e della Ugliano.

<<Vorrei poter pensare che siano dettate dalla passione che li anima ma dovrei sforzarmi troppo per essere così buonista – aggiunge ancora – mi sembra invece che siano più interessati a gettar fango sugli altri, ad autocelebrarsi o ad esibire le loro perle di saggezza popolare piuttosto che agli esiti della vicenda giudiziaria in se. Le loro accorate difese, ai limiti del ridicolo, mi sembrano propagandistiche. Per quanto mi riguarda non mi lascio certo intimidire dalle loro spudorate insinuazioni. Ho scelto di non replicare perché ritengo che si commentino da soli>>. Non si sente affatto una traditrice, ma una tradita la Sicignano. Prima ancora del boom giudiziario aveva contribuito a dar vita al gruppo consiliare “Identità Scafatese”, a cui faceva riferimento il fratello assessore e composto, oltre che dalla Ugliano, anche da Stefano Cirillo e Bruno Pagano (tutti estranei alle indagini, ndr). <<C’era anche un rapporto amicale con lui (Aliberti, ndr) e la sua famiglia che assolutamente non rinnego e che lui ha politicamente tradito senza farsi nessuno scrupolo. Non ho avuto nessun timore riverenziale nel dirgli apertamente ciò che penso di lui sia sul piano personale che su quello politico>>. Non risparmia parole pesanti la Sicignano: <<Per lui è inaccettabile l’idea che una persona possa disistimarlo o disprezzarlo per le sue azioni: molto più gratificante sentirsi vittima di rancori e invidia. Molto più mediatico mantenere il ruolo della vittima: ci pensano i suoi fedelissimi ad attaccare, ognuno col proprio linguaggio>>.

RESTO PERO’ GARANTISTA. SMENTISCO VELLEITA’ SINDACALI

Entrando nel merito dell’inchiesta, il cui processo partirà a breve, Patrizia Sicignano ritiene che la misura estrema del carcere sia eccessiva per l’ex amico ed ex sindaco Pasquale Aliberti. <<Sono anche d’accordo sul fatto che un libero cittadino abbia il diritto di esprimere le proprie opinioni senza essere per questo perseguito – spiega ancora – anche un altro cittadino però altrettanto libero ha il sacrosanto diritto/dovere di esprimersi liberamente, quando interrogato dagli organi competenti, senza per questo essere condannato alla gogna mediatica>>. Sulla scelta dell’ex sindaco di rinunciare al ricorso in Cassazione, la Sicignano sottolinea: <<Avrà ponderato bene i pro e i contro insieme ai suoi avvocati. Immagino che sia devastante attendere per 2 anni l’inizio di un processo per esercitare il proprio diritto alla difesa. Sono garantista e credo fermamente nella presunzione di innocenza fino a prova contraria. Da questo punto di vista capisco la sua provocazione>>. Alle prossime politiche molto probabilmente sosterranno “Energie per l’Italia”, progetto del deputato scafatese Guglielmo Vaccaro, in uno con l’ex candidato sindaco di Milano Stefano Parisi. Quanto alle amministrative del 2019, la Sicignano puntualizza: <<Sicuramente continueremo ad interessarci della vita politica del nostro paese, come abbiamo sempre fatto a prescindere e prima della parentesi Alibertiana. Ma nessuno di noi ha la velleità di fare il primo cittadino. Credo comunque che questo discorso sia alquanto aleatorio, siamo ancora scossi dalle vicende politico amministrative>>. Poi l’apertura: <<C’è chi invece ha già una suo programma politico ben delineato ed è ora che qualcuno cominci anche a pensare a the Day After>>

TOFALO (M5S) RINGRAZIA GLI INVESTIGATORI E CHIEDE LE DIMISSIONI DELLA PAOLINO

<<Volevo pubblicamente ringraziare gli agenti che ogni giorno in silenzio, con enormi sacrifici, indagano per portare alla luce il tradimento di cui si sono macchiati gli eletti che invece di perseguire il bene pubblico, ne approfittano per loro interessi personali>>. Angelo Tofalo, deputato salernitano del M5S, sposta la sua attenzione nel “dietro le quinte” dell’inchiesta Sarastra. <<Ringrazio gli uomini dello Stato coordinati dal colonnello Giulio Pini e diretti dal capitano Fausto Iannaccone per il loro immane lavoro>>. Dopo la chiusura delle indagini e l’imminente avvio del processo, Tofalo punta l’indice verso la consigliera regionale Monica Paolino. <<Le dimissioni del consigliere regionale Paolino, nonché ex presidente della commissione anti-camorra sarebbero senza dubbio un atto di opportunità – spiega Tofalo – sarebbe un modo corretto di dimostrare alla città di non voler restare a tutti i costi attaccati alle poltrone. Sarà la magistratura a fare chiarezza, ma intanto via dalle aule istituzionali coloro che dalle indagini risulta abbiano infangato la città di Scafati e la Campania tutta>>




Scafati. Si scrive Paolino si legge Aliberti, la tesi del riesame e le testimonianze della difesa

Di Adriano Falanga

<<Ancora oggi, tutt’ora in carica come consigliere regionale è la moglie Monica Paolino che ha beneficiato, durante le elezioni regionali del 2015, dell’accordo del marito con il clan ed è stata lei a tenere il comizio nella proprietà della sorella di Ridosso Romolo, padre di Luigi e zio di Gennaro, oltre che fratello di Salvatore, ucciso in un agguato di camorra>>. Il Tribunale del Riesame accentra l’attenzione, accogliendo le richieste della DDA, sull’attività politico istituzionale della Paolino. Secondo i giudici infatti <<Tale circostanza rende, di fatto, perdurante e quindi attuale e concreta la possibilità per l’Aliberti di attuare, attraverso l’influenza politica della moglie, accordi con i clan in cambio di ulteriori favori politici>>. Il profilo delineato dagli ainquirenti restituisce un consigliere regionale “di facciata”, si scrive Paolino ma si legge Aliberti e a rafforzare la tesi, il pm Montemurro ha depositato le dichiarazioni di Patrizia e Raffaele Sicignano, assieme a quelle di Daniela Ugliano. Gli ultimi due di fatto ex assessori e consiglieri della giunta sciolta per infiltrazioni camorristiche. E’ stata Patrizia Sicignano ad accompagnare personalmente Monica Paolino nei comizi organizzati dal clan Ridosso-Loreto, il primo presso un noto bar di Scafati (ritenuto un flop) e il secondo presso l’abitazione di Anna Ridosso. Della caratura criminale di queste persone il comitato elettorale ne era a conoscenza, in quanto, secondo la Sicignano, sulla scarsa presenza di persone nel bar la moglie di Giovanni Cozzolino avrebbe esclamato: “stai zitta! Non sai chi sono queste persone, potrebbero essere 6 o 7 persone che portano 6-700 voti”. Secondo Raffaele Sicignano invece, ogni decisione politica della Paolino non avveniva senza il preliminare assenso del marito. Secondo il riesame, Aliberti merita quindi il carcere perché <<da casa ha la possibilità di continuare a influenzare le scelte politiche della moglie convivente e utilizzare anche diverse persone di fiducia quali l’ex staffista Giovanni Cozzolino e a mantenere attiva l’attenzione politica della cittadinanza sulla sua persona interagendo sul profilo istituzionale Facebook, sia personale che della moglie>>.

l’ex assessore Raffaele Sicignano

A testimoniare il contrario la difesa dell’ex sindaco ha presentato le testimonianze di Mirra Antonio, responsabile della segreteria della Paolino, di Vincenzo Paolillo, ex politico paganese, Domenico Di Giorgio, già sindaco di Montecorvino Pugliano e Martino Melchionda, ex sindaco di Eboli. Secondo il riesame però queste dichiarazioni <<non mutano il dato che l’Aliberti possa utilizzare la moglie per attuare i patti politici che ha stretto con la criminalità, anche per favorirne l’elezione>>. Melchionda inoltra avrebbe ammesso l’appoggio elettorale alla Paolino in cambio dell’incarico di presidente del Consorzio Farmaceutico propostogli da Aliberti. Paolillo avrebbe sì confermato l’autonomia dell’azione politica della consigliera regionale, ma ammesso pure che in ogni caso esaminato si è sempre arresa alle scelte del marito. Scriverà più avanti il riesame <<Si rammenta che seppur Aliberti si mostra contrariato a parlare con Andrea Ridosso che si vuole addirittura candidare nelle sue liste, candida poi Barchiesi, zio di Alfonso Loreto, esponente apicale del clan. E fa partecipare la moglie ad un comizio organizzatole proprio da Andrea Ridosso e ad un altro a casa di Anna Ridosso, zia dei cugini Luigi e Gennaro>>.

LA “BOCCIATURA” DELLE TESTIMONIANZE

Avendo la Suprema Corte di Cassazione confermato parzialmente la precedente ordinanza, come nel caso di specie sui gravi indizi di colpevolezza e sulla qualificazione giuridica dei fatti, il Tribunale è deputato a deliberare soltanto sul punto della decisione che ha costituito oggetto di annullamento con rinvio, e cioè l’esigenza della custodia cautelare in carcere. E’ per questo motivo che vengono definite “irrilevanti” le dichiarazioni raccolte dal collegio difensivo e depositate a favore dell’ex sindaco. Tra i testi figurano gli ex consiglieri comunali Andrea Granata, Nicola Acanfora, Antonio Pignataro, Brigida Marra, Teresa Formisano e Berritto Carmela. C’è poi l’ex presidente Acse Eduardo D’Angolo, il presidente della Scafatese calcio Vincenzo Cesarano, dell’ex direttore generale Acse Salvatore De Vivo e ancora i componenti della famiglia Semplice: Salvatore, Aniello e Laura, quest’ultima consulente legale della Scafati Sviluppo, dichiarata fallita. <<Si tratta di dichiarazioni che non ineriscono il profilo delle esigenze cautelari bensì quello della ricostruzione indiziaria dello scambio elettorale politico mafioso>> scrive il riesame. In parole semplici, trattano di circostanze che involgono la configurabilità dei reati ascritti all’ex sindaco, sui quali il Collegio non è chiamato ad esprimersi. In questa sede infatti i giudici sono chiamati esclusivamente a decidere sulla misura restrittiva da applicare.




Carcere per l’ex sindaco Pasquale Aliberti

Pina Ferro

 

L’ex sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti deve tornare in carcere. I giudici del tribunale del Riesame hanno accolto la richiesta del sostituto procuratore Vincenzo Montemurro e disposto la custodia cautelare in carcere per Luigi Ridosso e Pasquale Aliberti e, i domiciliari per Gennaro Ridosso. “Pasquale Aliberti – si legge nella decisione del Riesame – ha la possibilità di continuare ad influenzare le scelte politiche della moglie convivente Monica Paolino, necessarie magari per ottenere l’appoggio della camorra e per onorarne i patti già siglati nelle precedenti elezioni. Potrebbe utilizzare a questo scopo le sue persone di fiducia come l’ex staffista Giovanni Cozzolino e potrebbe continuare anche a mantenere attiva l’attenzione politica della cittadinanza sulle pagine Facebook, interagendo sia con il suo profilo che con quello della moglie Monica Paolino”. L’esame delle numerose nuove prove tra cui la bakeka Facebook dell’ex sindaco e di altre conversazioni, è stata determinante per il Riesame (Gaetano Sgroia, presidente, Dolores Zarone relatrice, e Giuliano Rulli giudice) per confermare l’impianto accusatorio formulato dal pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia Vincenzo Montemurro. Il pronunciamento del Riesame è giunto a seguito del rinvio degli atti a Salerno da parte della Cassazione a cui si erano rivolti i legali degli indagati. Secondo i giudici della Suprema Corte, non sussistevano le esigenze cautelari in carcere per l’ex primo cittadino di Scafati in quanto vi era un vizio di motivazione, considerato che aveva rassegnato le dimissioni. Per superare quella che era stata la decisione di rigetto della Cassazione, nonostante la conferma dell’impianto accusatorio, circa le misure cautelari per Pasquale Aliberti, Gennaro e Luigi Ridosso, il Pm ha presentato numerose nuove prove. Tra i documenti più corposi presentati dall’accusa a sostegno della necessità degli arresti in carcere riguarda i social, la pagina personale Facebook dell’ex sindaco ed i tanti post pubblicati dallo stesso, attraverso i quali attacca l’operato amministrativo politico della città di Scafati ad opera dei commissari ed attacca anche numerose persone. E, sempre attraverso il profilo social continuava ad interagire con la cittadinanza di Scafati “in modo da mantenere viva l’attenzione politica sulla sua figura ed a imprimere la convinzione della sua perdurante influenza nelle scelte politiche che interessano il governo della città”. Si legge nel dispositivo. Nella nota della Dia relativamente all’acquisizione del profilo social dal quale sono stati estratti post pubblicati nell’arco temporale che va dal 17 settembre 2016 al 3 aprile 2017, evidenzia come Aliberti anche dopo le dimissioni abbia continuato a comportarsi come se ancora fosse il sindaco della città. A riprova di questo vi è un post del 27 gennaio del 2017 in cui Aliberti, a seguito dello scioglimento del consiglio comunale, scrive: “Apprendo con profondo dolore la notizia dello scioglimento del Consiglio comunale di Scafati, dopo un’indagine di lunghi mesi. Non sono più sindaco ma sono certo della legittimità degli atti prodotti e della camorra che sempre abbiamo tenuto a distanza, adottando anche atti forti, leggeremo le motivazioni e insieme agli avvocati valuteremo, da subito, un eventuale ricorso al Tribunale amministrativo….”. Attraverso Facebook Aliberti interagiva con quanti lo seguivano esprimendo opinioni e giudizi su molti aspetti e scelte della vita politica di Scafati. Tra le altre prove presentate dall’antimafia c’era anche un’ordinanza relativa a Giuseppe e Raffaele Maurelli e altri indagati per traffico internazionale di stupefacenti in cui era emerso un incontro “segreto” tra Nello Aliberti e Giovanni Cozzolino con i due fratelli protagonisti di un’attività di spaccio. L’antimafia ha anche presentato la documentazione che smentisce il presunto stato di patologia mentale che gli avrebbe impedito di essere compatibile con regime del carcere. Il collegio difensivo di Angelo Pasqualino Aliberti ha scelto come testimone chiave in particolare, Monica Paolino che ha spiegato il suo ruolo politico e come fosse distante da quello del marito ed inoltre. In più sono state presentate le dichiarazioni rese da il presidente della Scafatese Calcio Vincenzo Cesarano, di alcuni dirigenti Acse, di alcuni ex consiglieri comunali e di alcuni collaboratori del sindaco, oltre che dell’uscire comunale sulla presenza o meno di esponenti del clan al Comune. A corredo della sua difesa c’è anche il fatto che Aliberti avrebbe garantito l’esproprio ai danni di Vincenzo Nappo e anche ai danni della famiglia Sorrentino e Galasso. Questo dimostrerebbe come lui fosse lontano dalla camorra. In fase successiva l’avvocato di Aliberti spiega anche che Aliberti in realtà non ha mai instaurato dei rapporti con clan camorristici ed inoltre lui stesso avrebbe preso le distanze dall’attività politica. Contesta anche alcune intercettazioni telefoniche e poi tira in ballo tutta una serie di dichiarazioni invece di politici della provincia di Salerno in merito alla candidatura di Monica Paolino alle regionali del 2015.

 

“La Procura non ha un solo elemento per tali affermazioni”

“Non c’era una ragione al mondo per decidere che quest’uomo andasse in carcere”. E’ l’amaro sfogo del legale dell’ex sindaco di Scafati Pasquale Aliberti, l’avvocato Silverio Sica, dopo che il tribunale del Riesame di Salerno ha deciso la reclusione in carcere per il suo assistito. “Ricorreremo in Cassazione – ha detto l’avvocato Sica – non condividiamo le motivazioni del provvedimento che ci sembra particolarmente gravoso per una persona che ritengo del tutto innocente”. Fra le motivazioni del tribunale del Riesame anche la tesi secondo cui Pasquale Aliberti potrebbe ancora influenzare l’attività politica attraverso la moglie Monica Paolino, attuale consigliere regionale di Forza Italia. “Se c’è un marito che riesce ad influenzare la moglie – ha commentato con ironia Sica – si faccia avanti. La Procura – ha aggiunto – non ha un solo elemento per simili affermazioni. Parliamo poi di un consigliere regionale di minoranza”.

 

Melchionda «La presidenza del consorzio offerta per amicizia, ho votato la Paolino»

Secondo quanto affernato da alcuni ex collaboratori politici di Aliberti, la candidatura della Paolino è il frutto di una scelta operata dal marito (Aliberti). L’ex sindaco di Eboli Martino Melchionda agli investigatori avrebbe precisato che tra lui ed Aliberti non vi era alcun accordo politico elettorale per quanto concerne la candidatura di Monica Paolino. Melchionda ha dichiarato di aver votato la moglie di Aliberti e di averla fatta votare da qualche amico ma che non è mai salito sul palco. Inoltre, l’ex primo cittadino agli inquirenti precisa anche che la sua nomina a presidente del consorzio Farmaceutico, offertagli da Aliberti (pur appartenendo di due a correnti politiche diverse) era per pura amicizia.

 

“Datemi la possibilità di difendermi in un processo”

“Datemi la possibilità di difendermi in un processo”. Ieri pomeriggio, Pasquale Aliberti, ha affidato al social network la sua immediata reazione dopo ver appreso la notizia della decisione del Riesame “con profondo rammarico ma anche animato dal coraggio e dalla forza della mia famiglia e dei miei figli della decisione del Tribunale del Riesame di Salerno”. L’ex consigliere regionale e sindaco di Scafati non andrà in carcere perché bisognerà attendere che si pronunci anche la Cassazione, che già aveva annullato la misura cautelare in carcere. E attraverso il social, Aliberti critica anche le motivazioni addotte dal Riesame che lo definisce “un soggetto pericoloso” poiché risulta che “Aliberti abbia aperto un profilo Facebook… attraverso tale social egli continua ad interagire con la cittadinanza di Scafati in modo da mantenere viva l’attenzione politica sulla sua figura ed a imprimere la convinzione della sua perdurante influenza nelle scelte politiche che interessano il governo della città”. “Addirittura influenzerei le scelte dei commissari. – commenta l’ex sindaco di Scafati – Pensavo di essere un uomo che avesse la possibilità di esprimere i propri convincimenti personali, le sue opinioni e le proprie critiche in un paese Italia che I padri fondatori hanno detto di essere libero e democratico nella Costituzione”. “ vero sono indagato per reati gravi – riconosce Aliberti – da oltre 2.5 anni in attesa si chiudano le indagini e di poter essere giudicato su fatti di cui non ho neppure conoscenza in un confronto che si fondi su prove e non solo denunce o presunzioni. Questo per dimostrare che non solo non ho mai avuto rapporti con la camorra ma che un popolo, formato da liberi cittadini, mi ha dato il proprio consenso in libertà”. “ e rimane il momento più difficile della mia vita. -prosegue il post di Aliberti, che ringrazia la sua famiglia e quanti gli hanno testimoniato affetto e vicinanza, ribadendo di credere ancora nella giustizia e nella sua comunità – Ai miei amici, ai miei avversari, ai miei nemici, a chi mi odia o mi ama, a chi ha brindato il mio arresto, dico continuate a criticare, a scuotere le coscienze, a marciare, ad invadere le strade del nostro paese, a pretendere i vostri diritti e a rispettare i vostri doveri, anche attraverso le vostre discussioni, a volte animate sui social a cui continuerò a partecipare, – conclude Aliberti – nonostante tutto, da libero cittadino che ama la sua terra, a meno che non vogliano costringerci a vivere nella società immaginata da Orwell nel romanzo”.

 

I Ridosso possono ancora contare su un gran numero di collaboratori

Carcere per Luigi Ridosso e domiciliari per Gennaro Ridosso, Questo il pronunciamento del Riesame per i due ridosso che attualmente sono detenuti per altri reati. Nel corso dell’udienza della scorsa settimana il Pubblico Ministero Montemurro ha presentato tutto ciò che riguarda gli altri procedimenti giudiziari mentre i difensori dal loro canto, hanno presentato delle memorie difensive in cui spiegano come gli assistiti non abbiano partecipato al patto politico mafioso con l’ex sindaco, quindi non ci sarebbero motivazioni per prevedere la custodia cautelare. Le idagini della Procura, avrebbero dimostrato che i Ridosso possono contare su un gran numero di collaboratori pronti ad assecondare le loro richieste. “Basti pensare a tutti i soggetti che si sono prestati ad intestarsi fittiziamente le ditte dei clan, ai riferimenti che Alfonso Loreto fa a personaggi come Dario Spinelli e Alfonso Morello. D’altro canto le reticenze ed i timori delle vittime durante le escussioni dimostrano come, pur essendo Gennaro Ridosso detenuto ininterrottamente dal settembre 2015 egli è in grado di incuotere timore e soggezione nel tessuto sociale di appartenenza” . Per la Suprema Corte la misura massimamente applicabile sarebbe stata quella degli arresti domiciliari, ma in caso di recidiva, allora potrebbe arrivare il carcere. econdo i giudici del Tribunale del Riesame il pericolo di recidiva non riguarda solo la reiterazione dello stesso reato ma anche il fatto che potrebbero arrivare dei reati simili e nel caso in particolare con le modalità di stampo mafioso in relazione alla posizione di Gennaro e Luigi Ridosso. due sono stati arrestati nel 2015 a poca distanza dalle elezioni di Monica Paolino e quindi c’era il clan totalmente attivo sul territorio e ne aveva fatto parte Gennaro Ridosso fino a quel momento pure non prendendo parte personalmente al patto.

 

L’attacco:«I giornalisti hanno rapporti privilegiati con la magistratura?O hanno capacità di veggenza?»

Secondo Pasquale Aliberti ci sarebbe stata una fuga di notizie sulla decisione del riesame. «Se fosse vero c’è da avere paura perché oramai i giornalisti hanno capacità di veggenza (?) o addirittura rapporti privilegiati con la magistratura?» si legge in un post da lui pubblicato sulla sua pagina social, giovedì sera. Lo stesso strumento digitale che ha concretamente contribuito a rinforzare la tesi del procura antimafia nel chiedere i suoi arresti in carcere, piuttosto che i domiciliari. Pasquale Aliberti nasce, prima che politico, come giornalista. La sua passione per la comunicazione non lo ha mai abbandonato, neanche quando, come in queste settimane, avrebbe dovuto invece agire meno di impulso e soprattutto razionalizzare i suoi post. Si è definito “libero cittadino scafatese” per motivare i suoi commenti. Libere opinioni, un diritto sancito dalla Carta Costituzionale, secondo il suo punto di vista. “Condizionamenti” secondo la sua accusa. Perché disporre di atti istituzionali riservati dimostra, secondo il pm Montemurro, la sua capacità di interagire ancora con la casa comunale, sciolta per infiltrazioni criminali. I suoi post contro l’operato della commissione straordinaria, a cui è anche seguita una denuncia per diffamazione, così come anche i post non proprio amichevoli contro Giacomo Cacchione, sarebbero un chiaro tentativo di intimidire o condizionare o influenzare l’opinione pubblica. Perché se è vero che Aliberti è un libero cittadino, è vero anche che lui è l’ex sindaco sotto inchiesta e Cacchione il suo ex ragioniere capo tra i principali testimoni nell’indagine che lo riguarda. Insomma, Pasquale Aliberti secondo la Cassazione avrebbe anche potuto godere di un regime cautelare più morbido, quali i domiciliari. Ma le sue comunicazioni digitali, i suoi post, le sue foto, hanno convinto ancora di più la Distrettuale Antimafia nella richiesta di custodia in carcere. Una strategia evidentemente rivelatasi controproducente, perché passata come un tentativo di inquinare o condizionare le prove contro di lui. (Adriano Falanga)




Scafati. La Dia indaga sul centro disabili “Raggio di Sole”

Di Adriano Falanga

Centro disabili “Raggio di Sole”, nel mentre i ragazzi sono a casa dallo scorso luglio, la Dia torna a Palazzo Mayer per acquisire gli atti sulle precedenti gare per la gestione del centro. L’attenzione degli inquirenti punta a capire se la precedente cooperativa che ha gestito il centro, sia stata in qualche modo favorita dalla precedente amministrazione, sciolta il 27 gennaio per infiltrazioni criminali. Il centro, ospitato da qualche anno presso i locali del centro sociale San Pietro, è stato gestito da aprile e luglio dalla parrocchia Santa Maria Delle Vergini, grazie alla disponibilità del parroco Don Giovanni De Riggi. Una gestione voluta direttamente dalla commissione straordinaria, nelle more dell’espletamento della nuova gara d’appalto. Un bando che dovrebbe essere seguito dalla Stazione Unica Appaltante della Campania, Molise, Puglia e Basilicata. Una decisione presa a seguito delle forti polemiche sul Piano Di Zona, dopo le pressanti indagini degli uomini dell’antimafia. Attualmente è indagata anche la coordinatrice del Piano D’Ambito, Maddalena Di Somma, tornata al suo posto dopo aver rassegnato le dimissioni, nel corso dell’ultima riunione dei soci del Piano (i comuni di Scafati capofila, Corbara, Angri e Sant’Egidio Monte Albino) per il superamento delle attuali difficoltà di gestione (e perché il bando per la sua sostituzione è andato deserto). Lo schema di convenzione tra l’Ambito e il Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche di Campania, Molise, Puglia e Basilicata, finalizzata all’affidamento in qualità di SUA è stato approvato già ad aprile, ma la gara non è ancora partita. Fino a ieri pomeriggio è stata considerata la possibilità di nuova proroga per la parrocchia guidata da Don De Riggi, ma il diniego degli altri comuni del Piano ha fatto sfumare l’ipotesi. Il 31 agosto i comuni convenzionati hanno dato mandato alla dottoressa Di Somma di sbloccare nuove assunzioni, ritenute necessarie per il corretto funzionamento della struttura. Nel dettaglio, bisogna individuare un esperto di gare e contratti, due amministrativi, due psicologi e almeno un sociologo e un informatico. La Di Somma usufruirà delle graduatorie in essere da precedente concorso, mentre per le figure non previste si farà ricorso ad agenzie interinali. Quanto disposto è stato votato all’unanimità dei presenti, Scafati compresa, assente solo il comune di Corbara, nella figura del sindaco Pietro Pentangelo.




Relazione Dia…. Gli eredi del clan Panella in aumento…..

Pina Ferro

Il clan D’Agostino – Panella continua a detenere il controllo della città di Salerno mentre a sud è ripresa l’attività del sodalizio Pecoraro – Renna grazie alle nuove leve. E’ quanto emerge dalla relazione della Direzione investigativa Antimafia, a Salerno diretta dal colonnello Giulio Pini, relativa al secondo semestre del 2016. Dalla lettura della stessa emerge che gli equilibri e le dinamiche interne della criminalità nell’ambito del territorio della provincia sono rimasti sostanzialmente stabili. Le principali attività illecite restano le estorsioni, l’usura, l’esercizio abusivo del credito, il traffico e lo spaccio di stupefacenti L’azione repressiva, condotta anche con il contributo di collaboratori di giustizia, ha inciso sull’operatività di storici sodalizi, privati della guida di capi carismatici. Ma, mentre i capi storici dei sodalizi criminali sono stati assicurati alla giustizia, si sono fatti largo nuovi gruppi che non esitano a commettere delitti efferati pur di ritagliarsi spazi sul territorio, come confermano alcuni reati spia, quali gli attentati dinamitardi e incendiari in danno di attività imprenditoriali. Le prioritarie attività illecite dei sodalizi locali rimangono le estorsioni, l’usura, l’esercizio abusivo del credito, il traffico e lo spaccio di stupefacenti, il cui approvvigionamento avverrebbe per lo più dall’area vesuviana e napoletana. Nella città di Salerno, nonostante i tentativi di imporsi da parte di gruppi emergenti, lo storico clan D’Agostino -Panella rimane punto di riferimento per la gestione del traffico di stupefacenti, dell’usura e delle estorsioni. A Vietri sul Mare si segnala l’interesse criminale di un gruppo facente capo alla famiglia Apicella. Il comune di Cava dei Tirreni, contiguo all’agro nocerino-sarnese, continua a subire l’influenza delle organizzazioni dell’area limitrofa. Sebbene fortemente ridimensionato, il clan Bisogno risulta tuttora attivo nelle estorsioni si starebbe maggiormente affermando il gruppo Celentano, dedito ad attività di natura usuraia, estorsiva ed al traffico di stupefacenti. La rilevanza della città di Cava dei Tirreni e la centralità avuta in passato negli interessi della criminalità organizzata campana è confermata dall’esecuzione, nel mese di ottobre, da parte della Dia. di Salerno, del decreto di confisca dei beni, per un valore di circa 5 milioni di euro, a carico di un imprenditore del settore petrolifero, affiliato alla citata “Nuova Famiglia. Nella Valle dell’Irno, dove insistono i comuni di Baronissi, Fisciano, Lancusi, Mercato San Severino, Montoro e Solofra, interessati dalla presenza di importanti insediamenti commerciali, permane l’influenza del clan Genovese. Oltre a quest’ultimo, a Mercato San Severino è attivo un gruppo promosso da un soggetto, già noto alle forze dell’ordine, di Pagani che, attraverso sodali della zona, starebbe tentando di assumere il controllo delle attività estorsive e del traffico di stupefacenti.

 

L’agro Nocerino-Sarnese è la zona della provincia di Salerno in cui la criminalità organizzata di stampo camorristico e quella comune hanno segnato maggiormente il tessuto economico locale. Nel passato hanno operato sulla zona clan capeggiati da personaggi di elevato spessore criminale, tutti sodali all’organizzazione camorristica definita “Nuova Famiglia”. L’attività repressiva condotta nel tempo ha eroso le strutture dei sodalizi più articolati, generando di conseguenza gruppi minori autonomi, che starebbero comunque risentendo dell’influenza dei clan più articolati dell’area napoletana o avellinese (Fontanella di Sant’Antonio Abate, Cesarani di Pompei e Castellammare di Stabia, Annunziata -Aquino di Boscoreale, Graziano di Quindici). A Nocera Inferiore, l’azione di contrasto delle Forze di Polizia sembrerebbe confermare il predominio del sodalizio Mariniello, i cui interessi illeciti si sarebbero affermati nello spaccio di stupefacenti, nell’infiltrazione degli appalti pubblici, nell’usura e nelle estorsioni. Sul territorio è stata comprovata la presenza di altri tre gruppi; si tratta dei clan Cuomo, capeggiato da un ex affiliato al gruppo Contaldo di Pagani, in passato egemone in gran parte dell’agro nocerino-sarnese; D’Elia, operante nel quartiere di Piedimonte e Bergaminelli. L’equilibrio criminale tra questi gruppi risulta alquanto instabile in ragione dei convergenti interessi nel settore degli stupefacenti. Nel comune di Angri, le attività di contrasto che hanno colpito il clan Nocera, alias dei “Tempesta”, avrebbero spinto giovani pregiudicati a tentare di conquistarne la leadership, anche con il sostegno dei clan attivi nei limitrofi centri dell’entroterra vesuviano. Proprio ad Angri, nel mese di ottobre, la Dia di Salerno ha eseguito la confisca di un immobile del valore di oltre duecentomila euro, nella disponibilità di un pluripregiudicato condannato per associazione per delinquere, usura, estorsione e sfruttamento della prostituzione. A Pagani, sebbene sensibilmente limitato nella sua operatività dall’azione di contrasto della magistratura, si conferma il predominio del sodalizio Fezza-Petrosino -D’Auria, particolarmente propenso ad infiltrare le attività imprenditoriali del posto. L’usura e le estorsioni, unitamente al traffico di stupefacenti, perpetrati in concorso con esponenti di organizzazioni camorristiche dell’hinterland vesuviano, risultano, in generale, le principali attività illecite condotte dalle restanti organizzazioni paganesi. A Sarno è attivo il clan Serino e si conferma la presenza di una propaggine del clan Graziano (originario dell’avellinese), che risulta operativa anche sui limitrofi comuni di Siano e Bracigliano. A Sant’Egidio del Monte Albino si registra una situazione criminale dagli equilibri mutevoli. Lo storico clan Sorrentino, la cui struttura organizzativa è stata fortemente minata dalle operazioni di polizia, continuerebbe a gestire le attività illecite sul territorio con l’ausilio di personaggi collegati alle organizzazioni attive a Pagani e Nocera Inferiore.

 

Nella Piana del Sele e in particolare nei comuni di Eboli, Battipaglia e Pontecagnano, storicamente soggetti all’egemonia del clan Pecoraro-Renna, la frattura realizzatasi in seno allo stesso ad opera di alcuni affiliati, aveva determinato la costituzione dei sodalizi Trimarco, Frappaolo e Giffoni. A Bellizzi il controllo delle attività illecite sarebbe mantenuto dal clan De Feo, anch’esso nel tempo indebolito. Più di recente è emersa l’operatività criminale di nuove leve nel traffico degli stupefacenti, acquistati a Napoli e nel suo hinterland. Allo stesso tempo sempre grazie ad opera di giovani leve, è ripresa l’attività del clan Pecoraro/Renna. Passando all’Alto Cilento, ad Agropoli si segnalano alcuni membri del menzionato clan napoletano Fabbrocino e la famiglia di nomadi Marotta. L’area del Medio e Basso Cilento, esposta anche alle mire della criminalità organizzata calabrese, si caratterizza per l’operatività dei gruppi facenti capo alle famiglie Gallo e Balsamo di Sala Consilina, in passato consorziate in un unico sodalizio e oggi divise. Nello specifico, la famiglia Gallo è risultata in contatto con cosche dell’alto Ionio e Tirreno cosentino. È quanto emerge dall’operazione “Frontiera”, conclusa dall’Arma dei Carabinieri nel mese di luglio con l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di 58 indagati per associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, rapina, usura e altri gravi reati. Contestualmente fu data esecuzione a un decreto di sequestro preventivo di beni mobili e immobili del valore di circa 7 milioni di euro. I provvedimenti scaturiscono da un’indagine avviata nei confronti di pregiudicati salernitani appartenenti alla citata famiglia Gallo, attivi nei territori del Cilento e del Vallo di Diano e risultati in collegamento con esponenti delle cosche ‘ndranghetiste Muto di Cetraro (CS) e Valente-Stummo di Scalea (CS).

 

A Scafati permane il clan Loreto -Ridosso, i cui vertici sono stati colpiti con l’operazione “Sarastra”, conclusa nel mese di luglio dalla Dia di Salerno e dall’Arma dei Carabinieri con l’esecuzione di un fermo di indiziato di delitto nei confronti di quattro soggetti, responsabili di diverse estorsioni nei confronti di imprenditori del settore ortofrutticolo della zona. La collaborazione con la giustizia di uno dei maggiori esponenti del citato clan ha peraltro disvelato le connivenze dell’organizzazione con organi amministrativi locali. Sempre nell’ambito del contesto investigativo “Sarastra”. Il 25 novembre 2016, la sezione del Riesame del Tribunale di Salerno – riconoscendo come particolarmente significative le risultanze investigative raccolte dalla locale Sezione operativa della Dia – ha emesso un’ordinanza con cui ha parzialmente accolto l’appello proposto dalla Procura della Repubblica della sede avverso il provvedimento di rigetto di applicazione di misure cautelari, emesso il 28 giugno 2016 dal Giudice per le indagini preliminari, conseguente alla richiesta di custodia cautelare in carcere nei confronti del sindaco pro tempore di Scafati e di altri tre soggetti, due dei quali ritenuti elementi di vertice del clan sopra citato. Il collegio giudicante ha accolto l’appello del pubblico ministero per violazione della legge elettorale, riconoscendo l’aggravante del metodo mafioso, in Occasione delle elezioni amministrative del 2013 e del 2015.

 

Il porto di Salerno utilizzato dalla ‘ndrangheta per l’approvvigionamento dello stupefacente. La droga veniva occultata in cargo contenenti riso, grazie alla copertura di un società di import-export, con sedi a Milano e Roma, controllata da imprenditori prestanome della consorteria mafiosa. Ancora la “rotta atlantica” è stata al centro delle investigazioni concluse, nel mese di luglio, dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’operazione “Vulcano”. Dalle indagini è, infatti, emerso come esponenti dei clan Molè, Piromalli, Alvaro e Crea avessero organizzato un vasto traffico di cocaina che, attraverso gli scali portuali panamensi di Cristobal e Balboa, veniva fatta arrivare nei porti di Rotterdam, Livorno, Napoli, Salerno, Genova e Gioia Tauro.

 

I clan calabresi tentano di conquistare il territorio della Campan ed in particolare quello Cilentano. I clan calabresi tentano di conquistare il territorio della Campan ed in particolare quello Cilentano.A Cosenza e nei comuni limitrofi permane l’aggregato denominato Rango-zingari, sorto dalla fusione tra i superstiti della scomparsa cosca Bruni e il clan degli zingari, capeggiato da elementi della famiglia Rango Il sodalizio risulta legato da un patto federativo con le altre due compagini mafiose cosentine dei Lanzino -Patitucci e dei Perna-Cicero.Nel periodo d’interesse la cosca Muto, egemone nell’alta fascia tirrenica cosentina, con importanti propaggini dalla Basilicata alla Campania, è stata significativamente colpita dall’operazione “Frontiera dell’Arma dei Carabinieri, conclusasi nel mese di luglio con l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 58 responsabili,tra cui il capo clan.Le indagini, scaturite a seguito del omicidio avvenuto a Pollica  nel 2010 el sindaco Vassallo, hanno documentato l’operatività del clan nel Cilento e nel Vallo di Diano, facendo luce, al contempo, su una serie di condotte estorsive e su un vastotraffico di stupefacenti diretto alle principali località balneari della costa tirrenica.




Scafati. Sansone si difende: “rispettato la legge”. Spunta ancora la Italy Service

Di Adriano Falanga

Si dice tranquillo e fiducioso nel lavoro degli inquirenti, Filippo Sansone, ex amministratore delegato e presidente del collegio sindacale della Scafati Sviluppo. <<Ho ricevuto dalla Dia di Napoli un avviso di garanzia e la settimana prossima sarò ascoltato dal pm Montemurro – spiega Sansone – Sono entrati in casa mia e nel mio studio molto cortesemente e con modi gentili ed hanno rispettato la mia persona e la mia famiglia>>. Il professionista ha risposto alle domande che gli sono state poste, e fornito loro tutti gli atti in suo possesso inerenti la partecipata scafatese, fallita lo scorso mese, di cui è stato per due volte amministratore delegato e presidente del collegio sindacale. Acquisiti anche due cellulari a sua disposizione. <<Sono sereno e sicuro di essere e di aver fatto tutto nel rispetto della legge e nel rispetto delle mie funzioni di amministratore delegato e presidente del collegio sindacale – continua Sansone – Sono convinto e certo che la verità della mia innocenza sulle cose che mi sono state contestate sarà accertata e ho pieno fiducia nel pm Montemurro e nella polizia giudiziaria che hanno svolto il loro lavoro in modo corretto e professionale>>. Il professionista non è un nome nuovo nel panorama politico istituzionale scafatese. Già candidato nel 2008 con Pasquale Aliberti, in quel mandato ha ricoperto il ruolo di assessore allo sport. Con lui in lista anche Ciro Petrucci, l’ex vicepresidente Acse anch’esso indagato nell’inchiesta “Sarastra”. La lista era “Democrazia Federalista”. Nel 2013 Sansone è stato ricandidato nella lista “Azzurri”, finendo però non eletto. Il suo nome compare anche all’interno di un’intercettazione telefonica tra Petrucci e il boss Luigi Ridosso. Sullo sfondo dei lavori che la Italy Service avrebbe svolto per conto della Scafati Sviluppo, con ad Sansone. La stessa società, intestata al prestanome Mario Sabatino ma di fatto riconducibile al clan Loreto-Ridosso, dove risultavano assunti i cugini Gennaro e Luigi Ridosso. Secondo la tesi dell’antimafia la nomina di Petrucci a vice presidente Acse sarebbe frutto del patto elettorale mafioso di cui è accusato l’ex primo cittadino Pasquale Aliberti. Un patto “consumato” con l’appalto affidato (con Petrucci vice presidente) alla Italy Service, relativo alla pulizia degli spogliatoi Acse. La stessa ipotesi su cui oggi gli inquirenti vogliono far luce, vagliando quelle prestazioni effettuate alla Scafati Sviluppo dalla stessa società del clan.

SANSONE: DUE VOLTE DIMESSO

1-sansone filippoProbabilmente Filippo Sansone è tra i professionisti più esperti tra coloro che si sono alternati alla guida della sfortunata società di trasformazione urbana scafatese, dichiarata fallita lo scorso 6 aprile dal Tribunale fallimentare di Nocera Inferiore. Sansone ha guidato per la prima volta la Scafati Sviluppo fino al novembre 2011, quando fu costretto a dimettersi per impegni professionali. Presidente era Annalisa Pisacane (poi assessore alle politiche sociali). Al suo posto un altro candidato alibertiano, Giovanni Cannavacciuoli. Sansone accettò però di restare come presidente del collegio sindacale. Dopo la seconda tornata elettorale che vide confermato Pasquale Aliberti alla guida di Palazzo Mayer, Sansone fu nominato nuovamente ad della società, dove presidente era Antonio Mariniello. Un rapporto terminato però nel novembre 2014, con la stessa dinamica di quanto era avvenuto tre anni prima: dimissioni per impegni professionali. Da allora il commercialista era finito fuori dal teatro politico locale, dedicandosi in pieno allo studio professionale e alla passione per lo sport. Filippo Sansone è infatti allenatore di una squadra di calcio a 5.

 




Scafati. Indagato anche Filippo Sansone, ex assessore e A.d. Scafati Sviluppo

Di Adriano Falanga

Finisce sul registro degli indagati anche Filippo Sansone, ex amministratore delegato della Scafati Sviluppo, ed ex assessore nella prima giunta Aliberti. Sansone, commercialista scafatese, ha sulle spalle due nomine e due dimissioni dallo stesso ruolo, ufficialmente per motivi di lavoro. E’ stato assessore in quota Democrazia Federalista, lista a sostegno del primo sindacato Aliberti, in cui fu candidato anche Ciro Petrucci. Il suo nome compare nella nota intercettazione telefonica tra Luigi Ridosso e Ciro Petrucci, telefonata considerata provante il patto elettorale mafioso tra il clan e Pasquale Aliberti perché in essa il Ridosso rivela a Petrucci (ignaro) la sua imminente nomina a vice presidente Acse, prima che avvenisse. Gli uomini dell’antimafia di Salerno hanno perquisito locali in suo uso acquisendo alcune documentazioni relative alla sua attività nella gestione della società che coordinava le attività relative alla riqualificazione dell’area ex Copmes,  oltre ai cellulari in uso. Il professionista spiega: <<ho ricevuto dalla Dia di Napoli un avviso di garanzia e la settimana prossima sarò ascoltato dal pm Montemurro. Sono entrati in casa mia e nel mio studio molto cortesemente e con modi gentili ed hanno rispettato la mia persona e la mia famiglia. . Hanno ricevuto da me tutte le delucidazioni del caso e le stesse le ripeterò davanti al magistrato. Hanno rinvenuto e portato via alcuni documenti riguardanti la Scafati Sviluppo spa ed alcune informazioni sulla mia attività di professionista>>. Si dice tranquillo e fiducioso Sansone <<Sono sereno e sicuro di essere e di aver fatto tutto nel rispetto della legge e nel rispetto delle mie funzioni di amministratore delegato e presidente del collegio sindacale. Sono convinto e certo che la verità della mia innocenza sulle cose che mi sono state contestate sarà accertata e ho pieno fiducia nel pm Montemurro e nella polizia giudiziaria che hanno svolto il loro lavoro in modo corretto e professionale>>.